Matt Elliott – Farewell To All We Know

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Peppe Trotta per TRISTE©

Percorrere gli stessi sentieri e trovare ogni volta, punti di vista inediti, luci differenti, sfumature mai percepite. Un inatteso stupore contraddistingue ancora, dopo molti anni, le mie continue escursioni nel paesaggio etneo, instancabile peregrinazione tra alberi e rocce da cui si irradia al tempo stesso un senso di sacra immutabilità e di lenta, infinita mutazione. Un viaggio sensoriale senza meta e senza scopo che mi ricorda costantemente quanto in fondo la nostra esistenza sia fragile e fugace.

Un andare silente, un perdersi nella maestosità della natura a cui prepotentemente mi rimanda lo splendido dipinto della catanese Samantha Torrisi, che interamente satura la copertina del nuovo lavoro di Matt Elliott riecheggiando perfettamente l’atmosfera delicatamente malinconica che si sprigiona dalle sue trame risonanti.

Ottavo disco di un percorso artistico contraddistinto da una visione coerente, ma mai incline alla mera reiterazione, “Farewell To All We Know” si nutre di tutto l’oscuro immaginario che fin dai suoi esordi permea l’universo del musicista di Bristol, riproponendolo sotto forma di ispirati tracciati dal sapore agrodolce, contraddistinti da una raggiunta maturità compositiva già evidente nell’ottimo “The Calm Before”. Una scrittura viscerale, ancora incentrata sull’enfasi dei fraseggi della chitarra e sul canto caldo di una voce sempre più profonda, combinazione che trova sapiente espansione attraverso l’abituale contributo di David Chalmin e a cui si aggiunge il suono struggente del violoncello di Gaspar Claus e le discrete linee di basso di Jeff Hallam.

Incorniciati tra la spettrale “What Once Was Hope”,che immediatamente ci introduce in questo universo di fitte ombre, e la parziale schiarita della cullante “The Worst Is Over”, ritroviamo incastrate tenebrose derive dall’umore cangiante che si spostano tra la tesa progressione intrisa di echi ispanici di “Guidance Is Internal” e la disarmante desolazione di “Hating The Player, Hating The Game”, l’irruente scorrere di “Can’t find Undo” e l’atmosferica disgregazione di “Crisis Apparition”.

Un susseguirsi tumultuoso di sospesi stati d’animo plasmati con tocco sapiente da un artista che sa trarre nuova linfa dal suo sentire senza la necessità di stravolgere il proprio linguaggio, affidandosi allo scorrere del tempo per trovare una nuova, accresciuta intensità con cui dipingere i suoi dolenti paesaggi emozionali.

 

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