Le firme di TRISTE©: Francesco Amoroso racconta il (suo) 2022

Francesco Amoroso per TRISTE©

Oramai quella del riepilogo di fine anno è per me diventata una sorta di tradizione, che mi sottrae quasi tutto il tempo libero delle brevi vacanze tra Natale e Capodanno, ma che affronto gioiosamente, perché mi permette di chiudere un capitolo della mia storia musicale, prima di aprire il successivo, facendo un po’ d’ordine (almeno nella mia testa).
Il mio, più che una egocentrica “classifica” di fine anno, è un vero e proprio atto d’amore: innanzitutto nei confronti della musica e dei musicisti cui vorrei restituire qualcosa di quello che mi danno, poi verso TRISTE© e, mi auguro lo apprezziate, anche verso i pochi coraggiosi che si sobbarcano la lettura di questo assurdo mattone.
Per il 2022 sono partito con l’idea di fare (come da qualche tempo a questa parte) un lungo elenco dei cento album che ho più amato, anche se mi sono ben presto reso conto, a riprova che quanto detto da più parti circa la particolare prolificità e qualità della musica nell’anno appena trascorso, che, nello scegliere di limitarmi a cento album, ne avrei dovuto lasciare fuori almeno un’altra trentina che mi parevano quasi altrettanto validi. Non credo mi sia mai capitato negli anni precedenti.

Mi rendo conto, però che lo spazio, la pazienza di chi legge e il tempo (mio e vostro) non sono infiniti e, di conseguenza, mi sono imposto di fermarmi anche questa volta a cento.

Senza dubbio i primi cinque/sei che elenco qui sotto (e i primi cinque/sei dell’elenco degli e.p.) sono quelli che ho più profondamente amato, ma ho notato come la qualità sia così elevata che, da lì in poi, tutti i lavori che ho inserito in elenco possano, più o meno, equivalersi (naturalmente nei rispettivi ambiti).
Sono, naturalmente, rimasti fuori alcuni album che ho visto osannati dappertutto (anche in qualche riepilogo di queste pagine): in certi casi si tratta di lavori che, per genere, sono lontani dalle mie corde, in altri di album che non sono riuscito ad ascoltare o ad approfondire adeguatamente, più raramente di album che, nonostante potessero essere di mio gradimento, non hanno fatto breccia nel mio cuore. E, a volte, basta un ascolto nel momento sbagliato o un’uscita in un periodo particolarmente affollato di interessanti novità discografiche perché ciò accada.

Non ho avuto il tempo di fare un riepilogo anche delle raccolte e delle ristampe che ho più apprezzato (e mi sarebbe sembrato di abusare troppo sia del mio che del vostro tempo) ma devo segnalare almeno la straordinaria raccolta dei Butcher Boy, You Had A Kind Face (straordinaria sia per contenuto musicale che per le note che la accompagnano), la raccolta delle sessioni radiofoniche dei grandissimi Broadcast, quella dei singoli dei misconosciuti e bravissimi The Leaf Library (Library Music: Vol. 1), nonché le ristampe di Heavenly Vs. Satan degli Heavenly -la prima tappa di un percorso che vedrà ristampati tutti gli album della imprescindibile band di Amelia Fletcher- e quella (in versione espansa) del ben più recente They Only Wanted Your Soul, mini album dei sempre magnifici The Reds, Pinks & Purples di Glenn Donaldson.

Nel 2021, dopo qualche anno in cui le “classifiche” sembravano sempre più parziali, eterogenee e poco indicative, mi era sembrato che un po’ dappertutto venissero citati alcuni titoli (sui quali, tra l’altro, anche io concordavo) e nel 2022 è successo lo stesso, anche se (probabilmente per la mia pochezza musicale) molti dei lavori di jazz moderno che ormai vanno per la maggiore anche nella bolla dei fruitori di musica indipendente, non mi hanno preso per niente. Però che questo sia l’anno del definitivo affermarsi di questo genere anche tra gli appassionati di “rock” indipendente in mi pare evidente dal fatto che, in qualche modo, questo fa capolino, seppur timidamente, anche nel mio elenco.

Questo lungo riepilogo, così come tutto quello che ho scritto negli ultimi mesi del 2022 lo dedico, con tutto me stesso, a Mimi Parker che ha sempre occupato e sempre occuperà un posto speciale nel mio cuore. Stavolta addobbare l’albero di Natale ascoltando Christmas è stato ancora più commovente del solito.

Le solite avvertenze: 1) in questo lungo elenco ci sono solo album legati alle scene che prediligo e che conosco meglio, quindi non c’è da stupirsi se mancano album osannatissimi ma che, probabilmente, non mi sono neanche preso la briga di ascoltare; 2) cliccando il nome dell’album sarete portati alla recensione (se già presente su TRISTE©) o alla sezione di questo articolo nella quale è presente la recensione, mentre per l’ascolto degli album ho, naturalmente, privilegiato Bandcamp (e inserito l’odiato Spotify solo se necessario); 3) c’è anche un breve elenco degli e.p. e dei mini LP che più mi hanno entusiasmato nell’anno appena trascorso (e si trova qui).
Buona musica e che il nostro e vostro 2023 sia davvero un buon anno (una buona volta)!

I VENTI PIU’ AMATI DEL 2022

Lightning In A Twilight Hour – Overwintering

Weyes Blood – And In The Darkness, Hearts Aglow

Breathless – See Those Colours Fly

Michael Head & The Red Elastic Band – Dear Scott

The Reds, Pinks And Purples – Summer At Land’s End

Fortunato Durutti Marinetti – Memory’s Fool

King Hannah – I’m Not Sorry, I Was Just Being Me

Dry Cleaning – Stumpwork

Flowertown – Half Yesterday

Logan Farmer – A Mold For The Bell

Sophie Jamieson – Choosing

Keeley Forsyth – Limbs

Alliyah Enyo – Echo’s Disintegration

Fontaines D.C. – Skinty Fia

Belle And Sebastian – A Bit Of Previous

Aldous Harding – Warm Chris

Barzin – Voyeurs in The Dark

Horsegirl – Versions Of Modern Performance

Alabaster DePlume – Gold (Go Forward In The Courage Of Your Love)

