Karen Peris – A Song Is Way Above The Lawn

Francesco Amoroso per TRISTE©

I like that it’s possible to re-travel some of the wide open expanse of childhood imagination and wonder. The thing is, I don’t really feel that far away from those places even now, and I’m sure that’s a universal thought. The moments I’m telling about in the songs, and the wonder and the curiosity – I still feel so much of it, just as anyone does. I didn’t want to be an adult saying to a child, This is how you feel. It’s more like saying, just as a person talking with another person, Isn’t this how we all feel, and isn’t that a mystery of life, too, that we are all so connected?
(Karen Peris on “a song is way above the lawn”)

Quando si scrive di musica da una prospettiva molto personale e lo si fa per tanti anni, si finisce per ripetersi e per non avere più molto da dire. A quel punto le scelte dovrebbero essere, obbligatoriamente, due: o smettere di scrivere (e sarebbe, probabilmente, la scelta più saggia) oppure provare a scrivere in maniera più oggettiva, a concentrarsi sulla proposta musicale più che sulle sensazioni che essa suscita.

Temo, tuttavia, che per smettere di essere un semplice appassionato che sente il bisogno di raccontare i propri amori musicali e diventare a tutti gli effetti un critico musicale, sia necessario un bagaglio culturale e tecnico che sono in pochissimi a possedere davvero e, soprattutto, si debba avere la capacità di tenersi a congrua distanza dal soggetto esaminato.
Bagagli culturali e distacco che mi mancano del tutto, se devo essere sincero.

Ascoltando la voce di Karen Peris e il suo ultimo lavoro solista (il secondo in carriera non a nome The Innocence Mission), queste mancanze e questa incapacità mi sembrano ancora più evidente del solito.
Infatti, anche a rischio di ripetermi e di parlare di cose che interessano solo me, non posso fare a meno di confessare quanto la musica dell’artista della Pennsylvania mi commuova a ogni ascolto e di rilevare quanto le parole che ha usato per presentare l’album (e che ho riportato più sopra) risuonino in me come una sorta di epifania.
L’idea che sia possibile, attraverso la musica, rivivere e ricordare la meraviglia e lo stupore dell’infanzia, la certezza che, in fondo, nessuno di noi si sia davvero mai del tutto allontanato da quelle sensazioni neanche in età adulta e che tutto ciò sia un modo di sentire comune, sono concetti che mi riempiono della gioia e dell’emozione che si provano solo quando si è messi di fronte all’evidenza della condivisione, quando ci si rende conto di non essere soli.

Si stenta a credere che le dieci canzoni che compongono l’album siano state scritte in un periodo di ben sette anni: si tratta di brani dalla disarmante semplicità, che sembrano concepiti sul momento, in un impeto creativo unico e privo di alcuna mediazione.
La voce Karen Peris riesce a smuovere qualcosa nei recessi del nostro animo a ogni passaggio e la sua delicata vena poetica è favorita dal suono del pianoforte, centrale in gran parte dell’album.
Come accade per l’infanzia, tuttavia, l’apparente semplicità di queste composizioni nasconde – come nella tradizione della band “madre” – arrangiamenti sobri e scelte sonore discrete ma accuratamente ponderate e la ricca strumentazione, quasi cameristica, fatta di organo, fisarmonica, chitarre acustiche e chitarre elettriche (ascoltate il magnifico singolo I Would Sing Along), esalta la voce delicata e angelica di Karen.
Con l’aiuto del marito Don Peris, che suona batteria e contrabbasso, del figlio e della figlia, che contribuiscono con violino e viola a tre canzoni, Karen Peris è riuscita a realizzare un album che, grazie a un’atmosfera sospesa nel tempo e nello spazio, convoglia magnificamente la meraviglia e la curiosità che caratterizza la fanciullezza. Un lavoro, però, che non si pone l’obbiettivo di descrivere o spiegare tali sensazioni, ma di condividerle e renderle universali (“Hey, I see the way you are so kind/ to everyone you come by./ And do you hear me cheering for you now?/ I would sing it out across these grounds:/ you’re a superhero, superhero,/ superhero of mine..” canta in Superhero).

Le canzoni di A Song Is Way Above The Lawn sono di una tenerezza commovente, dovuta senza dubbio alla voce dolce e spirituale della loro interprete (che continua a essere incredibilmente chiara e incontaminata) ma anche al suo poetico e innocente modo di narrare storie ordinarie come se l’opera fosse “un album illustrato, per i bambini o per chiunque possa amare canzoni che parlano di camminare sotto gli alberi in una città, vedere cani dal finestrino di un’auto, leggere, incontrare leoni gentili nella biblioteca pubblica, ascoltare i primi suoni del mattino guardando le stelle, pensando alle giraffe, agli elefanti, e alla bellezza del mondo, alle possibilità racchiuse in un minuscolo momento di una giornata”.

La si potrebbe definire la poesia del quotidiano, per essere banali, eppure non c’è nulla di banale nella capacità di Karen Peris di prendere anche un insignificante momento di una giornata qualsiasi e renderlo memorabile.
In tal senso un brano come This Is a Song in Wintertime è emblematico: racconta, in prima persona, dell’istante in cui, mentre si è in coda all’aperto con la famiglia, inizia a nevicare e tutti coloro che sono in fila cominciano a commentare la neve che cade, creando una connessione immediata tra un gruppo di estranei.
Anche un gesto in apparenza privo di grande importanza, come recarsi in biblioteca, può assumere significati profondi (To The Library) e la possibilità di cogliere i primi suoni della giornata è un motivo di appagamento e conforto (la title-track).

Tutto l’album è così un invito a provare a godere ogni singolo istante della nostra esistenza con l’animo incontaminato della fanciullezza.
E’ un inno, schivo e sublime, alla purezza dell’infanzia e alla vita.

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