Alex Chilltown – Eulogies

Eulogies RGB

Francesco Amoroso per TRISTE©

Ci sono canzoni, band, addirittura generi musicali che non sento più il bisogno di ascoltare compulsivamente come mi succedeva qualche anno fa.
A Forest, There Is A Light That Never Goes Out, The One I Love, The Cure, The Smiths, R.E.M., la new wave, l’indie rock dei primi anni novanta. È già tutto lì.
È dentro di me ragazzino, è dentro di me giovane ed è, naturalmente, anche dentro di me adulto attempato, e tutto ciò che questa musica ha significato e può ancora significare per me o per chiunque altro è talmente radicato nel mio essere da non aver bisogno di un’ulteriore conferma.

Queste canzoni, queste band, questa musica sono io. Io, per meglio dire, sono fatto di questa musica.

Probabilmente è questa la ragione per la quale, quando mi capita di riascoltare certe sonorità, il mio essere comincia a emettere una sorta di vibrazione.
Per dirla più prosaicamente: appena ascolto alcune nuove canzoni, alcune novità discografiche avviene una sorta di riconoscimento reciproco, come accadrebbe a due cuccioli della stessa nidiata che, separati alla nascita, incontrandosi di nuovo, si annusassero il fondoschiena.

Quando ho ascoltato per la prima volta “Drown” è stato un po’ come prendere la scossa.

“Drown” è il primo singolo estratto da “Eulogies”, album d’esordio di Alex Chilltown (un gioco di parole su Alex Chilton dei Bigstar, evidentemente), progetto musicale di Josh Esaw, artista proveniente dal sud di Londra.
Josh fa musica dal 2014, e si era già creato un certo seguito locale ma, prima della meravigliosa “Drown”, non mi era mai capitato di ascoltarlo.

Accompagnata da una carezzevole voce femminile (Poppy Waring dei Flirting), “Drown” è una sorta di manifesto musicale: i ritmi irregolari della batteria e il basso profondo e claustrofobico, le chitarre taglienti e rigorose, i synth sognanti e glaciali, le linee vocali che si intrecciano, viaggiano appaiate, si sostengono, duellano, cantando di ansie, insicurezze e tentativi di autoaffermazione (“To Not Get Lost And Never Drown”).
Sono a casa. Sono ancora io.

“Eulogies” arriva dopo una lunga gestazione, durante la quale Josh ha cesellato il proprio suono, eliminando tutto il superfluo per rimanere solo in compagnia dell’essenziale.
Lavoro profondamente personale e autobiografico, racconta di una vita vissuta claustrofobicamente, racchiusa nei confini di cemento e asfaltato del sobborgo di Croydon, South London, eppure, tra senso di appartenenza (“Either way these greying skies are mine” canta Josh in “Carry On”) e riferimenti letterari (Sylvia Plath citata in “Drown”: “See life branch in front of/Just like that fabled green fig tree…”), riesce a essere pieno di speranza. Proprio quella che, in tale isolamento suburbano, è l’unica cosa rimasta a farti compagnia.

Anche se è sempre un approccio sospeso e sognante a prendere il sopravvento (“Seven”, “Eulogies”), le otto canzoni che compongono l’album sono incisive e armoniose e mostrano l’incredibile capacità di Esaw di avvincere con accordi semplici e melodie che è difficile togliersi dalla testa (Carry On, Barely Awake).
Nella sua musica si trovano sonorità new wave, indie rock a cavallo tra gli anni ottanta e i novanta, dream pop fuori dal tempo.

La lunga e catartica ballata in chiusura, Only Ghost, con i suoi onirici dieci minuti di chitarre e voci eteree, sembra il frutto di un focoso flirt tra i Cure e i Sigur Ros, e si conclude con il coro “In The End/We Will Blossom”. Un pizzico di luce anche nell’oscurità e nel grigiore.

Alex Chilltown ha scritto un album che mi parla, ancora una volta, di me stesso, di ciò che ero e che sono e che sarò.
Di qualcosa che era dentro di me e che avevo bisogno fosse portato alla luce.

A volte basta una canzone per ritrovarsi.

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