Revolutionary Army Of The Infant Jesus – Songs Of Yearning

cover

Francesco Amoroso per TRISTE©

In questi “strani” giorni, mi capita spesso di chiedermi se coloro i quali hanno fede (in una qualsiasi entità superiore) siano riusciti, in qualche modo, a comprendere meglio di me, povero materialista, la situazione che, nostro malgrado, stiamo affrontando tutti insieme, uomini pii ed empi, bigotti e atei, agnostici e timorati di dio.

Mi domando, ancor più di frequente (e lo faccio, con più o meno assiduità, da ben prima che il coronavirus irrompesse prepotentemente nelle nostre vite e nei nostri pensieri quotidiani), se sia di conforto avere qualcosa in cui credere fermamente, avere un complesso di regole che plasmano e informano ogni momento della nostra giornata, dettando i ritmi e dando uno scopo preciso alla nostra esistenza.
Giungo, perfino, nei momenti di scoraggiamento, a invidiare coloro che hanno il conforto di una fede (religiosa, ma non solo) e a sperare di riuscire a vedere anche io al di là del mio piccolo mondo fatto di pura materia e razionalità.

Probabilmente per raggiungere una qualche forma di spiritualità occorrerebbe qualcosa di più di questo sentimento corrivo e meschino.
Ma se il mio approdo alla fede e alla spiritualità è più improbabile della possibilità di rivedere un concerto dal vivo prima dell’estate, riesco comunque a trovare conforto nella musica che, in fin dei conti, è una delle mie poche relazioni intime con l’immateriale (mi viene in mente l’amore per la mia famiglia, ma temo che anche in quello, per quanto puro, ci siano implicazioni più terrene).

Non poteva, così, giungere in un momento migliore “Songs Of Yearning”, il quarto album dei Revolutionary Army Of The Infant Jesus, l’ensemble di Liverpool il cui nome è un riferimento diretto al gruppo terroristico del film di Luis Buñuel “L’Oscuro Oggetto del Desiderio”.
Il loro primo album, The Gift of Tears, è uscito nel 1987 e, nel corso di 33 anni hanno pubblicato solo tre album, l’ultimo dei quali, “Beauty Will Save The World”, del 2015, “Beauty Will Save The World”, è un’opera di austera e immensa bellezza.

La loro musica, composta da un collettivo mutevole di musicisti che ruotano attorno ai tre membri fissi Paul Boyce, Leslie Hampson e Jon Egan (quest’ultimo ha abbandonato il progetto proprio appena dopo l’uscita del nuovo lavoro), include sonorità estatiche e trasognate, miscela folk (che altri definirebbero apocalittico) e musica sacra, voci eteree e canti ortodossi (a volte cantati in lingua),  field recordings, campionamenti di film e ritmiche incalzanti, delicata strumentazione acustica e rarefatti paesaggi sonori ambientali.

Songs of Yearning, (accompagnato da una magnifica raccolta in edizione limitata, Nocturnes, composta da 11 brani mai editi su album, compreso l’ultimo singolo “Carry The Sun”, due minuti di pop luminoso e sognante) non si allontana dai canoni sonori della band, pur risultando più immediato e, se possibile, ancora più spirituale e mistico dell’usuale.
Non è affatto un caso, quindi, che tra i brani si trovino titoli come “Ave Maria”, “Vespers”, “Miserere”, “O Nata Lux”, “Prayer” o “Kontaktion (for St Maria Skobtsova)” (il Kontaktion è un breve inno tipico della Chiesa Cristiano-Ortodossa).

E se cercare di descrivere la musica di RAIJ è sempre stato un compito piuttosto arduo, non tanto perché sia complessa o astratta, quanto per la sua aura mistica e per la distanza con qualsiasi altra offerta musicale contemporanea, tutto ciò che si può dire è che le composizioni, accompagnate da un vasto bagaglio letterario e culturale, con riferimenti a Yeats, Dostoevskij, Tarkovskij e Buñuel, sono per lo più acustiche, influenzate allo stesso modo tanto dai cori  di voci misteriose e celestiali (che, spesso, cantano in una lingua dell’Europa dell’Est) e dal suono delle campane della chiesa Ortodossa (Avatars, Beginnings, Kontaktion), che dal folk occidentale più etereo e trascendente (la title track, Songs Of Yearning, o la sublime Celestine: ascoltatela e se non ne rimarrete commossi vi consiglio di ricorrere a un immediato trapianto di cuore).

Non vorrei, tuttavia, che si incorresse nell’errore di considerare quella dei Revolutionary Army Of The Infant Jesus (hanno perso il “The” iniziale, caduto, come una foglia secca portata via dal vento, nel corso degli anni) musica difficile, oscura o pretenziosa.
Niente di più lontano dal vero: la proposta musicale della band, per quanto possa di primo acchito sembrare impenetrabile, rimane invece sempre profondamente semplice e accessibile (i membri della band sostengono di non essere musicisti abbastanza bravi per creare composizioni più complesse), familiare, luminosa ed edificante, emozionante e intensa, mischiando il sacro e il profano (e trattandoli con la stessa amorevole attenzione)  e affidandosi a più livelli di senso, quasi che, ad ogni ascolto successivo, le loro opere si schiudano, offrendosi a noi, dandoci l’occasione di andare più in profondità nella scoperta del nostro intimo più elevato, più spirituale.

Ascoltando “Songs Of Yearning” e tutta l’opera dei RAIJ, ogni volta, provo due sensazioni antitetiche: da un lato mi sento smarrito e scosso di fronte al suggerimento che esista qualcosa di trascendente, dall’altro ho la inebriante sensazione di essere riuscito a entrare in contatto, seppur fuggevolmente, con qualcosa di assolutamente altro rispetto a quanto i miei sensi razionali siano di solito all’altezza di percepire.

 

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