Childish Gambino – 3.15.20

Childish-Gambino-3.15.20

Carlotta Corsi per TRISTE©

Vivo molto confusa.

Vivo molto confusa, come la maggior parte di noi. Sono giorni di smarrimento che passeranno alla storia e che, allo stesso tempo, vogliono essere dimenticati il prima possibile.

A metà Marzo cercavo disperatamente una risposta fisiologica quotidiana in questo mare di noia.
Lo stimolo è arrivato prontamente come un elettroshock da Childish Gambino. “03.15.2020” è il suo quarto lavoro, reso gratuitamente disponibile sul suo sito per circa un’ora, prima di cancellarlo e farlo sparire completamente dai radar (per poi riapparire, in forma più canonica solo qualche giorno dopo , n.d.r.).
Che classe.

Non mentirò, non l’ho ascoltato subito.
Ero piacevolmente stupita, ma non riuscivo in alcun modo a rientrare completamente in contatto con il mondo esterno che, a quanto pare, continuava a girare e funzionare nonostante io fossi bloccata nei miei pensieri.

Why would we ever change?
Planets never see a day that isn’t towards the Sun

(Why go to the party)

Alla fine mi sono decisa a indossare le cuffie, ho avviato il disco e Warlords e Little Foot  (su varie piattaforme i titoli corrispondono solo al minutaggio progressivo dei brani, n.d.r.) mi si sono presentate: ci tengo a percorrere l’album passo dopo passo, una canzone dopo l’altra, poiché trovo che questo disco sia stato spedito nel mondo in un momento storico preciso con un compito ed è giusto provare a capirlo fino in fondo.

Eppure non è stato subito facile per me: le prime due tracce rimangono poco chiare, sia come intenzione, sia nei suoni e nella vastità di volumi, ma non escluderei che lo smarrimento iniziale sia dovuto allo stato generale di caos nel quale tutto questo sta cercando di prendere posto nel mio cervello.

Why go to the Party e Violence sono finalmente brani dei quali sento di aver afferrato qualcosa e in modo chiaro e lampante.
Si respira il legame con il disco precedente, “Awaken, My Love”, e con il tema generale affrontato nel brano di This is America, ossia la violenza esercitata da tempo immemore da parte dai caucasici americani nei confronti degli afroamericani, sia in termini culturali sia per quello che riguarda l’abuso di armi da fuoco – un problema sempre più scottante negli Stati Uniti – come soluzione assoluta ad ogni problema, esattamente come sta succedendo in questi giorni con il dilagare del Covid19.

Mentre ascolto l’ottava canzone Algorhythm, capisco che non solo questo album è a mani basse il disco dell’anno, ma il disco simbolo di questo decennio.
Una critica cruda e pungente di come in questo mondo viviamo costruendoci una vita su avatar personalizzati.
Da questo punto avviene, in termini musicali, una “rottura” rispetto ai suoni che avevamo ascoltato fino ad ora: tonalità soul e R&B piuttosto morbide vengono disturbate da suoni più elettronici, psichedelici e evidenti distorsioni, a rimarcare il tema della depersonalizzazione.
Ecco che assistiamo alla creazione di un mondo distopico secondo Glover.

Thank you conclude questo piccolo capolavoro con una ballata d’amore un po’ amarognola.
Ma è così che viviamo, in questa costante di incertezza, di amore ricevuto e mai restituito in egual modo.

Thank you, Glover, ci hai restituito qualcosa perché fossimo in grado di fare lo stesso gli uni con gli altri? Terrò a mente di svegliarmi ogni giorno per poter essere in grado di apprezzare tutto ciò che abbiamo sempre offuscato avendo la violenta presunzione di essere qualcosa di invincibile e imperturbabile come unica risposta al nostro senso di smarrimento.

Non lo dimenticherò. Grazie.

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