Field School – When Summer Comes

Gli Altri Ottanta

Alela Diane – Looking Glass

Black Country, New Road – Ants From Up Here

Florist – Florist

Pete Astor – Time On Earth

Big Thief – Dragon New Warm Mountain I Believe In You

Lean Year – Sides

Alvvays – Blue Rev

Shirley Hurt – Shirley Hurt

Indigo Sparke – Hysteria

Honeyglaze – Honeyglaze

Just Mustard – Heart Under

Kristine Leschper – The Opening, Or Closing Of A Door

Modern Nature – Island Of Noise

Angel Olsen – Big Time

Dana Gavanski – When It Comes

Yard Act – The Overload

Marina Allen – Centrifics

Tallies – Patina

The Orchids – Dreaming Kind

Wet Leg – Wet Leg

The Jazz Butcher – The Highest In The Land

Pixy Jones – Bits n Bobs

Suede – Autofiction

Jessie Buckley & Bernard Butler – For All Our Days That Tear The Heart

Lonny – Ex-Voto

Beth Orton – Weather Alive

Jeanines – Don’t Wait For A Sign

Chris Brain – Bound To Rise

The Smile – A Light For Attracting Attention

Bill Callahan – YTI⅃AƎЯ

Caroline – Caroline

Bubble Tea And Cigarettes – There’s Nothing But Pleasure

Elvis Costello – The Boy Named If

The Weather Station – How Is It That I Should Look At The Stars

Momus – Issywoo / Smudger

Let’s Whisper – The In-Between Times

Porridge Radio – Waterslide, Diving Board, Ladder To The Sky

Carla dal Forno – Come Around

Andrew Bird – Inside Problems

Phantom Handshakes – A Passport To Remain

Bruno Bavota & Chantal Acda – A Closer Distance

Johnny Hunter – Want

Kathryn Joseph – For You Who Are The Wronged

Andrew Wasylyk – Hearing The Water Before Seeing The Falls

Small Sur – Attic Room

Rapt – Wayward Faith

C Duncan – Alluvium

Cate Le Bon – Pompeii

The Orielles – Tableau

The Lounge Society – Tired Of Liberty

Babehoven – Light Moving Time

Micah P. Hinson – I Lie To You

Adwaith – Bato Mato

Anne Garner – Dear Unknown

Minru – Liminality

Arny Margret – They Only Talk About The Weather

André Salvador And The Von Kings – Draped Apes

Damien Jurado – Reggae Film Star

Modern Studies – We Are There

Thus Love – Memorial

Sorry – Anywhere But Here

Eerie Wanda – Internal Radio

Living Hour – Someday Is Today

Eve Adams – Metal Bird

The Monochrome Set – Allhallowtide

Emily Fairlight / The Shifting Sand – Sun Casts A Shadow

Northern Portrait – The Swiss Army

Crake – Humans’ Worst Habits

Love, Burns – It Should Have Been Tomorrow

Open To The Sea – Tales From An Underground River

Sad Eyed Beatniks – Claudia’s Ethereal Weaver

Lebenswelt – Unspoken Words

Daniel Rossen – You Belong There

The Wends – It’s Here Where You Fall

Burs – Holding Patterns

Cass McCombs – Heartmind

Permanent Vacation – Shelf Life

Her Skin – I Started A Garden

Lucy Roleff & Lehmann B. Smith Dark Green


Le recensioni


Alela Diane – Looking Glass
Il sesto album in studio di Alela Diane è il primo da Cusp del 2018. È un disco sull’amore e sulla speranza, ricco e melodico: una celebrazione della bellezza che si trova anche nei momenti più difficili, il tutto coronato dalla magnifica e vibrante voce di Diane e sottolineato dai contributi di musicisti come Carl Broemel (My Morning Jacket), Scott Avett (The Avett Brothers), Eli Moore (Lake), Luke Ydsitie (Blind Pilot) e il fido Ryan Francesconi. In canzoni struggenti come Paloma e Howling Wind, scritte durante tempeste devastanti in Messico e nel nord-ovest del Pacifico, Diane traccia un parallelo tra la furia della natura e e l’instabilità dei tempi che stiamo vivendo, When We Believe è un capolavoro senza tempo che richiama un passato idilliaco, mentre la ricchezza strumentale di Strawberry Moon e Another Dream è dovuta ai sontuosi arrangiamenti di Ryan Francesconi. Dream A River racconta della visita di Alela alla sua vecchia casa di Nevada City, in California, mentre Camellia, uno dei momenti più alti dell’album, caratterizzata da un cupo pianoforte e dal flauto di Heather Woods Broderick, è basata sulla travagliata nascita della sua figlia più piccola. Looking Glass è un disco sontuoso e profondamente sentito -come sempre accade con Alela Diane- nel quale il passato e il futuro sono intrecciati insieme e che ci ricorda che, anche se il ricordo può essere fonte di tristezza, allo stesso tempo può darci conforto e forza per andare avanti.

Florist – Florist
Dopo che, nel 2019, con Emily Alone il progetto Florist era ritornato, momentaneamente, a essere la creatura della sola Emily Sprague, la band si è tornata a riunire intorno alla songwriter delle Catskill Mountains per un lavoro composto da ben diciannove canzoni registrate in intimità e spontaneità. Florist è una sorta di summa del lavoro di Sprague e soci, alternando l’indie-folk fragile e struggente degli esordi, fatto di sentimenti tenui, sprazzi di luce e improvvisa oscurità, con found sounds, improvvisazioni momentanee e composizioni quasi ambientali, punteggiate di field recording, che hanno caratterizzato gran parte dei lavori solisti della musicista americana.
Quasi come se fossero la versione meno massimalista dei Big Thief, i Florist attraversano e rielaborano il loro suono, morbido e schivo, emozionante e a tratti catartico, con strumentali eterei e delicatissimi come June 9th Nighttime, Duet for 2 Eyes, Duet For Guitar And Rain, o la trilogia di Bells e sublimi canzoni folk, sincere e dirette, intrise di parole semplici, essenziali eppure profondamente poetiche, quali la superba Red Bird Pt 2 (Morning), o Dandelion, con la voce di Sprague così tranquilla e decisa, carezzevole ma non cedevole. Con soli nove brani cantati, Florist è forse l’album più impegnativo e musicalmente meno immediato della band americana, ma la presenza di canzoni straordinarie come Sci-Fi Silence, un dolce folk che assurge quasi a un’invocazione con la frase “You’re not what I have but what I love” ripetuta all’infinito, ne fa, senza dubbio, il loro manifesto. Chiudete gli occhi, lasciatevi trasportare e seguiteli senza esitazione.





