Elbow – Flying Dream 1

Francesco Giordani per TRISTE©

Sono grato agli Elbow. Il semplice sapere che esistono e che pubblicano ancora dischi fatti alla loro maniera -una maniera che per fortuna non cambia, non tenta maldestramente di ammodernarsi o d’inseguire lo scintillio effimero del momentaneo- mi conforta, anzi più precisamente mi rasserena, come sapere che c’è ancora uno strato di Terra dura sotto le mie suole di plastica e, nel medesimo istante, una nuvola a forma d’uccello sopra la mia testa. Oppure, ancora, come sapere che c’è una svolta alla fine del marciapiede che sto percorrendo (con l’ultimo disco degli Elbow in cuffia, sotto il cappello di lana) e che tale svolta mi condurrà di fronte al bar dove mio padre mi attende per un caffè.

Un padre di cui vi ho già parlato e che, come molti uomini della sua età (per approfondire la questione rinvio a quanto scritto dal nostro brillante collega Tiziano), in gioventù è stato dominato da una smodata, a tratti idolatrica, venerazione per i Genesis della prima e migliore fase, ovvero quella progressive propriamente detta. Ecco, anche in questi più recenti Elbow, nel loro sempre sofisticato prog per così dire in absentia -minimi virtuosismi compositivi, zero barocchismi o pomposità ornamentali ma infinita architettura e organizzazione quasi palladiana dello “spazio” sonoro- io continuo a sentir risuonare una sottilissima quanto inafferrabile (talvolta quasi spettralizzata) eco genesisiana, che non smette di riportarmi alla magia bianca del musical box di Gabriel e compagni. Per questa ragione, quando ascolto gli Elbow, quando mi lascio guidare dalla voce calda e pastosa di Guy Garvey, finisco sempre col pensare a mio padre, alle sue estatiche epifanie uditive mentre mi squaderna i prodigi di The Lamb Lies Down on Broadway (album effettivamente stratosferico).

Forse si tratta di una fantasticheria solo mia, visto che la band dichiara di restare fedele ai suoi due feticci fondamentali ovvero i Talk Talk e i Blue Nile. Anche Flying Dream 1 si consacra infatti alla potenza iconica di gesti, movenze e forme che sono il frutto espressivo di una sottrazione, calibrata al millimetro, del superfluo. Come accadeva nei primi due magistrali lavori dei Blue Nile e, specularmente, negli ultimi due, altrettanto indimenticabili, dei Talk Talk, gli Elbow si confermano amanuensi sublimi di quell’arte, tanto complicata quanto necessaria, che è il togliere peso alle cose. Il loro somiglia ad un prog che si è appena destato dal sogno di sé stesso, che di quel sogno conserva un vago sapore sulla punta delle labbra e un ricordo non meno confuso sulla superficie degli occhi. Le migliori composizioni di questo loro nono album (che arriva a venti anni dal già glorioso esordio Asleep in the Back) sono anche tra le migliori del loro catalogo intero. Ascoltate What Am I Without You, ascoltate The Only Raod, soffermatevi sulle splendide Six Words e It is A Bird: giungerete alle mie stesse conclusioni.

Sono infintamente grato agli Elbow perché continuano a regalarci dischi come questo. Allo stesso modo, sono infinitamente grato a mio padre perché mi ha insegnato ad amare dischi come questo.

Ora gli offro un caffè e glielo dico.

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