Winds – Look at The Sky

Francesco Giordani per TRISTE©

Poco so e altrettanto poco sono riuscito a scoprire sui Winds, vuoi perché con un nome così inimicarsi gli algoritmi di Google è davvero uno schiocco di dita vuoi anche perché in pochissimi sinora ne hanno scritto.

Eppure mi è bastato un singolo brano (peraltro condiviso in prima battuta su queste stesse pagine, sponda Facebook) a farmi annusare un distinto profumo di grandezza.
The Way You Feel, con quel suo riff sciolto in mossa grafia Girls (spero di cuore non li abbiate dimenticati…), grazie anche al fatale innesco di uno spudorato quanto felicissimo ritornello in falsetto, è una canzone semplicemente perfetta, una hit neo-psych-pop fatta e finita che, in altre epoche, avrebbe rubato scena e classifiche (nonché milionarie sonorizzazioni pubblicitarie) a Empire of The Sun o MGMT senza grossa fatica.
Non vivevo una folgorazione così istantanea dai tempi di The Look dei Metronomy ed è tutto dire.

Dietro la sigla Winds si celano i chicagoani (ma californiani d’adozione) Newton Pritchett e John Zabawa, già artista visuale, più Glenn Brigman e Brendan Peleo-Lazar, tutti già attivi in altri progetti (Triptides, Lucille Furs) in orbita psych.
Il loro debutto, registrato a Joshua Tree, esce per l’etichetta della cantautrice Lia Ices, Natural Music, e mesce al suo interno l’acre succo musicale di vendemmie multiple, perlopiù irrorate da arie West Coast, che vanno dalla neo-psichedelia di Tame Impala, Ariel Pink, Pond o Allah-Las al soul onirico degli Unkwon Mortal Orchestra.

Manipolando abilmente i cromatismi della suddetta tavolozza gli americani fanno sbocciare dal loro ispirato pennello invenzioni di acume e bellezza non trascurabili: lo sciamanico litaniare della smagata The King of Dreams affonda le narici inebriate nelle essenze floreali (alla maniera neo-barocca di Love, Beach Boys e Zombies) di Night Market, Don’t Fall Apart, Time We Take e Return on The Jive, per poi magnificarsi alla luce pulsante di Don’t Make Me Choose, che è un po’ la Dancing in the Moonlight della partita.
La sigla di congedo dell’eponima Winds cala infine il suo mesmerico drappo di particelle danzanti su quello che si è ormai imposto alle orecchie come un dolcissimo saggio di (psico)magia sonora.

A parer di chi scrive, e per quel che vale, assieme a On All Fours delle Goat Girl, è questo Look at The Sky una delle punte psichedeliche più alte di questo 2021. La mia personale speranza è che in molti se ne accorgano.

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