Pete Astor – Time On Earth
Pete Astor è musicista, cantautore ed educatore. Ma soprattutto è una figura di culto, tra le più rappresentative del panorama inglese, un pezzo di storia dell’indie: leader di The Loft e The Weather Prophets, band della Creation Records, ha contribuito a definire il suono dell’etichetta e dell’emergente genere indie. La sua carriera da solista lo ha visto pubblicare musica per Matador, Heavenly, Warp, EMI e Fortuna Pop. Il suo ultimo album, Time On Earth, il decimo a proprio nome, uscito a settembre per la tedesca Tapete Records a distanza di quasi quarant’anni dall’esordio, è probabilmente il più ambizioso e riuscito della sua carriera solista. Venato di malinconia, introspettivo, divertente, riflessivo ed edificante, è composto da dieci canzoni incentrate sulla morte, il tempo e la memoria, che parlano di perdita e lutto (Undertaker, Fine e Dandy), della ricerca di un significato (New Religion, Time on Earth, Miracle on the High Street), del ciclo della vita (Sixth Form Rock Boys, English Weather) e, inevitabilmente, dell’amore (Stay Lonely, Grey Garden, Soft Switch). Canzoni solo all’apparenza semplici che, una volta ascoltate, rimangono sotto pelle, senza che sia più possibile dimenticarle. Prodotto e arrangiato con il batterista Ian Button (Wreckless Eric, Death in Vegas, Papernut Cambridge), il bassista Andy Lewis (Spearmint, Paul Weller), il chitarrista Neil Scott (Everything But the Girl, Denim) e il tastierista Sean Read (Dexys, Edwyn Collins), Time On Earth è un album cantautorale, ambizioso e pop allo stesso tempo, diretto e pieno di sottile magia, che non incappa in alcun momento di stanca grazie agli arrangiamenti articolati e elegantissimi e alla voce tranquilla e inconfondibile di Astor. Le sopraffine melodie, un songwriting eccellente e un tocco di umorismo nero e surreale, lo rendono uno dei vertici di una carriera già piena di lavori indimenticabili.





Angel Olsen – Big Time
Chi, come me, segue Angel Olsen dai tempi dell’EP Strange Cacti e dell’esordio Half Way Home, non si stupirà nel trovare in Big Time, il suo sesto album in studio in oltre dieci anni di carriera co-prodotto da Jonathan Wilson, echi più o meno lontani di quel country che è parte integrante del patrimonio musicale dell’artista americana, tanto da essere la principale influenza del suo modo di cantare. Certo -anche se, come tutti i dischi di Angel Olsen anche questo tratta di amore, perdita e solitudine, espressi con intensità e immediatezza- per chi ha amato All Mirrors o My Woman, Big Time potrà suonare spiazzante o addirittura conservativo, non eseguendo alcuna rivoluzione stilistica, ma le dieci canzoni che lo compongono sono in equilibrio tra country, ballate e sonorità orchestrali. Forse il fulcro del lavoro risiede nella magnifica Go Home nella quale Olsen, con una voce che rasenta l’angoscia, afferma “I wanna go home, go back to small things, I don’t belong here, nobody knows me“. Non posso che interpretarlo come il grido di disperazione di un’artista travolta da un successo e una fama che non sente suoi, proiettata in una dimensione sonora e artistica che non si addice al suo carattere forte ma schivo. E, infatti, Big Time, a dispetto del
proprio titolo e dell’ampio cast di musicisti impegnati, è lavoro più intimo dell’artista del Missouri da molto tempo a questa parte. Inciso a seguito del coming out di Olsen e della perdita in breve tempo di entrambi i genitori, le atmosfere dell’album si muovono tra il dolore della perdita e la gioia conseguente alla acquisita libertà di manifestare apertamente il proprio essere. Il country esultante di All The Good Times è così bilanciato dal valzer lugubre Ghost On, alla struggente All The Flowers e all’elegantissima This Is How It Works -un brano straordinario che affronta perdita e dolore con sublime eleganza- fa da contraltare la romantica Chasing The Sun, quasi da musical, con una performance vocale da brividi. Forse l’album meno “attuale” e alla moda della cantautrice americana, ma certamente quello più sentito.





The Orchids – Dreaming Kind
Sono certo che, come dicono nella cartella stampa, che se già amate The Orchids, non potrete fare a meno di amare Dreaming Kind, il settimo album della band di Glasgow e il quarto dalla reunion del 2007. The Orchids, che nonostante incidessero per la Sarah Records, facevano sophistipop prima che il termine fosse anche coniato, continuano ad agire nello stesso ambito, basando le loro canzoni sulla cura certosina della scrittura, ma anche su arrangiamenti accurati e ricchi di sfumature. Dreaming Kind si giova ancora una volta dell’apporto in produzione di Ian Carmichael (una sorta di membro aggiunto della band) che ha contribuito a creare un piccolo gioiello pop, che si muove leggiadro tra canzoni raffinate e orecchiabili, melodie mai banali, e testi che, pur non rimanendo superficiali, mitigano la loro drammaticità con toni delicati, teneri, che fanno dimenticare a volte che non ci si trova di fronte a una band di adolescenti, ma al cospetto di cinque musicisti maturi e navigati. La traccia di apertura Didn’t We Love You, con il suo ritornello perfetto e le dolci melodie di chitarra, la esuberante Limitless 1 (Joy) -e il suo contraltare malinconico Limitless #2 (Hurt) in chiusura- il singolo This Boy Is A Mess, forse il brano che più richiama le sonorità del passato, la sincopata e irresistibile Somethings Missing con il suo ritmo funk, I Should Have Thought con il suo gusto notturno e soul, I Don’t Mean To Stare con un arrangiamento che rasenta la perfezione, sono tutti esempi (ma si potrebbero citare quasi tutti i brani) della straordinaria verve che contraddistingue la band ancora a distanza di trentatre anni dall’esordio. Conditi da un pizzico in più di elettronica e da atmosfere a tratti più oscure, i suoni di Dreaming Kind confermano la centralità degli Orchids nella sotiria del pop scozzese e la loro nobile discendenza diretta da maestri quali Orange Juice e Aztec Camera.





