Tan Cologne – Cave Vaults On The Moon In New Mexico

cave vaults

Francesco Amoroso per TRISTE©

Non sempre le connessioni che si creano nella nostra mente sono immediatamente comprensibili, del resto “un uomo non riesce a conoscere la propria mente perché la mente è tutto quello che ha per conoscerla”.
Eppure dovrebbe costituire una sorta di dovere morale, se non un vero e proprio obbligo sin dalla più tenera infanzia, perdersi nelle concatenazioni dei nostri pensieri più reconditi che spesso ci permettono di collegare fatti e circostanze lontanissimi, sensazioni e sentimenti opposti, opere d’arte apparentemente antitetiche, permettendoci in tal modo di allargare i nostri orizzonti mentali e materiali.

E’ accaduto così, in maniera solo in parte conscia, che l’ascolto di “Cave Vaults On The Moon In New Mexico”, l’esordio del duo Tan Cologne (proveniente, guarda caso, dal New Mexico), mi ha fatto tornare in mente un romanzo di abbacinante bellezza e annichilente crudeltà, letto tanti anni fa: “Meridiano di Sangue” di Cormac McCarthy.

C’è da dire che, a differenza dell’opera di McCarthy, il debutto delle due ragazze del New Mexico (la musicista Lauren Green e l’artista interdisciplinare Marissa Macias) racchiude tutta la propria crudeltà nell’arida magnificenza dei paesaggi che evoca, mentre non v’è traccia alcuna di violenza nelle otto canzoni che la compongono.

Eppure alcune descrizioni del buon vecchio Cormac sembrano scritte con il sottofondo della musica di Tan Cologne: “L’universo non è qualcosa di angusto, e l’ordine che vi regna non è ostacolato ad alcuna latitudine nel suo proposito di ripetere ciò che esiste in una parte di ogni altra parte. Anche in questo mondo esistono più cose fuori che dentro la nostra conoscenza, e l’ordine che vedete nella creazione è quello che ci avete messo voi, come un filo in un labirinto, per non smarrirvi. Infatti l’esistenza ha il suo proprio ordine, tale che nessuna mente umana possa abbracciarlo, poiché la mente stessa non è che un fatto in mezzo ad altri fatti.

È nell’ambiente, desertico, desolato e vagamente alieno del New Mexico che Lauren e Marissa hanno concepito e ambientato le loro composizioni, dando vita a una psichedelia fluttuante e morbida, cullante e quasi spirituale, fatta di sonorità che non solo riescono magnificamente a evocare un paesaggio, ma hanno la capacità di dipingere uno stato d’animo, una sensazione che a tratti si fa quasi tattile, invitando l’ascoltatore in un viaggio a metà strada tra il deliquio e il sogno.

Registrati tra un antico forte di adobe, a Ranchos de Taos Plaza, e una piccola casita hippy, negli otto brani ipnotici che compongono l’album è facile perdere l’orientamento, lasciarsi andare e sentire il sole cocente che picchia sulla testa, così come è possibile trovare ristoro tra le fresche acque di un fiume (sempre che, come spesso accade in queste situazioni, non si tratti di un miraggio).

Dalla title track, fino alla finale “Monsoon”, le Tan Cologne rapiscono i sensi e ci trasportano altrove, sotto i celi stellati di “New Dune”, tra i riverberi lunari di “Alien”, nel deserto infestato di serpenti a sonagli e scheletri sbiancati di “Quartz of Rose” o tra le visioni allucinatorie e mistiche di “Strange God”: “Di notte il cielo è una fontana di stelle con poco spazio nero, stelle che cadono incessanti tracciando archi dolorosi, ed è così che il loro numero non diminuisce mai”.

“Cave Vaults On The Moon In New Mexico” è una strada aperta e infinita, un viaggio che, seppur malinconico e inquietante, vorresti ripetere ancora e ancora.

La loro personalissima e inconsueta declinazione del dream pop, intrisa di psichedelia, è caratterizzata dallo spazio tra le voci lontane, carezzevoli e ammalianti, le chitarre riverberate e languide  e le sparse note di synth.
Chiudete gli occhi e potreste immaginare i Mazzy Star che suonano nel deserto di notte. Poi riapriteli, ma non è detto che tutto ciò che vi circonda apparirà esattamente come era prima.

Nella neutra austerità di quel terreno, tutti i fenomeni erano affidati a una strana uguaglianza, e nessuna cosa, né un ragno, né una pietra, né un filo d’erba, poteva vantare diritto di precedenza. L’assoluta visibilità di questi oggetti snaturava la loro familiarità, poiché l’occhio identifica la totalità sulla base di qualche caratteristica o parte, mentre qui nulla era più luminoso di qualcos’altro e nulla era più adombrato, e nella democrazia ottica di paesaggi del genere qualsiasi predilezione è pura bizzarria, e fra un uomo e una roccia si creano parentele impreviste.

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