Okay Kaya – Watch This Liquid Pour Itself

cover Okay Kaya - Watch This Liquid Pour Itself

Carlotta Corsi per TRISTE©

Di tristezza ne parlo spesso.
Ne ho parlato anche qui, nella piattaforma più Triste© del globo, giusto per dargli il giusto spazio.
In poche righe è difficile avere una comunicazione onesta riguardo i sentimenti confusi che l’ottantasei per cento delle volte provo semplicemente alzandomi dal letto.
E’ molto più facile riderci sopra, parlarne con sufficiente ironia, facendomi scappare, di tanto in tanto, una battuta così scomoda che persino gli amici più vicini mi guarderanno con quel sorriso imbarazzato e con quel fastidiosissimo sopracciglio destro alzato, a mo’ di presa di coscienza improvvisa riguardo al fatto che, forse, bene bene come dico di stare non sto.

Stop glamorizing mental illness” è una delle mille scritte che ho letto prima di buttarmi a leggere qualsiasi articolo che parlasse di questa triste cultura odierna in cui è consueto normalizzare un problema di salute mentale: hai difficoltà a gestire la concentrazione e spesso ti perdi nei pensieri? Ma allora sicuro hai un disturbo dissociativo; hai altresì modo di notarti mentre riordini più e più volte il tuo spazio nella scrivania? Chiaramente qui si parla di OCD; sei triste e sei rimasto a letto tutto la domenica pomeriggio a guardare Netflix? Guarda che ne devi parlare a qualcuno di questa tua depressione…

Spesso mi chiedo se a scherzare sopra tutto ciò è una persona che effettivamente soffre di un qualche disturbo psichiatrico, valga la pena ammonirlo, rimetterlo al suo posto, con di fianco un paio di pillole, se questa sarebbe la soluzione giusta, o solo quella meno bizzarra.

Un processo simile è in atto nei lavori di Okay Kaya e soprattutto, nel suo secondo album “Watch This Liquid Pour Itself”.
Riferendosi alla teoria Umorale di Ippocrate di Kos, il liquido in esame potrebbe essere quello nero, freddo e secco, regolatore dell’umo nero e della malinconia.

Nelle sue sonorità così ninties mi ritrovo a sognare e a sorridere (di tanto in tanto quando qualche frase mi fa sentire meno stupida) nel tentativo di sfuggire alla tristezza con l’ironia: “You can peel an orange howerever you please in the psych ward”.
In Psych Ward l’atmosfera un po’ grunge, un po’ folk mi fa proprio volare e subito dopo mi ritrovo in Guttural Sounds: “I can’t wait to be thirty-something / I desperatly want to be Thirty- something” dove atterro per ballicchiare un piccolo walzer solitario.

Continuando, il disco si sposta tra ritmi upbeat e downtempo, con sonorità saturatissime che, accompagnate da testi pungenti, ti cullano oscillando da un pianto a un ballo in mood “febbre del sabato sera” dove ti immagini tutta vestita di luccichini dorati e verdi con ciglia così lunghe da toccare il soffitto.
Insomma, una pazza furiosa.

Sono quindici tracce, sono quindici storie divertenti e ironiche da ascoltare, praticamente adatte a qualsiasi fase della giornata.
Trovo che l’aspetto migliore del lavoro sia il poter navigare attraverso le sue storie, il suo umorismo e i suoi contrasti. Lo trovo intelligente e anche se ha comunque un potenziale di crescita ancora molto alto, l’identità di Kaya è forte e chiara.

Le malattie mentali sono bizzarre, strane e anche se ci fanno star male, cercare di farle diventare un fattore di vergogna e di imbarazzo non aiuterà chi cerca disperatamente un modo per uscirne.

Quello di Okay Kaya è un disco tanto onesto, tanto denso di emozioni, un disco tanto insomma.
Va saputo reggere, capire e sostenere nella sua stranezza, esattamente come si fa con un amico quando si sforza tanto per essere il più normale possibile, anche se si sente così strano e triste senza motivo.

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