Pixy Jones – Bits n Bobs
Dopo la conclusione dell’esperienza El Goodo con l’uscita di Zombie nel 2020, il chitarrista e cantautore gallese Pixy Jones ha pubblicato il suo album di debutto Bits n Bobs. Non conoscevo la band madre e ho trovato questo esordio quasi per caso, tra le mille proposte che arrivano regolarmente nella nostra casella email, ma sarà stata la bizzarra copertina (che rimanda inevitabilmente ai Beatles più folli) o il brano di apertura, I’m Not There, così carico di reverbero da sembrare preso di peso da un vecchio vinile degli anni ’60, alla fine mi sono sentito trasportato indietro nel tempo e sommerso da queste sonorità vintage e non ho potuto più smettere, letteralmente per mesi, di ascoltare Bits n Bobs, pur continuando a ignorare quasi tutto di Jones e del suo passato. La sensazione di trovarsi di fronte a una gemma perduta dei sixties è persistente lungo l’arco di tutto il lavoro, con una entusiasmante combinazione tra suoni di chitarra carichi di effetti e armonie vocali elegantissime. I Got Lost ha una melodia che cattura immediatamente, Hold Your Tongue è una hit radiofonica per un mondo parallelo (e perfetto), ma sono brani come le successive Confusion -melodia dolce e sognante che prende una svolta McCartneyana favolosa, rendendola degna di un brano di Sgt. Pepper- Bad Throat con il suo arrangiamento da Carnaby Street e la partecipazione di Sweet Baboo, o After Dark, che ricorda da vicino Donovan e il folk psichedelico dei sixties, a rendere questo album, già piacevolissimo, un lavoro speciale. Pixy Jones ha scritto un album psych pop che suona davvero senza tempo, nel quale perdersi, una collezione unica che rimanda continuamente da un’epoca all’altra, un favoloso mix di melodie irresistibili e di canzoni che spaziano dal pop psichedelico degli anni ’60 (Through The Valley, There’s Something Wrong) all’alt-country (I’m Coming Home) con tanto di steel guitar.





Beth Orton – Weather Alive
Ho seguito la carriera artistica di Beth Orton con attenzione incostante, ma i primi tre album della sua discografia, usciti tra il 1996 e il 2002 (Trailer Park, Central Reservation e Daybreaker), rimangono per me dei capisaldi di quella che, allora, veniva chiamata folktronica. Negli ultimi due album, Sugaring Season del 2012 e Kidsticks del 2016 avevo avuto la sensazione che l’equilibrio tra elettronica e acustica si fosse spezzato: se il primo era un album di folk acustico, il secondo insisteva pesantemente su elettronica, tastiere e ritmi. Non mi aspettavo, così, che Weather Alive potesse conquistarmi e convincermi come, invece, ha fatto. Il primo lavoro completamente autoprodotto da Beth Orton è una commovente colonna sonora di pace e quiete, è languido e lento, sembra un tramonto nel quale l’oscurità, placidamente, prende il posto della luce, una nube che passa fuggente a coprire il sole. Già dalla lunga title track in apertura, è chiaro il tono dell’opera: la voce di Orton bassa e colloquiale con il pianoforte, i fiati e i sintetizzatori che dipingono lo sfondo, mai invasivi, ma decisamente presenti. L’atmosfera creata dal brano apertura non muta mai troppo: Friday Night suona più melodica, ma non è mai smaccatamente pop, con i fiati che la sostengono e la elevano, Fractals, fin dal titolo, è più sperimentale e i fiati, le percussioni e l’elettronica si fanno più incalzanti, mentre sono sassofono, pianoforte e percussioni a rendere Haunted Satellite quasi aerea, tra atmosfere jazzy e la ipnotica e inconfondibile voce di Orton sempre in primo piano. Ancora ipnotica è Forever Young, con un mirabile gioco di cori, mentre Lonely è forse il brano dalla struttura più semplice dell’album, e, forse per questo, è il più immediatamente godibile e amabile. Arms Around A Memory è caratterizzata daIl’uso del vibrafono e suona piuttosto oscura mentre la chiusura di Unwritten è un lungo e tortuoso percorso sonoro verso la notte, accompagnati ancora dalla voce familiare (e allo stesso tempo sempre vagamente straniante) di Orton. Weather Alive è l’album più atmosferico di Beth Orton, caratterizzato da una maestria compositiva e sonora straordinaria e una produzione asciutta e curatissima. A quasi 30 anni dagli esordi, Beth Orton è ancora in grandissima forma e dimostra di non volersi affatto adagiare sugli allori.





Caroline – Caroline
Il debutto dei Caroline, band inglese di otto elementi, è uno strano animale, in bilico tra post-rock, sperimentazione e melodia. Composto da brani lunghissimi e articolati alternati a brevi e fragili intermezzi quasi acustici, si concede momenti dissonanti e gravidi di suoni e passaggi di silenziosa quiete. Attingendo a piene mani dalle più disparate influenze, dal canto corale all’emo, dal post rock al lo-fi, fino all’elettronica e al folk delle origini, gli inglesi sciorinano dieci composizioni, tra malinconia e euforia, dove una cacofonia di corde scricchiolanti e tamburi sferraglianti può essere improvvisamente rimpiazzata da un violoncello e da cori chiesastici. In Caroline, le canzoni, se così possono ancora definirsi le composizioni della band, possono essere travolgenti e sommergere l’ascoltatore con tutta la forza della loro ricchissima strumentazione, o pervase da una fragile quiete, poggiate su una semplice linea di basso o sulle percussioni mentre sono i vuoti e il silenzio a farla da padrone. I Caroline conoscono benissimo -ed è una sorpresa visto che si parla di una band agli esordi- l’equilibrio tra il piano e il forte, tipico del post rock,ma lo utilizzano in maniera del tutto personale e originale. Un debutto straordinariamente raffinato e un’audace dichiarazione di intenti. Mi chiedo solo dove potranno arrivare e se la loro miscela di stili riuscirà a trovare sbocchi futuri degli di questo sorprendente esordio.

