Bedouine – Waysides

Francesco Amoroso per TRISTE©

Così è il passato, quasi sempre, qualcosa che non è più e di cui non rimane che una scia di parole“. E di suoni, aggiungerei, forse presuntuosamente, per chiosare le parole che Héctor Abad Faciolince, scrittore colombiano, spende nell’introduzione al suo delizioso Una Poesia In Tasca.
Una scia di parole e suoni è quello che il passato lascia nella mente, soprattutto, di chi non ha una memoria di ferro.
I ricordi passano, ma le sensazioni, il più delle volte, restano, persistenti e pervasive e a volte guardare al passato e riappropriarsene è l’unico modo per poter andare avanti.

Sono certo che Azniv Korkejian, che ha scelto come nome d’arte Bedouine, abbia condiviso questo punto di vista, quando ha deciso di riprendere in mano e infondere nuova vita a una manciata di canzoni che aveva scritto anche prima del suo album d’esordio omonimo del 2017, ma che, per qualche motivo, non aveva mai pubblicato.

Queste canzoni, appunto, sono una scia di parole e suoni che, dal passato, sono riaffiorati alla mente di Azniv, rifugiata nella sua casa di Los Angeles durante il periodo del lockdown, e, alla fine, sono andate a formare Waysides, il terzo lavoro di Bedouine (anche se lei preferisce considerarlo il suo album 2,5).
E’ proprio a causa della sua genesi che Waysides si allontana in maniera abbastanza netta dalle lussureggianti orchestrazioni dell’ambizioso (e riuscitissimo) Bird Songs Of A Killjoy del 2019. Laddove la produzione di Matthew E. White era evidente, seppure non invadente, qui Gus Seyffert opera di sottrazione e il risultato è un album che, pur suonando a tratti quasi scabro, è caratterizzato da sonorità calde e confortevoli.

Come nel suo precedente lavoro, anche stavolta Bedouine ci regala canzoni folk delicate e cupe, eredità diretta di Nick Drake, del Laurel Canyon negli anni ’60, di Joni Mitchell o Vashti Bunyan, che, lungi dall’essere scarsamente originali, riescono, grazie alla sua voce vellutata e fuori dal tempo e a un songwriting sempre ispiratissimo, a sedersi allo stesso tavolo con le illustri composizioni da cui sono state influenzate.

In alcuni casi le ascendenze sono esplicite: il brano di apertura The Solitude nasce come un esercizio di stile basato su una canzone di Joni Mitchell, ma acquista senso e personalità con il suo testo sconsolato (Baby when you’re gone the night’s so quiet/ Dinner table it’s one-sided/ Too many pillows, too big a bed/ Can’t decide where to lay my head) e il suo incedere dai toni country e, allo stesso modo, l’unica cover, presente in chiusura, Songbird dei Fleetwood Mac, riesce nel difficile compito di essere una rilettura sentita e personale, rivaleggiando in fascino e emozione con l’originale.

La capacità di Korkejian di aggiungere calore e armonia a ogni traccia si manifesta lungo l’arco di tutta l’opera: accade nella mesta delicatezza psichedelica di I Don’t Need The Light (“Some days I don’t ever draw the curtains/ I don’t mind a dark afternoon/ And why should I keep from the hurting/ I don’t need the light if I’m not looking at you), nella magnifica It Wasn’t Me (We’ve got nothing/ Got nothing to prove/ As long as there’s nothing/ And there’s nothing/ To lose) con la sua chitarra spagnoleggiante, o in The Wave, che con la sua semplicità strumentale esalta la profondità del testo (Bells of sorrow ring the horizon/ Sky blue sky, burning pink/ Though the fire is silent/ Are you waiting way out there?/ As all I can do is stare/ Out from this island), ma è evidente anche quando le sonorità si fanno più articolate e ambiziose. Come in Forever Everette che parte intima e raccolta per poi crescere fino a trasformarsi in una ballata jazzy piena di passione, o in Sonnet 104, nella quale il lavoro di produzione è più evidente e che si dipana, incantevole e magica, tra armonie vocali, ritmi di valzer e chitarre spagnole.

Waysides, così, conferma tutte le doti di Bedouine, già evidenti nei due capitoli precedenti, dimostrando, qualora ce ne fosse bisogno, come anche un periodo di transizione e incertezza possa essere fonte di grande ispirazione e che fare musica in momenti difficili rimanga una necessità imprescindibile.
E come il passato possa essere, per quanto avvolto tra le nebbie del tempo, musa inesauribile e infallibile.

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