Richard Dawson & Circle – Henki

Tiziano Casola per TRISTE©

Proprio l’altro ieri mi trovavo ad un incontro con Edoardo Albinati, lo scrittore, che parlava del suo La Scuola Cattolica, il mattone-capolavoro che gli è valso qualche anno fa il premio Strega.
Si trattava di un evento relativo alla giornata internazionale contro la violenza sulle donne, dunque si parlava degli aspetti del romanzo più consoni all’occasione, che poi del libro sono le tematiche portanti.
Queste però, con i motivi per cui mi piace tanto il disco di Richard Dawson con i Circle non c’entrano nulla.
C’entra invece un altro aspetto del romanzo di Albinati, completamente marginale, ma per me essenziale: il momento in cui l’autore, classe 1956, dovendo parlare dei maschi degli anni Settanta, non può non esplicitare l’ossessione della sua generazione per i Genesis e per il progressive rock inglese.

Una malattia tutta europea, forse ancor più italiana, le cui tracce restano ancora onnipresenti nelle case dei sessantenni italiani e nelle bancarelle dei dischi usati. È cosa risaputa che ogni dieci uomini nati a cavallo tra i cinquanta e i sessanta in Italia, almeno sette di questi avranno in casa una copia di Nursery Crime o di Foxtrot, chiaramente nelle edizioni con i testi tradotti in italiano. I restanti due/tre saranno gli ex proprietari delle copie in vendita nelle suddette bancarelle o dove non ti aspetti. Perché le edizioni italiane dei Genesis sono ovunque. Ad esempio, anni fa mi capitò di andare ad una fiera del vinile a Montreal, Canada. Mi aspettavo chissacché e invece, pure là, Genesis, Yes e Gentle Giant ovunque.

Ma perché vi parlo del progressive rock? Perché non riesco a non pensare che Henki di Richard Dawson & Circle ne sia in qualche modo una splendida parodia.

Una parodia affettuosa, sia chiaro, e che mi rende allegro, perché il prog degli anni settanta, da molti tanto odiato, a me fa essenzialmente ridere. Anzi, contro qualunque enciclopedia della musica del Novecento, facciamo che da qui in poi sosterrò la tesi secondo la quale non esiste genere più spensierato, frivolo, se non addirittura demenziale. Al diavolo le canzoni da tre accordi, la leggerezza vera risiede nelle interminabili sinfonie logorroiche di draghi, gnomi e allusioni vittoriane.

Procediamo per riferimenti sparsi.

Per prima cosa mi viene in mente quel romanzo di Jonathan Coe, La banda dei brocchi, in cui la società inglese degli anni Settanta viene riassunta in vari intrecci amicali/amorosi/familiari ambientati in epoca pre-Tatcher. C’è una cosa in quel libro che mi fa sbragare dalle risate: il personaggio di un ragazzino, malato di prog, sin dall’età di tredici anni dedito alla progettazione di una mega sinfonia rock pretenziosamente volta a percorrere l’intera storia dell’umana specie, dalla Creazione al governo laburista di James Callaghan. Peccato che per scrivere il tutto ci metta qualche anno e, tra una cosa e l’altra, nel frattempo si è fatto il 1977. A quel punto, i musicisti designati a studiare il lungo spartito costellato di illustrazioni fantasy nel giro di pochi minuti si scocciano e passano al punk.  In un altro punto del libro, lo stesso ragazzino recensisce un disco degli Yes per un giornalino scolastico. Ovviamente la recensione ruota tutta attorno a presunte abilità sovraumane dei musicisti, al compiacimento per la lunga durata dei pezzi, ma soprattutto a come questi elementi avrebbero aperto chissà quali porte al futuro della creatività umana.

Dai, quanto fa ridere? Ditemi ora: cosa c’è di più spensierato del gioco infantile? E cosa c’è di più infantile della pretenziosità?