Momus – Issywoo / Smudger
Partiamo con una premessa doverosa: Momus è un genio. E non è una parola buttata lì a caso. Dopo il magnifico Athenian sembra che Nick Currie stia vivendo una seconda giovinezza, una ritrovata verve che l’ha portato a incidere ben due album nello stesso anno. Smudger, uscito ad aprile -e considerato da lui stesso come “il disco di Momus del 2022”- è un lavoro deliberatamente sfocato, fumoso, con suoni sporchi e melodie solo abbozzate, e evidenti riferimenti a Lodger di David Bowie (da qui il titolo, combinazione di Smudge e Lodger). Come al solito, ci sono infiniti riferimenti artistici e culturali: dal compositore, cantante e comico inglese di music hall Harry Champion al colto Benjamin Britten, e gli argomenti trattati sono i più vari: dagli insetti agli influencer, all’isolamento. Un album forse non al livello di Athenian, ma certamente riuscito e densissimo. Tuttavia, evidentemente non abbastanza appagato da questa uscita, a dicembre Currie ha fatto uscire (in anticipo: lui stesso lo definisce il suo album del 2023) anche Issyvoo, lavoro che, come sonorità, si avvicina di più all’album del 2021 e contiene molte tracce davvero riuscite. Sono stavolta i temi dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere a essere centrali in questo album, registrato a Berlino e titolato così dal nome con cui lo scrittore britannico Christopher Isherwood veniva chiamato dalla proprietaria della casa berlinese dove questi, esule “sessuale”, viveva tra queer e cantanti di cabaret durante gli ultimi giorni della Repubblica di Weimar, all’ombra inquietante del nazismo nascente. Momus ritiene (a ragione) che, un secolo dopo, sia ancora il fascismo a minacciarci, limitando le nostre scelte personali. Naturalmente, anche stavolta le canzoni di Issyvoo sono piene di temi e rimandi culturali: il senso di colpa nel mondo dell’arte, le fantasie primitiviste dei pittori espressionisti (una canzone è dedicata all’espressionista tedesco Ernst Ludwig Kirchner), la monarchia semi-feudale della Gran Bretagna, le risate degli avvocati -con i quali Momus ha avuto esperienze decisamente negative- ancora una volta i social media e… la bellezza delle scimmie. Musicalmente ci troviamo in territori più accattivanti e pop, con melodie immediate e subito riconoscibili. Pocket Apocalypse, il cui titolo potrebbe essere una perfetta descrizione dei nostri tempi, contiene una frase che, da sola, vale qualche saggio ben scritto: “Cogito ergo nothing in particular“.

Let’s Whisper – The In-Between Times
Colin Clary e Dana Kaplan (degli americani The Smittens), insieme al batterista Brad Searles, hanno dato vita ai Let’s Whisper nel 2008 ma, dopo l’uscita del riuscitissimo As Close As We Are nel 2014, il gruppo non aveva più dato segnali di vita. Trasformati in un quintetto con l’aggiunta (prestigiosissima, soprattutto in ambito indie pop) di Jeff Baron degli Essex Green e Emma Kupa (brillante artista solista e frontwoman dei Mammoth Penguins e degli Standard Fare) (c’è anche Gary Olson che aggiunge voce e tromba), la band è tornata con un nuovo disco The In-Between Times composto da ben tredici brani, alla cui scrittura hanno contribuito equamente tutti e cinque i musicisti. Nell’album si trovano tutte le possibili sfumature dell’indie-pop, dalle venature più leggere e sbarazzine (The Thing That Defines You), a passaggi quasi folk (Long Run). Il tutto grondante delle inevitabili chitarre jangly, di percussioni tintinnanti e di sublimi coretti zuccherosi e irresistibili. Una canzone come The Year Of Getting High meriterebbe riconoscimenti universali per la sua delicata ironia e la leggerezza sia lirica che sonora, ma tutti e tredici brani potrebbero essere, nel solito universo parallelo, potenziali hit radiofoniche (This Not Be A Crush e I Don’t Know What I Would Do Without You), anche se non mancano ballate delicate e tenere come l’aerea e dolcissima Sing! (con quella tromba lontana che ne rende sublime il finale) o passaggi più compassati come 40 Ways To Love You. Insieme all’album di Field School, The In-Between Times è l’album che, nel 2022, potrebbe spiegare ai profani il significato del termine indiepop.




Porridge Radio – Waterslide, Diving Board, Ladder To The Sky
Porridge Radio è stata per qualche tempo la sigla dietro la quale si nascondevano soprattutto le ambizioni musicali di Dana Margolin. Solo nel 2020, in piena pandemia, è arrivato Every Bad, il primo album nel quale la band al completo consolidava il proprio suono. Quel lavoro, osannato dalla critica, ma che ha pagato la forzata assenza di attività live, esaltava il lato più aggressivo e ruvido della scrittura della Margolin che, invece, nell’album d’esordio Rice, Pasta And Other Fillers del 2016, aveva mostrato la propria capacità di affiancare ai testi affilati sia post-punk diretto e arrabbiato che dissolvenze indiepop e cantautorato. Nel nuovo album i Porridge Radio, a dimostrazione di una raggiunta maturità e coesione, senza perdere l’intensità del precedente album, riescono a recuperare tutte le proprie influenze e a sciorinare dodici brani magnetici e coinvolgenti. La scrittura e il modo di cantare di Margolis sono più sicuri e incisivi e la sua capacità di scrivere anthem trascinanti e scatenati e ballate sognanti e intime è esaltata da una produzione pulita e mai ingombrante. Ci sono variazioni in ritmo e sonorità notevoli: Birthday Party cresce lentamente fino a diventare frenetico e, alla fine, il coro “I don’t Wanna Be Loved” diventa martellante e disperato, trascinante, (e, in Splintered si ribadisce “I don’t wanna mean anything to you”), Trying è decisamente più pop, con una linea di basso sincopata, la chitarra acustica e batteria morbida, The Rip è quasi dance, tutta incentrata sui sintetizzatori e sul ritmo, Flowers è una commovente ballata per pianoforte. Con Waterslide, Diving Board, Ladder To The Sky, la band di Margolis ha compiuto un salto di qualità definitivo che mi sarei aspettato l’avrebbe imposta anche a un pubblico più ampio. Invece l’album, dopo l’iniziale entusiasmo è stato un po’ dimenticato. Sono tuttavia convinto che il futuro possa essere ancora loro.





