The Slow Summits – Languid Belles

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Francesco Amoroso per TRISTE©

Non ricordo se ho già usato in altre occasioni il paragone tra certe sonorità e la madeleine di Proust.
Dite che l’ho fatto? Più volte addirittura? Che ci ho costruito sopra decine e decine di recensioni? Sarà…

Probabilmente avete ragione voi, visto che l’età comincia a farmi avere una memoria sempre più debole, ma ciò, tuttavia, non vi esimerà dal sorbirvi, per l’ennesima volta, lo stesso trito escamotage!
Del resto quando è mai successo che dopo aver assaporato una madeleine vi siete sentiti sazi? Suvvia, una madeleine tira l’altra.
E la mia memoria involontaria, che certi suoni e certe melodie mi attivano istantaneamente, continua a funzionare bene, molto meglio di quella volontaria e a breve termine.

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Emily Fairlight – Mother Of Gloom

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Francesco Amoroso per TRISTE©

A causa della strana, occulta sensazione di aver provato la stessa impressione in una occasione precedente, o in una vita precedente, mi capita a volte di sentire un fremito. Mi sforzo di catturare e alimentare la sensazione per poter predire, o magari controllare, quel che sta per accadere, o quello che sto per sentire, ma l’afflato di solito svanisce senza aver prodotto nulla. Mi aspetto che ciò avvenga, ma non importa. Sono sempre affascinato dal “déjà vu”, quell’elusiva, ricorrente mescolanza di illusione e realtà, tipica manifestazione della paramnesia. Una reminiscenza che si presenta falsata alla mia mente: ricordo di aver vissuto situazioni e sensazioni che in realtà non ho mai vissuto o provato prima.

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Honeymoan – Body

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Giulia Belluso per TRISTE©

Il ticchettio dell’orologio mi prende in giro: sono solo le 06 e 30 del mattino e sono già sveglia come se avessi ricaricato tutta la mia energia.
Vigile come sono, rimango a letto implorando un rapimento, una via di fuga da questa gabbia che ho io stessa creato.

Appena fuori dal mio uscio sento arrivare con vivacità gli uccelli che cinguettano, tutti in coro, tutti insieme e nella mia mente tutti quei versi mutano in parole che mi infondono un senso di libertà.

Afferro le chiavi della macchina e mi dirigo verso il mare. Sono sola ma non sento la mancanza di una compagnia, piuttosto vorrei liberare i miei desideri nascosti e svelare il mio destino attraverso il mio corpo completamente nudo al largo della costa.

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Jordan Rakei – Origin

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Carlotta Corsi per TRISTE©

Sono sempre stata molto affascinata dalla scienza e da tutto ciò di cui in realtà conosciamo poco: l’universo, il suo perché, le stelle e i pianeti che fanno il girotondo attorno al sole m’incantano, come una bambina che vede le luci colorate per la prima volta.

Nel tempo ho sviluppato questi interessi ed ho scoperto tutte le ramificazioni di origine antropologica e metafisica, troppo fascinose per me. Insomma, ho stretto la mano alla Hack, mentre strizzavo l’occhio a Paolo Fox.

Una congiunzione astrale, che si è verificata nell’ultimo periodo della mia vita, ha permesso, dopo tanto penare, il concatenarsi di alcuni eventi molto favorevoli e anche il ritorno del buonumore che so già esser passeggero, quindi, ho deciso di sfruttare il momento per ascoltare qualcosa in linea con questa parentesi felice e  Orgin di Jordan Rakei mi è sembrata la scelta migliore per facilitare l’attivazione della mia ghiandola pineale.

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The Divine Comedy – Office Politics

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Francesco Giordani per TRISTE©

Per il suo dodicesimo album in studio Neil Hannon si diverte e non poco a sparigliare le carte, con il solito garbo ma anche tanta malizia. Office Politics, sin dalla copertina, sembra in apparenza riallacciarsi al filone più bizzarramente “umoristico” del Nostro, portato in trionfo nove anni fa dal felicissimo Bang Goes the Knighthood.

Il fuoriclasse nordirlandese, dopo la parentesi simil-fantasy di Foreverland, torna infatti ad assecondare la sua vena più eloquente e giocosa, dilagando (è il caso di dirlo: sessanta minuti per sedici canzoni!) in un album-affresco pieno zeppo di storie, allegorie e personaggi.

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Tyler The Creator – Igor

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Carlotta Corsi per TRISTE©

Parlavo qualche giorno fa con alcuni amici del concetto di maschera pirandelliana e di come le persone al giorno d’oggi si sentano obbligate verso la scelta di una costruzione dell’identità pubblica, perché accomodante e rassicurante in un qualche modo, nascondendo quelle che sono le nostre insicurezze più profonde e inconsce. E’ chiaramente un argomento spinoso, talvolta scomodo, sicuramente ci riguarda un po’ tutti e il più delle volte ci sentiamo parte in causa quando se ne parla: al lavoro, con parenti e amici, nelle relazioni interpersonali più in generale, indossiamo spesso delle maschere. Negli ultimi anni la musica ne ha seguito un po’ la falsariga, evolvendosi  in questo aspetto e portando certe realtà discografiche a creare contesti floridi per artisti che hanno preferito impersonare un’icona e cavalcare, nello specifico, il flow di matrice afroamericana. I più impavidi potrebbero urlare allo “scimmiottamento” di un genere che è nato invece dall’esigenza di esprimere un’identità personale e volutamente diversificata rispetto al contesto commerciale.
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Hayden Thorpe – Diviner

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Francesco Giordani per TRISTE©

Il 16 agosto del 2014 mi trovavo, quasi per caso, allo Sziget Festival, in quello che il mio compagno di viaggio di allora aveva prontamente (quanto genialmente) ribattezzato un “inferno approssimativo”. Gli effluvi chimico-psichedelici aleggianti nell’aria, potenziati all’ennesima dal convulso traspirare dei corpi compressi nel buio attorno a me e da una già montante stanchezza taglia-ginocchia, mi trascinavano in una danza ipnotica, che oggi non saprei ripetere né tantomeno descrivere a parole ma che la musica dei Wild Beasts, così psichica, così segretamente mistica, in qualche modo alimentava, come muovendomi dall’interno.

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