Lebenswelt – Unspoken Words

Peppe Trotta per TRISTE©

Una poltrona nell’angolo, libri sparsi in giro, due sedie e pochi dettagli alcuni dei quali stranianti. Attraverso una grande finestra un paesaggio variopinto si riversa in questo interno schivo, vagamente surreale, divenendone preziosa estensione.
Esiste un’analogia profonda tra l’universo poetico di Giampaolo Loffredo e il disegno di Anat Zeligowski scelto per campeggiare sulla copertina del sesto album firmato Lebenswelt, un’assonanza umorale che lega l’opera visiva al contenuto musicale.
Intimismo, ricchezza cromatica e proiezione verso l’esterno sono infatti gli ingredienti base del disco che vede il progetto personale dell’ex Joy of Grief  assumere sempre più la forma di un vero e proprio ensemble.

Sono molti gli artisti chiamati in causa per la realizzazione di Unspoken Words, alcuni – Stephano Stephanowic, Pier Giorgio Storti, Luca Galuppini, Mauro Costagli – già presenti nel precedente Metaphysics Of Entropy.
A questi si aggiungono tra gli altri una serie di nomi illustri – Pall Jenkins (Black Heart Procession, Three MIle Pilot), Richard Adams (Hood, The Declining Winter) e Andrew Richards (Uniform Motion) – coinvolti soprattutto per l’evidente affinità con la dimensione sonora del lavoro.

Non un cambio di rotta quindi, ma l’ampliamento della tavolozza consolidata è l’obiettivo prefissato, cristallizzato in un’elegiaca sequenza narrativa in costante equilibrio tra cantautorato introspettivo e partiture strumentali marcatamente atmosferiche.

Incastonate tra le due parti di A Short History Of Decay, otto istantanee dall’incedere compassato si sviluppano tra dolente spirito slowcore (Gone, Unspoken Words) e improvvisi bagliori post-rock (Keep On Dancing, Crawling) lasciando trapelare a tratti in modo più immediato  – come nel caso degli echi hoodiani  della splendida That Day – le radici da cui la scrittura trae ispirazione.
La reiterazione di melodie agrodolci combinata a diluiti fondali dal sapore ambient su cui si adagia il canto malinconico di Loffredo genera una vischiosa marea emozionale che lentamente trascina in un territorio ammaliante fatto di visioni oblique (Somehow) e movenze dilatate fino a divenire ipnotiche (Shade Of The Water).

Ciò che in particolare colpisce è il modo in cui ogni contributo sia al tempo stesso rilevabile e perfettamente integrato divenendo tassello imprescindibile di un insieme coeso impreziosito da molteplici sfumature.
Semplicemente incantevole.

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