Carla dal Forno – Come Around
Come Around, il terzo album di Carla dal Forno, da poco tornata nella sua città natale di Castlemaine, Victoria, dopo un decennio trascorso a vivere a Berlino e Londra, è il più immediato e sognante della sua discografia. Abbandonate le sovrastrutture che in parte appesantivano le sue composizioni, il nuovo lavoro si muove più agile e leggiadro, come una sorta di versione pop, per quanto sbilenca e eterodossa, della cold wave. Caratterizzato da un understatement sia lirico che sonoro, Come Around suona quasi come un lavoro dreampop asciugato, tuttavia, da quell’aura sognante, appunto, che informa il genere. Pensate ai Young Marble Giant, togliete i momenti più sincopati e forse potrete avere un’idea dell’atmosfera entro la quale si muovono gli otto brani che compongono l’album: una sorta di minimalismo scheletrico, costruito su un basso sempre pulsante, su ritmiche ai confini del dub, su sintetizzatori che sembrano suonati con la sordina e una voce che, pur leggiadra e carezzevole, non esterna emozione alcuna (e riesce, ciononostante, a rimanere calda e presente). Quello della mancanza di connessione tra le persone è il tema principale dell’album e brani come la title track o Stay Awake ne sono un perfetto esempio. Mind You’re On è ipnotica, mente Slumber, nella quale dal Forno duetta con la voce profonda e perfettamente complementare dell’artista inglese Thomas Bush, è a metà tra una ninna nanna e un’inquietante nenia. Gli immancabili strumentali –Autumn con il suo basso profondo e la chitarra tagliente e Deep Sleep, orientaleggiante e quasi new age- stavolta suonano ancora più ambientali, stranianti ed eterei del solito e, non paga, dal Forno reinterpreta, a modo suo, The Garden of Earthly Delights, brano psichedelico del 1968 degli The United States Of America. Come Around è un esperimento decisamente riuscito che sa essere, allo stesso tempo, aereo e oscuro, sognante e inquietante, surreale e sinistramente concreto.





Phantom Handshakes – Passport To Remain
Il duo formato dalla “nostra” Federica Tassano e dal buon Matt Sklar, i Phantom Handshakes, a un solo anno di distanza dall’entusiasmante esordio No More Summer Songs, sono tornati con un nuovo album, A Passport To Remain che ripercorre con dieci nuove deliziose canzoni i sentieri sonori già tracciati con il debutto. Anche stavolta la band si muove tra dreampop e jangle pop, con ritmiche sintetiche incalzanti ma gentili, chitarre delicate e sognanti e la voce di Tassano che è sempre come un dolcissimo sussurro nelle nostre orecchie, lasciato cadere nell’attimo esatto in cui passiamo dalla veglia al sonno. Rispetto al suo predecessore, se l’impianto generale rimane pressoché immutato, ciò che è amplificato in A Passport To Remain è l’atmosfera sognante e nostalgica e il calore delicatamente malinconico che le sonorità degli Phantom Handshakes riescono a trasmettere. Nei brani più compassati e sognanti, come The Highway o Wild Strawberries, i synth e la batteria elettronica, unite alla vocalità evocativa e impalpabile mi portano a fluttuare nell’etere, mentre i passaggi più ritmati, come This Is A Dance, o Passport (How Far I Will Be) mi fanno battere il piede a tempo, ma sempre con gli occhi chiusi. Sono ancora una volta le melodie e l’ottimo lavorio delle chitarre di Sklar a costruire i brani più incisivi, quali Hotel Sereno -un luogo dove amerei passare le mie prossime vacanze- e Stuck In A Fantasy, canzone che una volta sentita sembra impossibile scacciare dalla mente, oppure What Was Your Day Like nella quale Matt Sklar lascia trasparire, con la sua chitarra cristallina, tutto il suo amore per la Sarah Records, facendo scorrere sulle mie guance, un’inevitabile lacrima di nostalgia.





Andrew Wasylyk – Hearing The Water Before Seeing The Falls
E’ qualche anno ormai che il musicista Andrew Wasylyk -al secolo Andrew Mitchell- è diventato una figura di riferimento della scena indipendente scozzese. Se nei precedenti Themes For Buildings And Spaces si ispirava a Dundee, con The Paralian raccontava la costa est della Scozia e Fugitive Light And Themes Of Consolation ci porta nell’entroterra, lungo l’estuario del fiume Tay, nel suo ultimo album, Hearing The Water Before Seeing The Falls, Wasylyk viaggia e ci fa viaggiare ancora una volta in simili scenari ma, invece di limitarsi ad ambienti fisici, usa le proprie composizioni anche per sottolineare il lavoro del fotografo paesaggista americano contemporaneo Thomas Joshua Cooper. L’apertura, una suite di sedici minuti, Dreamt In The Current Of Leafless Winter, è probabilmente il momento più astratto e concettuale del lavoro nel quale Wasylyk dipinge una scena evocativa attraverso le note del piano, del basso e della batteria che sfumano nel sublime sassofono di Alabaster dePlume. Già la title track è più lineare e concreta, romantica, con il pianoforte accompagnato dal delicato vibrato degli archi, arrangiati da Pete Harvey (dei Modern Studies). E sono ancora gli archi a rendere romantica, benché un po’ più inquietante Years Beneath A Yarrow Moon, mentre la successiva The Confluence ha una sonorità più jazz. Le orchestrazioni di Dusk Above Delphinium Dew virano verso la modern classical meno minimalista e The Life Of Time -con le parole e la narrazione dello stesso Cooper- è caratterizzata dalla reiterazione delle note di piano, con effetto tra lo stordente e il contemplativo. La traccia di chiusura Truant In Gossamer, è il brano più immediato e malinconico dell’album, un lavoro che merita tutta la nostra attenzione e che la ripaga con paesaggi sonori ammalianti e stimolanti, per un viaggio sonoro ancora una volta difficile da dimenticare.





