The Sundays – Reading, Writing And Arithmetic

Francesco Amoroso per TRISTE©

A cinque anni sei un bambino e lo sai. A dieci sei un ragazzino e la cosa ti piace, pur con qualche riserva. A quindici sei un adolescente e questa condizione la porti come un fardello ma con la consapevolezza che ben presto la tua vera vita sboccerà e farà di te finalmente un uomo adulto.
Ma cosa sei esattamente a vent’anni? Un post-adolescente? Un giovane uomo con il complesso di Peter Pan? Un bambino troppo cresciuto? La tua vita, quella vera, è già iniziata, oppure dovrai ancora attendere? E quanto?
Ma, soprattutto, chi canterà le tue gesta?

the sundays

Non so bene come funziona adesso, ma quando avevo 20 anni, nel mezzo di quella specie di lungo limbo che è il periodo universitario, trovare un artista o una band cui relazionarmi per tematiche e sentimenti non era affatto facile. Se fino a qualche anno prima ovunque volgessi la mia attenzione trovavo chi riusciva a descrivere, spesso con dovizia di particolari, i miei stati d’animo, di solito oscillanti tra la (rara) gioia e la (frequente) disperazione, adesso non sapevo davvero più a che santo votarmi (e forse è anche per questo che, come dice Nick Hornby, gli amanti della musica pop rimangono eterni adolescenti).

 

Nell’autunno di quell’anno, tuttavia, accadde qualcosa di inaspettato: mentre combattevo con uno degli esami più impegnativi del mio corso di laurea (invero solitamente non troppo impegnativo), uscì il primo album di una giovane band inglese che sembrava davvero scritto, sin dal titolo, per gli “studenti”.
La band si chiamava The Sundays e l’ album era “Reading, Writing and Arithmetic”.

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Era scontato che un maniaco della musica indie (allora era un aggettivo e non una parolaccia) inglese come me non si sarebbe fatto scappare l’esordio dei Sundays, visto che l’anno prima,in pieno declino dell’indie come lo conoscevamo noi (erano gli anni della musica house!), era uscito un singolo (“Can’t Be Sure”) che aveva dominato le classifiche indipendenti di vendita e che, soprattutto, sembrava unire in un’unica, irripetibile, canzone le chitarre degli Smiths e i suoni eterei dei Cocteau Twins.
Naturalmente in Inghilterra le cose erano andate avanti: i Sundays avevano firmato per la Rough Trade (proprio la stessa etichetta degli Smiths), avevano fatto due o tre sessions con John Peel e una serie di concerti sold –out. Insomma anche allora, pur senza i mezzi moderni di cui disponiamo oggi, l’album dei Sundays era attesissimo e lo acquistai a pochi giorni dall’uscita inglese.

 

Quello che scoprì, dai primissimi ascolti di “Reading, Writing and Arithmetics”, fu l’incredibile talento del giovane chitarrista, David Gavurin, una specie di Johnny Marr (ancora lui) più gentile e romantico, il cui delicato suono di chitarra “jangle” era sempre pieno di passione e fascino, e fu, naturalmente, la straordinaria voce di Harriet Wheeler. Una ragazzina semplice, vestita come qualsiasi provinciale di un qualsiasi provincia occidentale (e, infatti, vestita proprio come le mie amiche di allora), con una frangetta a coprirle la fronte e a evidenziare il viso dai lineamenti delicati, ma con una voce vertiginosa che non aveva alcun bisogno di virtuosismi, calda e piena di grazia, eppure in qualche modo “normale”, terrena – differente in questo dall’inarrivabile, e per questo inimitabile, Liz Fraser.
L’album si apriva con “Skin & Bones”, un inizio perfetto. Ma proseguiva anche meglio con “Here’s Where The Story Ends” e la già nota (e adorata) “Can’t Be Sure”, senza perdere un colpo fino alla finale “Joy”.

The-Sundays pic

Non ne rimasi sorpreso, in fondo. Ci speravo, me lo aspettavo quasi. Ciò che, davvero mi sorprese, fu come quel disco fosse una perfetta colonna sonora per la mia (non)vita di studente. In “I Won” Harriet racconta le dinamiche che vengono a crearsi tra coinquilini, riuscendo al contempo a trasmettere il senso di attesa tipico di quel periodo della vita. Senso di attesa che permea anche “Hideous Towns”, che potrebbe essere stata scritta a Latina (con venticinque anni di anticipo sulle sgangherate e insensate elucubrazioni di qualche menestrello “nostrano”), ed è un affresco, semplice e senza enfasi dell’atmosfera noiosa e della mancanza di prospettive che regna in provincia. Per fortuna, poi, c’era anche “Can’t Be Sure” che guarda con un certo ottimismo al futuro.

 

Un album, insomma, nel quale si narrano le paure, la rabbia, ormai placata ma non meno bruciante, i dubbi (“there’s no harm in voicing your doubts“) e le speranze di un’età che nessuno prima aveva mai voluto cantare, proprio perché mancante di qualsiasi epicità. Dovevano arrivare i Sundays, dall’Università di Bristol, a colmare questa lacuna. E a fornire una straordinarie e imperitura colonna sonora ai quei “favolosi”, interminabili e (a volte) inutili anni di limbo (“It’s that litlle souvenir of a terrible year/ Which makes my eyes feel sore”). Qui finisce la storia.

 

 

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