André Salvador and the Von Kings – André Salvador and the Von Kings

Francesco Amoroso per TRISTE©

Se qualcuno, per tentare di invogliarvi all’ascolto di un nuovo artista, vi dicesse che sembra “Elliott Smith che suona con i Super Furry Animals” che cosa fareste?

Le opzioni, dopo un’affermazione del genere, sono solo due: la prima, comprensibile, è quella di guardare l’interlocutore con sguardo beffardo e incredulo, mandarlo bonariamente a quel paese e rispondergli che andate a casa ad ascoltare un artista che sembra “Ian Curtis che suona con gli Abba”.
La seconda, soprattutto se l’interlocutore è una persona fidata, è quella di correre davvero a casa e provare ad ascoltare con le vostre orecchie questo prodigioso ibrido.

E’ esattamente quello che ho fatto io, quando ho cominciato a leggere qualcosa in rete su André Salvador & The Von Kings, anche perché me li consigliava la Last Night From Glasgow, etichetta scozzese che ho imparato ad amare e della quale comincio a fidarmi quasi alla cieca.

A questo punto, però, direte voi: “Ma, allora? Falla corta! Suona davvero come se Elliott Smith fosse il frontman dei Super Furry Animals? Dobbiamo correre subito tutti a casa e ascoltare questo prodigio?”
La risposta immediata all’ultima domanda è senza dubbio “sì”!
Quanto alla prima, se avrete la pazienza di continuare a leggere, mi permetto di rispondervi in maniera un po’ più articolata, anche perché i paragoni e i riferimenti musicali lasciano sempre un po’ il tempo che trovano.

André Salvador and the Von Kings è il nome scelto da Tim Cheplick, cantautore e polistrumentista stabilitosi da qualche anno a Brooklyn, che scrive canzoni melodiche mirabili, che si muovono leggiadre tra il lo-fi e la psichedelia più delicata.
Nato in Wisconsin ma cresciuto sulla costa orientale, Cheplick ha registrato e pubblicato musica sotto diversi nomi, adottando quello attuale per “Rock and Roll Springtime”, oscuro album autoprodotto nel 2016.
Nel 2017, poi, è uscito “This Is Play”, il primo lavoro nel quale suona anche il batterista Paul Provenzano che, con Cheplick è i The Von Kings.

Dopo aver registrato batteria e chitarra ritmica a Nashville, Cheplick ha lavorato nel suo studio casalingo sullo scheletro dei brani che dovevano andare a comporre l’album e ne ha tirato fuori un lavoro a dir poco sorprendente.
E’ probabilmente grazie a questo approccio che André Salvador And The Von Kings suona così spontaneo e artigianale.
Nel raccontare le sue storie newyorkesi ambientate nei bar e per le strade di quella che è ormai la sua città, Tim ha utilizzato, per arricchire le sonorità dei suoi brani, con parsimonia e perizia pianoforte, tastiere, fiati, archi e cori sommessi, che conferiscono al lavoro (così come fa la foto sbiadita in copertina) una aura vagamente malinconica e nostalgica.
Ne è risultato un’opera nella quale l’aspetto cantautorale prevale, ma che non dimentica affatto il lato più peculiare della proposta artistica di Cheplick.

E, così, tornando al paragone dell’inizio, arriviamo a un abbozzo di risposta: è vero che la somiglianza della voce di Tim, ma soprattutto del modo suo di cantare, con Elliott Smith è davvero impressionante (basterà ascoltare la scarna ballata “Bootlegs” per sentire un brivido correre lungo la schiena), ma l’attitudine dei due artisti è abbastanza diversa: dove Elliott cercava la melodia perfetta (soprattutto nei suoi ultimi lavori) con arrangiamenti spesso elaborati e ricchissimi, Cheplick predilige creare, con una strumentazione ridotta spesso all’osso, un’atmosfera. Dove Smith era quietamente disperato, Cheplick sembra essere (molto) quietamente euforico. Tuttavia le similitudini sono innegabili.

E i Super Furry Animals? A essere sincero il paragone mi pare un po’ forzato, ma nelle scelte di André Salvador And The Von Kings, c’è senza dubbio, quella voglia di sperimentare soluzioni sonore non scontate e quel piglio sanamente scanzonato e retrò che caratterizzava alcune delle cose migliori dei grandissimi gallesi (le tastiere vintage di “Smething Nice” o l’intro di “Pagan Prayers” non mentono).

Forse più vicine, come sonorità, ai Camper Van Beethoven più pacati o ai Big Star (si ascoltino “I Love you (don’t Laugh)”, “Season In Hell” o “Joanne”), le dodici canzoni di “André Salvador And The Von Kings” offrono un approccio che riesce ad essere nuovo, assolutamente moderno eppure non astruso o spiazzante. Suoni noti e amati che si combinano formando melodie mai scontate.
E così riff prettamente rock’n’roll, si alternano a delicatezze acustiche, passaggi ipnotici e quasi orchestrali sono seguiti da interludi spogli in un originale e confortante dipinto sonoro.

Tra focose lettere d’amore (Runaway Schemes) e sussurrati addii (Pagan Prayers), improvvise ventate di ottimismo (Something Nice), malinconie post sbronza – ma di dolcezza ultraterrena – (Angel), elucubrazioni filosofiche (Second Sight), tuffi nel passato (Bootlegs, uno dei brani più belli dell’album) e relazioni complesse (Joanne) si giunge all’ultima composizione, “Point Of Tears, magnifica druggy ballad nella quale Tim si chiede se, invece che rifuggire le emozioni, sarebbe più opportuno lasciarsi andare e vivere sempre sull’orlo delle lacrime.

Io, personalmente, non ho alcun dubbio.
E, ogni volta che rimetto sul piatto André Salvador And The Von Kings (è uscito suolo in vinile e mi sono dovuto adattare), mi preparo a fare un giro su un ottovolante, dove il tempo e lo spazio non sono vincolati dalle leggi della fisica, che mi farà toccare le vette più elevate e sprofondare negli abissi più oscuri, e mi porterà, alla fine, inevitabilmente, sul punto di piangere.

(Sì, lo ammetto, Elliott mi torna in mente molto spesso, mentre ascolto l’album, ma, a dirla tutta, mi sembra tutto fuorché un difetto).

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