Small Sur – Attic Room
L’ultima volta che avevo sentito parlare degli Small Sur era stato con Labor, uscito quasi dieci anni fa. Avevo molto amato i due lavori precedenti, We Live In Houses Made Of Wood e il successivo Tones, e la silenziosa sparizione della band che girava intorno al talento di Bob Keal mi aveva rattristato. E’ stata così una graditissima sorpresa trovare in rete, senza alcun preavviso, Attic Room, il quarto (quinto?) album del progetto Small Sur. In questa raccolta di canzoni, Keal, dopo anni di pausa e cambiamenti, si trova a meditare sui ritmi della vita domestica e della paternità, infondendo alle sue composizioni ulteriore profondità e maturità. L’album, che è andato plasmandosi lentamente nel corso di questi lunghi anni, è inevitabilmente intimo e pacato. E’ ancora immerso nei paesaggi del Midwest, ma non evoca i grandi spazi, quanto piuttosto il calore del focolare domestico, la tenerezza del vivere quotidiano. Il suono di Attic Room, registrato in gran parte nella sala del coro nel seminterrato di una cappella, è ancor più minimalista e personale che in passato, ma non si tratta di composizioni nude per sola chitarra e voce, poiché Keal riesce a rivestire le sue canzoni con piccoli tocchi (fiati, cori, pedal steel, batterie spazzolate) e con arrangiamenti discreti ma fondamentali nel restituire all’ascoltatore un’avvolgente senso di intimità e calore. Incentrato su ritmi compassati e meditativi, l’album dipinge evocativi e impressionistici bozzetti che catturano la semplice bellezza del mondo naturale e della vita domestica. Keal definisce il suo nuovo lavoro “bedroom country” ed è un’etichetta che descrive in maniera piuttosto accurata le dieci struggenti canzoni che lo compongono. I testi raccontano dei cambiamenti climatici (A Clean Patch of Ground), delle stagioni che si susseguono, dei ricordi (Aperture) e delle piccole cose quotidiane (come l’ultima sigaretta della giornata in Rays of Light o le luci del porto che si riflettono sull’acqua scura della notte in Monhegan Island, 2012), e sono punteggiati di dettagli che possono apparire semplici ma che racchiudono sempre un significato più profondo. Il punto più alto dell’album è Sun, nella quale Keal condivide la sua visione delle semplici bellezze del creato con la figlia. Ed è proprio l’idea di trovare forza d’animo e bellezza in ciò che ci circonda e nella natura che continua a ripetere il proprio ciclo, nonostante il tempo che passa e qualsiasi altra cosa stia accadendo nel mondo, a essere il fulcro di uno degli album folk più semplici, sentiti e commoventi dell’anno.





Rapt – Wayward Faith
Rapt è l’alias di Jacob Ware, un musicista londinese che, dopo otto anni trascorsi a suonare nella scena metal estrema con la band death metal Enslavement, si è lanciato nell’esplorazione delle sue altre passioni musicali che spaziano dal folk allo slowcore. Dopo None Of This Will Matter, arriva Wayward Faith, una raccolta di canzoni elaborate e autunnali, che documentano, con toni compassati e coinvolgenti, il ritorno dell’artista inglese nella casa nella quale aveva trascorso l’infanzia, tra ragnatele, oggetti e ricordi che lo hanno riportato al passato e a meditare sul rapporto con il trascendente. Completamente incentrato sulla chitarra acustica e su una voce quasi sussurrata, solo occasionalmente accompagnata da arrangiamenti minimali di archi, piano e synth, l’album ha un suono intimo e nostalgico. Tracce lunghe e articolate, come l’iniziale Only Water o la mini suite Fallow (I-III), si alternano a momenti più diretti, quali la sognante (e straziane) Fifteen, con il suo fingerpicking fitto e i synth distanti e morbidi, o la tenera e commovente Threads, che si giova di una seconda voce femminile. Voce che ritroviamo, in primissimo piano, anche in Last Night In Exile, che si muove da un’apparente eterea leggerezza iniziale verso luoghi e sonorità più oscure e inquietanti. La conclusiva New Pardoner, ipnotica con i suoi reiterati accordi di chitarra, riesce a trasportare in uno stato quasi meditativo. Ware riesce nel non facile tentativo di penetrare le nostre difese senza il dispiegamento di eccessive forze: bastano l’atmosfera creata con le corde della sua chitarra, la sua voce pacata e schiva ed è impossibile resistere alle sue composizioni catartiche. “La cosa più importante” ci dice Ware “è amare ed essere amati“. Questo album è un atto d’amore che non posso che ricambiare con convinzione.





C Duncan – Alluvium
Con Alluvium, il suo quarto album, l’architetto del suono scozzese riesce in maniera mirabile ad amalgamare al meglio tutte le sfumature del proprio suono: tra canzoni synth pop dal gusto vintage (Heaven, Pretending, I Tried), passaggi celestiali (Bell Toll, Torso, Alluvium) e delicate ballate retrò (The Wedding Song, We Have A Lifetime, Sad Dreams), il polistrumentista e cantautore di Glasgow sciorina il proprio repertorio fatto di sonorità che flirtano con il classicismo e si muovono sinuose tra estasi e melodia. In questo modo, nonostante il nuovo lavoro possa suonare familiare ai suoi estimatori, Duncan allarga il proprio spettro sonoro e esalta le proprie capacità interpretative e non solo autoriali, regalandoci alcune delle sue canzoni più riuscite. Registrato e prodotto in casa -così come era accaduto per i suoi primi due album- Alluvium è un susseguirsi incessante e caleidoscopico di pop elettronico, dreampop e chamber folk, con una spruzzata di pop barocco, il tutto condito dalla voce eterea e gentile di Duncan. Un album elegantemente arrangiato, aereo, sereno e pieno di grazia, le cui idee musicali sopraffine e tonificanti certificano la raggiunta maturità artistica di C (Christopher) Duncan e ne ribadiscono il naturale talento.




