Will Stratton – The Changing Wilderness

Francesco Amoroso  per TRISTE©

If you listen closer than you ever have before
With renewed attention, the kind hard to ignore
In between the signal and the gulf of present noise
Maybe there’s a sign, maybe there’s a sign
Maybe there’s a sign we can’t avoid

Mi domando spesso quale sia il senso del mio attuale rapporto con la musica, quando questo rapporto – che ho con lei da almeno 35 anni (ma, probabilmente, in maniera meno cosciente, da tutta la vita, visto che ho ricordi vividi che coinvolgono la musica che risalgono alla mia primissima infanzia) – sia cambiato e come sia cambiato.

Con tutta la musica nuova che ascolto ogni giorno, come posso ancora godermela? Come posso creare con le uscite attuali lo stesso legame che ho con quelle del mio passato, più o meno recente, quando i “dischi” di allora li ascoltavo centinaia di volte, approfondendone ogni aspetto, conoscendo vita (morte, qualche volta) e miracoli degli artisti che la suonavano, mentre gli album attuali mi accompagnano spesso per pochi giorni, qualche mese al massimo, e spesso li ascolto distrattamente, sommersi dai suoni e dai rumori della quotidianità?

In realtà mi rendo conto che, seppure a livello emotivo (passionale, oserei dire) l’esperienza sia difficilmente totalizzante come accadeva qualche decennio fa, provo ancora un immenso piacere dall’esperienza di ascoltare novità discografiche.
Credo che sia proprio lo scrivere di musica ciò che mi permette di mantenere con lei un rapporto stretto, un’intimità profonda con i suoni e con le parole.
Quando un lavoro o un artista mi colpiscono, mi devo immergere nel suo ascolto e ci vogliono numerosi ascolti approfonditi prima che mi decida a scriverne e consigliarlo.

Il mio rapporto con la musica si è lentamente trasformato da una contemplazione silenziosa (e, in qualche caso, adorante) in una sorta di conversazione con la persona che c’è dietro, nel tentativo di penetrare all’interno delle opere per poterle condividere (con 5 o 5.000 persone cambia poco).
E queste semplici parole (banali, forse, ma sempre sentite) sono, così, il frutto e al contempo lo scopo stesso di questa conversazione.
È il minimo, sento, che posso fare per ringraziare l’artista che ha deciso di condividere con me il proprio intimo, le proprie convinzioni, le proprie sensazioni, la propria sensibilità.
Ma non solo: ho bisogno, quasi fisico, di condividere tutte queste voci e questi suoni che sono la colonna sonora alla mia vita quotidiana, perché sento che se non lo facessi, improvvisamente, perderebbero per me molto del loro significato. E allora mi mancherebbe l’aria.

Will Stratton è un artista con cui ho da molto tempo un legame molto forte (rafforzato anche dall’occasione di una coinvolgente intervista qualche anno fa).
The Changing Wilderness, il suo settimo album, non fa altro che rafforzare questo legame grazie a dieci canzoni così ammalianti ed evocative che qualsiasi confronto con musicisti e sonorità del passato finisce per essere del tutto irrilevante. Se le radici del suo suono (e del suo modo di cantare), infatti, si possono senza dubbio ritrovare in Nick Drake (e nei suoi emuli e adepti contemporanei) la bellezza dolorosa delle sue composizioni le eleva e le rende uniche e personali.

Registrato e mixato dallo stesso Stratton nel suo studio casalingo, fuori New York, The Changing Wilderness, con i suoi arrangiamenti misuratissimi, permette a Will di aprirsi verso l’esterno, di passare dall’introspezione all’osservazione del mondo, di riflettere più sui problemi e le incertezze della società che sui propri tormenti personali, anzi di prendere il personale ed elevarlo a esperienza comune.

Tokens, che apre magnificamente l’album, è, così, una riflessione universale sulla natura dell’amore (Love, you had me after a fire/ You gave me some air and you took me away/ Love, I was the head of your choir/ You taught me the songs and I learned how to play/ Love, the ways that we change over time/ Don’t alter the rules or reset the game), caratterizzata da un serico gerpicking acustico e arricchito dalla sempre puntuale chitarra elettrica di Ben Sereten e da caldi accordi di pianoforte, ma il suo tono delicato non è il registro più presente in questo lavoro: The Changing Wilderness è, spesso, una faccenda ben più oscura.

Stratton si interroga sullo stato dell’America di oggi (di ieri, speriamo).
E non sembra particolarmente soddisfatto: Black Hole descrive con toni spesso molto amari e decisi una ben specifica declinazione del fascismo moderno (You’re a living black hole, a lesion in the bone/ You’re a shivering child denying he’s alone/ You’re the worst thing I’ve seen, a famine of the mind/ You’re a new disease; there’s nothing of your kind/ You’re a masochist’s joke that’s turning tragic halfway through) e Infertile Air racconta con semplicità e straziante potenza l’indicibile dolore degli immigrati separati dai loro figli sotto il regime di Trump (When you tore them from her breast/ And you drove home in your car/ Did you think you’d get to rest/ Without denying who you are/ You said you’d clean them from the road/ But when she asked where they had gone/ You said she didn’t need to know).

Naturalmente non mancano passaggi più introspettivi e intimi: When I’ve Been Born (I’ll Love You) è una canzone d’amore diretta e commovente nella sua semplicità (Call me sentimental, there was a time I’d mind/ But that time’s a memory lingering long behind/ Afraid to be my father like it was some mistake/ Rather than a byway that takes some time to take) – eppure anche qui l’eco dei timori per ciò che accade intorno si fa sentire (If the fascists win, I’ll love you) – The Rain è semplicemente un brano folk dalla bellezza abbacinante e mozzafiato e River of Steel potrebbe essere il vertice di qualsiasi album di alt-folk contemporaneo, mentre Stillness è una riflessione, quasi coheniana, sulla vita e sulla necessità di affrontare la realtà (The window’s getting darker but the light keeps getting in).

The Changing Wilderness è un disco che rispecchia in pieno il suo autore: timido e riservato, profondo e affascinate, caratterizzato da un understatement che permette a ogni brano di essere una piccola rivelazione, calda, avvolgente e significativa.

Queste semplici parole (banali, forse, ma sempre sentite) sono il frutto e al contempo lo scopo stesso di questa conversazione (la ripetizione della frase è voluta, n.d.r.). Scrivendole ho imparato a fare mio e ad amare ancor di più questo lavoro e, mi auguro, a consigliarvelo senza riserve e con il cuore in mano.

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