Deerhunter – Why Hasn’t Everything Already Disappeared?

deerhunter - why hasn't everything already disappeared

Francesco Giordani per TRISTE©

Sembra un pensiero ozioso, probabilmente vacuo. Eppure ne fu più che sfiorato anche Heidegger. “Perché c’è qualcosa anziché niente?”. Lungi da me avventurarmi in possibili risposte, tranquilli. Anche perché la domanda è a tal punto vertiginosa che mi basta semplicemente contemplarla, senza chiedere altro, affacciandomi sulla sua dismisura gratuita, a tratti quasi sfacciata, e nondimeno perfettamente pensabile.

Tuttavia, dato per acquisito e ampiamente dimostrato che una realtà senza dubbio esiste (così come tutti noi all’interno di essa), mi capita ultimamente e sempre più spesso di pormi anche altre domande, se possibile ancor più oziose. “E se la realtà si dimenticasse di esistere, per un colpo improvviso e momentaneo di distrazione? Se scomparisse così, per un attacco di sonno, e noi con essa?”

Domande del genere mi si affollano nella testa soprattutto quando guardo le notizie alla televisione oppure quando sfoglio le pagine di un giornale. In quei momenti infatti una strana sensazione mi afferra: come se la realtà perdesse d’un tratto concentrazione, densità, iniziasse per così dire a sbriciolarsi in coriandoli sempre più onirici.
Cominciasse a sognare sé stessa.

Mi fa piacere di non essere il solo sfaccendato a perdersi in simili turpitudini. Bradford Cox infatti, per l’ottavo album dei suoi Deerhunter ha scelto un titolo (invero rubato a Baudrillard) da questo punto di vista sin troppo eloquente: Why Hasn’t Everything Already Disappeared? Titolo senza dubbio azzeccatissimo per un album che scaturisce dalla meraviglia (la meraviglia, appunto, che ogni cosa esista ancora anziché no, malgrado tutto) più che dalla nostalgia, “concetto tossico” con il quale lo stesso Cox dichiara di aver esaurito ogni rapporto. L’Americano considera infatti questo Why Hasn’t Everything Already Disappeared? un album rigorosamente non psichedelico, realista per l’appunto, basato su un “poetic statement of fact” dal suono molto materiale, terrestre, addirittura “scultoreo”, in bilico, parole sue, fra le architetture brutaliste dell’era sovietica e i capricci di ormai esotiche avanguardie letterarie come il futurismo (quest’ultimo intitola peraltro una delle canzoni più felicemente deerhunteriane della raccolta, assieme a Plains).

La band ha lavorato alle undici nuove canzoni per lo più a Marfa, in Texas, avvalendosi di collaboratori illustri come Cate Le Bon e Tim Presley (White Fence), in un periodo reso assai amaro dalla prematura scomparsa del bassista Josh Fauver. Il risultato è un lavoro lussureggiante, generoso ma soprattutto coeso, pieno di guizzi e spettacolari rotazioni di stile, da annoverare fra i più riusciti della band. Dai meravigliosi roxysmi della splendida No One’Sleeping (ispirata, pare, dal tragico assassinio della parlamentare britannica Jo Cox, curiosa omonimia) all’elegia ecologista Element (cantata da Cox in duetto con il padre), passando per la dolcissima What Happens to People? e il bel singolo con clavicembalo Death in Midsummer, il disco è tutto un giocare sul filo del più virtuosistico retro-futurismo. Curiosi i siparietti sonori di Gothic Greenpoint (all’ombra del Bowie berlinese, che torna in Tarnung) e il collage concettuale di Détournement ma è il lungo auto-epitaffio di Nocturne, intonato (o per meglio dire: stonato) direttamente dall’oltretomba, a tirare le fila del discorso: la sua mirabile dissolvenza di tastiere e chitarre luminescenti lascia nella mente un riverbero duraturo.

E la realtà dunque? Continua ad esistere, ovviamente, malgrado tutto. E fintanto che c’è forse val la pena di continuare a viverla e re-immaginarla, seguendo magari l’esempio brillante di Cox e dei suoi Deerhunter.

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