Torres – Silver Tongue

Silver Tongue

Carlotta Corsi per TRISTE©

Non trovate che spesso ci siano capitoli della nostra vita racchiusi all’interno di una stanza? E’ un rito che di tanto in tanto mi diverto a celebrare.

Sono momenti che mi piace prendere come un riordino mentale, sdraiata sul letto mentre disegno con gli occhi sul soffitto una serie di ricordi e di conversazioni che talvolta avrei voluto intrattenere meglio. La stanza dove mi trovo ora ad esempio, è stata mia per circa sessanta giorni e in questo tempo ho davvero racchiuso mille cose.

Il quarto album di Mackenzie Scott, aka Torres, è come una casa con nove stanze diverse che raccontano l’una una storia differente dall’altra, avvincendo il visitatore a sé con una lingua argentea.

Classe 91, a tre anni viene portata a Macon, Georgia e .data in adozione a una famiglia che, nonostante la poca dimestichezza con le arti compositive, la crescerà e l’aiuterà a sviluppare fin dalla tenere età il suo spiccato interesse per la musica­: a dieci anni già suona il piano, il flauto e canta nel coro di voci bianche nella chiesa Battista.
Alla Belmont University, poi, riceve una laurea in songwriting e un riconoscimento in Letteratura Inglese.

La sua carriera decolla il giorno prima del suo ventiduesimo compleanno, quando pubblica il suo album omonimo dopo una sessione in studio di circa cinque giorni, con Ryan McFadden a Nashville.
Nel 2014 appare come ospite nell’album “Are we there?” di Sharon Van Etten e l’anno successivo pubblica il suo secondo lavoro “Sprinter” dopo averlo registrato nel Dorset, Inghilterra, descrivendolo come “qualcosa che verrà percepito enormemente e pesante”, dovuto probabilmente alla scelta stilistica delle chitarre distorte dal suono vagamente rotto. “Three Futures” arriva due anni fa, sotto l’egida della prestigiosa 4ad.

Silver Tongue è descritto dall’artista come un “accumulo di atti sacrificali d’amore“, perfettamente descritti dentro ad ogni traccia che potrebbe sorreggere se stessa, senza alcun bisogno di essere relegata all’interno di un solo disco.
Ogni brano è una storia, è un suono ed è chiaramente collegato al precedente.

Il primo ascolto mi ha riportata a St. Vincent e sporadicamente ad un prolungamento di Bjork.
La sua voce, pungente e vibrante ci riporta facilmente ai cori religiosi che Mackenzie  porta dentro di sé e in questi spazi come un bagaglio.
Gracious Day  è la canzone che forse più fortemente mi attira dentro Silver Tongue e nella quale maggiormente sento un sensibile distacco dal resto dei suoni forti e così acidi: una stanza quasi senza decori, ma con una forza estetica così forte come se avesse la più dolce delle luci, “I don’t want you going home anymore“.

Dressing America è il primo video in uscita dell’album:  il tempo scandito dalla batteria, Torres parla a cuore aperto alla compagna Jenna Gribbon, (artefice della copertina dell’album) dei muri caratteriali che spesso innalziamo nella convivenza, in un rapporto, palesando una forte volontà di demolire ogni barriera. Nel video, l’immagine di Torres nuda, con solo stivali da cowboy blu, che si carica sulle spalle il peso di queste paure, caricando Jenna stessa sulle spalle, è struggente ed incredibilmente romantica: “Come on, woman/ I tend to sleep with my boots on, should i need to gallop over dark waters/ to you on short notice”.

Two of Everything è un’altra traccia degna di menzione: musicalmente mixa perfettamente suoni acidi ed elettronici a una solennità quasi chiesastica, con un ritmo incalzante a mo’ di marcia: qui la stanza è divisa e mi ricorda tanto una poesia della Sexton, nel passaggio in cui, rivolgendosi alla donna del suo amante, la poetessa si chiede perché egli meriti entrambe.

Indubbiamente un disco ben costruito, dalle fondamenta solide da cui si ergono stanze nelle quali si incastrano racconti e si consumano atti in nome dell’amore.

Adoravo Torres nella mia prima casa, adorerò Torres fino all’ultima.

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