Boy Pablo – Wachito Rico

Carlotta Corsi per TRISTE©

Sto giocando a questo videogioco e sono anche piuttosto bravina.
Da piccola facevo schifo. Mi sono chiesta cosa sia cambiato da allora.
Vabbè insomma, c’è questo tizio che deve arrampicarsi su una parete fatta di blocchi.
Ogni notte quando si addormenta e inizia ad avere questi incubi, se cade muore anche nella vita reale.

Io di incubi ne faccio davvero tanti e quando mi hanno regalato questo gioco ho pensato che in un qualche modo se avessi superato le sfide avrei potuto finalmente sognare mucche e maialini.
La storia dietro il videogame è avvincente e ha a che fare con tradimenti e relazioni, quelle tra adulti che, diciamocelo francamente, sono molto meno spensierate rispetto a quelle che si avevano da ragazzini.

Io non ho dei ricordi di amori adolescenziali, ho avuto la mia prima storia importante a 19 anni e non è stata l’esperienza migliore che mi augurassi, ma con Boy Pablo e il suo ultimo album Wachito Rico, mi sembra di tornare indietro ad un tempo che non ho mai davvero vissuto.

Se vi va di togliere un po’ di grigiore a questo brutto momento, questo disco è quel che fa per voi, sia che se la vostra vita sentimentale sia piena di fiorellini che di cerotti, soprattutto perché questo gruppo di tempi grigi ne sa qualcosa: dalla fredda Bergen in Norvegia, Nicolás Muñoz, classe ‘98 di origine cilena ha messo in piedi questo gruppo con alcuni dei suoi amici di scuola più cari, fondando anche una sua label con i soldi della borsa di studio del Bergenfest.

Lui stesso ha dichiarato in un intervista “dobbiamo trovare un modo per essere felici“. Immergersi in questo pop dai rimandi “MacdeMarchiani” ma molto più anni 80 e souleggiante (come in Yellow Days) è stato molto facile, soprattutto perché la band circola già da ben tre anni ed è da subito un mix esplosivo.

Si sentono tutti i ventun’anni del loro autore in questo album, ( I ❤ u) ci sono parole per un amore durato poco più di qualche mese, ma che sembrava sarebbe durato tutta la vita, (Come Home) per un paio di baffi che farebbero davvero un sacco figo se crescessero (Mustache) e per altri pensieri innocentemente ottimisti (Nowadays).

Se davvero penso a cosa è cambiato da quando non riuscivo nemmeno a tenere in mano nel modo giusto un pad, credo che sia l’esperienza e le innumerevoli vite perse tendando di raggiungere qualcosa.
Come una sottospecie di memoria interna che ti fa ricordare senza pensarci troppo, quali tasti schiacciare.
(Questa poi, l’ho proprio rubata al mio ragazzo del ‘98, quello che mi regala i giochi per vedermi meno grigia).

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