Tanti anni fa mi capitò, per puro caso, assieme ad un’amica di dover badare per un po’ ad un bambino di otto/nove anni. Tipetto saccentissimo, che amava definirsi “un cantastorie” e che amava annoiarci con suoi lunghi racconti di cavalieri, draghi, maghi e via dicendo. Chissà quanto si sentiva orgoglioso dei suoi noiosissimi sproloqui epici!

La verità è che non c’è nulla di più infantile della pedanteria. Non lasciatevi ingannare dalla tecnica strumentale sopraffina, quelle cose si imparano solo da ragazzini, gli adulti ‘seri’ vanno a lavorare.
Rock and roll is a teenage sport dice il saggio, e a ragione. Il rock and roll all’adolescenza, il prog all’infanzia. Nello specifico a quella fase dell’infanzia in cui si sa già leggere e scrivere e si ha qualche nozione da sussidiario. L’importante è che la pubertà, con tutti i suoi sconvolgimenti, sia ancora lontana (seppur dietro l’angolo).

Di conseguenza, se volete fare un disco che suoni davvero weird, fate così: mettete da parte la roba ‘stramba’, puntate ad essere i Pink Floyd, anzi, puntate a Mozart. Inventatevi una qualche neolingua, traducete la Bibbia in frasi microtonali e registratele suonate velocissime, pretendete universalità, siate supponenti. Solo i bambini lo fanno davvero. È tutta questione di avere una mente ludica. Poi certo, sei simpatico solo se lo fai apposta, è chiaro.

Perché l’evasione e il cazzeggio sono un diritto. Specie se si tratta di cazzeggio programmatico. Cosa c’è di più bello di uno scherzo goliardico organizzato per mesi ai danni di qualche amico? Cosa c’è di più bello del prodigarsi in qualcosa solo perché fa ridere voi e i vostri amici?  Ve lo dico io: niente. Soprattutto raggiunta un’età in cui tante vocine – da dentro e da fuori – ti spingono ad esistere solo per il lavoro, per l’eventuale futura pensione, ad occuparti dietro una scrivania per tutto il tempo che ti separa dalla morte. Oh, se l’evasione è un diritto, a questo punto che sia totale!

Da sempre vedo un exemplum virtutis nel mio amico Federico, jazzista da conservatorio, ma storicamente sempre indaffarato in progetti musicali-ricreativi di vario tipo.
Tra cui questo gruppo stoner miracoloso, con questo concept album splendido che narrava l’epopea di un polipo in fuga da un acquario, alla scoperta degli abissi. Ecco, dedicare mesi, anni, all’intuizione scema di un momento di cazzeggio per me merita rispetto.

E nel caso di Richard Dawson mi piace immaginare che avvenga la stessa cosa, perché Henki è un disco buffo, ed è giusto che sia così.
Grottesco come lo è la grande tradizione britannica delle stramberie domestiche e degli arcaismi strampalati, dalle illustrazioni William Blake alle caramelle schifose dei film di Harry Potter, passando per le scacchiere viventi del romanzo meno famoso di Lewis Carroll. Un disco nordicamente goffo e umido come i funghi che crescono dopo la pioggia, funghi che magari ti porta in regalo lo stesso zio che custodisce una qualche copia del disco dei King Crimson col faccione rosa. [A proposito: avete mai letto i commenti ai video dei seminari di chitarra di Robert Fripp? Forse il più grande scrigno di comicità del web, lascio a voi l’ebbrezza della scoperta].

Insomma, mi piace l’idea che Richard Dawson la pensi come me. Tra l’altro, se così non fosse, non sarebbe andato a scegliersi come alleati questi simpaticoni finnici dei Circle, che mi pare di capire amino fare la stessa cosa con l’heavy metal.

Morale della favola, non c’è nulla in cui valga la pena impegnarsi più del gioco. Punto. Anzi, più tardi, quasi quasi, metto via il computer e faccio un castello con i mattoncini lego.

https://richardmichaeldawson.bandcamp.com/album/henki

Un pensiero su “Richard Dawson & Circle – Henki

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