Stuart Moxham & Louis Philippe – The Devil Laughs

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Francesco Amoroso per TRISTE©

Probabilmente è davvero in gran parte merito di Kurt Cobain se “Colossal Youth”, l’unico album dei gallesi Young Marble Giants, è oramai diventato un classico di culto del primissimo post punk.

Io mi vanto di conoscerlo e amarlo da ben prima che ne parlasse lo sfortunato idolo di Seattle, ma ciò che è certo è che la devozione e la riverenza tributate a quell’album e l’enorme considerazione per i suoi artefici principali, il chitarrista e compositore Stuart Moxham e la cantante Alison Statton (il terzo era il bassista, fratello di Stuart, Philip), sono ampiamente meritate e, anzi, la loro importanza e influenza è da troppi sottovalutata.

Purtroppo non può dirsi altrettanto della “carriera” successiva dei due musicisti che, forse anche frenati dal loro colossale riserbo, si è sviluppata in sordina, tra lunghe pause e album dal budget ridottissimo, ma non per questo meno pregevoli.

Registrato “qualche anno fa” (non è dato di sapere quando esattamente), “The Devil Laughs”, l’ultimo – per ora, speriamo – capitolo di questa schiva epopea musicale vede Stuart in compagnia di un musicista e arrangiatore francese che, a su volta, ha fatto la storia della musica indipendente degli ultimi 40 anni: Louis Philippe.

Louis Philippe, per chi non lo sapesse, è l’artefice degli arrangiamenti indimenticabili e straordinariamente originali di una serie di album dell’etichetta di culto Él records e l’autore di molti lavori a proprio nome che si ispirano agli anni ’60 e alle delizie pop di Brian Wilson e Burt Bacharach.

L’accostamento tra due musicisti dal background così differente – il primo votato a un minimalismo essenziale e disadorno – il secondo la cui musica va dal bubblegum pop al pop sofisticato e sinfonico (con influenze jazz, soul, bossa nova e chi più ne ha più ne metta), potrebbe sembrare a prima vista azzardato, eppure il duo aveva già collaborato in un album del 2007 e ha suonato più volte dal vivo insieme, accomunato dalla comune passione per la melodia e per il basso profilo e l’understatement.

“The Devil Laughs” è un album rilassato e dalla bellezza serafica, un lavoro del tutto fuori dal suo tempo, così come lo era “Colossal Youth” nel 1980: è un’opera totalmente inclassificabile e lontana dai clamori del rock, eppure non potrebbe mai essere definita pop nel vero senso della parola, proprio per la mancanza di lustrini, effettacci, ritmiche insolenti e ritornelli ammiccanti.
La sua fulgida suggestione è sottile, si insinua sotto pelle, ma non è mediata: è riscontrabile al primo incontro, nonostante la sua natura schiva.

Le influenze sono disparate e i due musicisti si integrano alla perfezione, facendo tesoro del loro diverso background musicale e portando con loro una messe di sonorità che spaziano dalla chanson al folk rock, dal jazz alla new wave.

La traccia di apertura, “Tidy Away”, sembra un brano dei Young Marble Giants, se solo la band non si fosse sciolta dopo un solo album e avesse avuto l’opportunità di maturare.
E’ una canzone dal ritornello elegante e indimenticabile, che meriterebbe un successo su larga scala e dovrebbe essere ascoltata attraverso le radio sulle spiagge e nelle case di tutto il mondo.
“Day Must Come” ( così come la successiva “Untitled #2”) ha un suono di organo che richiama il successivo progetto di Moxham (The Gist), ma la meravigliosa struttura pop e i vocalizzi di sottofondo rendono l’insieme leggiadro e freschissimo.
“Goes Like This” non è da meno, eppure la sua struttura è semplicissima: sono la classe e il talento dei due musicisti a renderla imprescindibile.

La title track è una canzone ben più ricca ed elaborata e, piuttosto che perdersi nelle sue mille influenze e nei suoi richiami più o meno espliciti, sarebbe opportuno rilassarsi e godersela fino all’ultima nota.
La malinconica “Sky Over Water”, incentrata sulle voci che cantano all’unisono, è un momento più riflessivo e pieno di pathos, con un verso, “years have gone by without trace“, che è al tempo stesso una laconica constatazione e un sommesso lamento.
“FIghting To Lose”, invece, è puro sixties folk e, inevitabilmente, mi spezza il cuore, mentre “Come to Me Nancy”, con le sue eleganti linee vocali, la chitarra sommessa e l’organo sapiente, me lo strapazza e lo riduce definitivamente in poltiglia.

“Head In A Song” e “Singing Out”, rallentano ancora di più i ritmi e il cantato alternato di Stuart e Louis funziona alla perfezione, chiudendo, ancora una volta all’insegna di un elegantissimo understatement, un lavoro pressoché perfetto.  

Nel loro modo tipicamente schivo, Stuart Moxham e Louis Philippe si congedano senza aver fatto proclami e il silenzio che segue le loro canzoni sembra quasi una nuova traccia dell’album, quella inserita alla fine per meditare e assaporare, senza fretta, tutte le delizie precedenti.
“The Devil Laughs” è un lavoro di rara bellezza, complesso, eppure di una semplicità disarmante.

Che proviate a superare le difficoltà di questa prima parte dell’anno funesto passeggiando tra i monti, ritirandovi in campagna o facendo un corroborante lungo bagno, potrebbe essere proprio questo album la vera panacea di tutti i vostri mali.

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