Daniel Land – The Dream Of The Red Sails

Agnese Sbaffi per TRISTE©

Su suggerimento di Rob Brezsny questa settimana scriverò un breve saggio dal titolo “Il 2019 è l’anno in cui capirò cosa voglio davvero”.

Cosa voglio davvero, cioè il mio Desiderio, è ciò che mi definisce ma sul quale non ho controllo. Io sono il mio desiderio (dicono), mi abita e mi trascende, non mi appartiene e allo stesso tempo mi trascina.

Quindi per scoprire cosa non posso governare inizio a pensare a cosa posso governare, e cioè la mia attenzione.

Non sono sicura che Daniel Land nel 2016, quando scrisse i brani dell’album appena uscito per Hinney Beast, The Dream Of The Red Sails, avesse in mente proprio questo. Ma credo che gli eventi che caratterizzarono quell’anno, come la Brexit e l’elezione di Trump, abbiano sicuramente raccolto l’attenzione e le riflessioni di un inglese in giro per gli States.

Il disco si apre con una traccia strumentale, Capistrano Beach, che ci catapulta sulla costa ovest degli Stati Uniti e prosegue con Summer Song. Bagliori luminosi e caldi avvolgono l’ascoltatore tra il riverbero dolce e cullante della chitarra e l’eterea voce di Land. Le sonorità dream pop e shoegaze illuminano l’atmosfera riflessiva e nostalgica di lampi d’ottimismo. Come a dire che in questo marasma nero di rabbia e ignoranza forse ciò di cui necessitiamo tutti è un attimo di calma e riflessione.

Desiderare (De privativo + siderare che viene da sidus, sidera cioè stella, stelle) vuol dire essere essere tolto alle stelle, sentirne la mancanza. Si può sperare quindi di tornare a con-siderare la complessità di un universo che ci costituisce ma non ci appartiene?

Oscillando dolcemente tra una fluttuante ninna nanna e una marcia poetica verso l’altro e l’altrove, sì, forse è possibile trovare la quiete nella tempesta, non prima né poi (Under a Red Sky, Self-Portrait in Autumn Colours). Passando da ritmi incalzanti e luccicanti come in Starless e atmosfere cupe e addolorate come in Alone with America si avvicina la conclusione dell’album.

Fleur du Mâle è un accompagnamento melodico costruito su droni leggeri e potenti, con chitarra e pianoforte. Come un passaggio romantico che porta all’ultimo pezzo, dove una chitarra sembra salutarci galleggiando in un’atmosfera mistica e densa, fino a scomparire (Cobalt Blue).

Mentre la melodia lentamente evapora il mio sguardo si posa sulle parole stampate di un libro che sto leggendo. Mi chiede dove sono, io che me ne sono andata l’anno scorso d’estate. E meravigliata mi ritrovo a sorridere pensando alla caducità di alcuni desideri!

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