Close Lobsters – Post Neo Anti (Arte Povera In the Forest Of Symbols)

Close Lobsters

Giulio Tomasi per TRISTE©

Ricordo l’emozione quando nel 2009 furono ripubblicati i singoli dei Close Lobsters nella raccolta “Forever, Until Victory!”.

Insieme all’urgenza di memoria storica dei fan-veterani della golden age C86, forse sono stati i sentimenti di chi come me non ha vissuto in prima persona quella stagione, ma che trasuda un’empatia viscerale con quel microcosmo, a portare gli scozzesi Close Lobsters, nel corso dello scorso decennio, alla decisione di rimpolpare la propria discografia dopo anni di silenzio, prima attraverso uscite brevi per poi arrivare a questo caldo febbraio 2020  con l’attesissimo Lp “Post Neo Anti – Arte Povera In the Forest Of Symbols”.

Alcuni prelibati frutti del nuovo corso erano già apparsi negli ep “Kunstwerk In Spacetime”e “Desires & Signs”,  in altri casi la formazione scozzese ha proceduto dando delle vesti diverse (che se fossero abiti in senso letterale avrebbero certamente le fattezze di anorak) ai due brani “All Compasses Go Wild” e “Johnnie” che comparivano sotto altra nomenclatura nel singolo “Steel Love”, fuori nel 2012 per la venerabile teutonica Firestation Records, e chi conosce certi trascorsi della band sa che non poteva essere altrimenti.

Ma c’è anche tanta carne completamente inedita nel fuoco, posta tutta nel corpo centrale dell’opera, ad esclusione della seconda traccia “The Absent Guest”

Non si cada però nell’errore di considerare l’arco temporale esteso abbracciato dalle composizioni come un qualcosa che possa inficiare l’omogeneità dell’album.

Questa terza uscita lunga nella carriera dei Close Lobsters sembra ricondurre a una precisa missione, riprendere il discorso lì dove si era interrotto sul finire degli 80.
Senza patetici passatismi, ma consapevoli che per l’aver apposto il proprio nome nella storia del pop più oscuro il prezzo da pagare sono certe rughe, i nostri ne sono al corrente e affrontano il tutto con disarmante disinvoltura.

I suoni non saranno quelli appartenenti agli headliner dei festival più in voga, ma in termini di schiettezza appagano sempre.

Perché come cantavano dall’altra parte del border i coevi colleghi Chesterfields “Who comes to save you, They’ve come to break your heart , Who comes to save you, They’ve got, electric guitars in their hearts”.

 

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