Cate Le Bon – Pompeii
Pompeii, il sesto album di Cate Le Bon è, al pari dei suoi predecessori, un disco disorientante e pieno di fascino, perfetta colonna sonora per il nostro tempo, cupo, agghiacciante, ma in qualche maniera stimolante. Pare che la scrittura delle canzoni sia partita in maniera piuttosto inusuale, principalmente al basso, e Le Bon ha suonato praticamente tutti gli strumenti a eccezione di fiati e batteria. La traccia iniziale, Dirt On The Bed chiarisce subito dove l’album andrà a parare: è una sorta di lenta marcia con il ritmo che arranca, i synth in primo piano e il basso profondo. La successiva Moderation è quanto di più leggero e pop Le Bon abbia mai fatto. Sia chiaro, qui di convenzionale c’è sempre poco, ma la melodia è orecchiabile e i testi sono ironicamente umoristici, mentre il basso e la sezione ritmica fanno battere il tempo e trascinano. E’ la title track a essere davvero il fulcro dell’album: il paragone tra la catastrofe provocata dall’eruzione del Vesuvio e quella che sta per arrivare a causa del cambiamento climatico è evidente e il tono laconico e rassegnato di Le Bon sembra sottolineare l’atteggiamento di impotenza (e di incuranza) con la quale stiamo affrontando il problema. Naturalmente, come sempre accade nei lavori dell’artista gallese il messaggio non è veicolato in maniera esplicita dai testi che rimangono generalmente astratti e imperscrutabili, ma dalle sonorità dei bani che prendono svolte inaspettate, crescono per poi involversi su se stessi, senza mai trovare sbocchi o soluzioni facili. Gli arrangiamenti, al solito curatissimi e decisamente originali, rimandano all’art rock degli anni settanta e ottanta, in bilico tra l’eleganza dei Roxy Music e il Bowie più oscuro e sperimentale e all’avanguardia. Pompeii è un lavoro che fa compiere un ulteriore passo avanti all’evoluzione artistica di Cate Le Bon ma, probabilmente, è meno accattivante del suo predecessore Reward, troppo poco pop per colpire davvero il grande pubblico e non abbastanza radicale per sconvolgere. Il rischio, quindi, è che, passi ingiustamente come un lavoro interlocutorio in una carriera, invece, del tutto priva di cadute di tono e lavori minori.

The Orielles – Tableau
A due anni di distanza dal secondo “difficile” album, Disco Volador, il trio di Halifax si lancia in un esperimento sorprendente e ardito, dando vita a un album inafferrabile e terribilmente stimolante. Tableau allontana definitivamente la band dall’universo del pop orecchiabile e melodico, senza tuttavia dimenticare ritornelli frizzanti e ritmiche incalzanti. È un album che sperimentano ma senza respingere l’ascoltatore, anzi coinvolgendolo ne suo fascino straniante, nelle sue atmosfere oniriche e stordenti. Ciò che maggiormente lega questo ai lavori precedenti è la deliziosa e carezzevole voce di Esme Dee Hand-Halford, mentre dal punto di vista sonoro la band non lascia facili approdi decidendo di innovare il proprio suono, attingendo dalle più disparate influenze musicali: così si parte con Chromo II che (come la successiva Television) ricorda lo shoegaze dei Medicine, mentre Airtight si muove tra post rock e jazz, prima di tramutarsi in un brano disco straniante. The Instrument vive su un basso funky, virate tra krautrock e ritmi ballabili e poco rassicuranti, gli otto minuti di The Improvisation sono immersi in percussioni jazz e colorati da archi e pianoforte, la breve Some Day Later, con il suo pulsare elettronico e il riverbero della chitarra, è un brano in cui perdersi, mente Honefleur Remembered è ipnotica nelle sue atmosfere trip hop che ammaliano e inquietano. Beam/S è spiazzante: inizia come un funk in sordina e si trasforma in un brano dreampop pieno di archi, per poi sciogliersi in una lunga coda ambient. Darkened Corners inizia in maniera convenzionale (con una voce maschile), ma poi si lascia travolgere da ripetizioni e dissonanze che le conferiscono suggestione e magia. The Room è incentrata su una batteria propulsiva e un basso che cresce di intensità emotiva, Transmission parte con riff di chitarra post punk e poi veleggia aerea, senza mai posarsi da nessuna parte. Si ha la sensazione, in più passaggi, che i punti di riferimento sonoro di Tableau siano oramai band fuori dagli schemi e uniche quali i Disco Inferno, i Bark Psychosis o i Seefeel che, pur partendo da diverse premesse, hanno saputo fondere ambient, trip-hop, jazz e rock. The Orielles hanno davvero fatto, con questo album, un coraggioso salto nel buio e spero davvero che, anche se con ritardo, siano in tanti ad accorgersi del loro suono innovativo, inaspettato e brillante.





The Lounge Society – Tired Of Liberty
Con un EP di debutto potente e adrenalinico come Silk For The Starving, ci si aspettava che l’album d’esordio del quartetto di Hebden Bridge, inciso anch’esso da Dan Carey negli studi della Speedy Wunderground, proseguisse con il proporre sonorità crude e dirette, crepitanti di energia nervosa e adolescenziale. E, benché in chiusura sia riproposto il singolo d’esordio Generation Game (reinciso per l’occasione) e le canzoni di The Lounge Society siano ancora intrise di sonorità che frullano post-punk e Talking Heads, Fall e Gang Of Four, il loro è un suono in continua evoluzione e i dieci inediti sembrano più meditati e maturi. Anche il cantante Cameron Davey abbassa i toni in alcuni momenti e i ritmi si fanno a volte più compassati. Non ci si trova, così, solo di fronte a rabbiose e urgenti invettive, ma a brani articolati, nei quali riff fulminanti e groove indemoniati e ballabili si alternano a pause, rallentamenti e passaggi più melodici. Tale scelta comporta che le canzoni di The Lounge Society risultino più incisive e riconoscibili e che la band della Calder Valley riesca a rendere ancora più esplicita la propria feroce critica verso le strutture sociali e politiche in disfacimento. Se l’EP d’esordio era uno schiaffo in pieno volto, Tired Of Liberty è un esultante richiamo alla rivoluzione. Il suono della giovane Inghilterra piena di rabbia e di energia.





Babehoven – Light Moving Time
Maya Bon e Ryan Albert sono giunti all’esordio sulla lunga distanza con Light Moving Time, uscito per Double Double Whammy, solo quest’anno, ma hanno alle spalle ben sei EP in quattro anni, nei quali il duo ha coltivato la propria ispirazione sottponendola a trattamenti diversi e spesso antitetici: prima il soft rock di Demonstrating Visible Differences in Height, poi le manipolazioni e sperimentazioni di Yellow Has a Pretty Good Reputation, poi ancora il bedroom pop plumbeo di Nastavi, Calliope o il folk compassato e lentissimo del magnifico Sunk. In Light Moving Time, i Babehoven amalgamano tutte queste esperienze e le lasciano decantare dando vita a un lavoro incredibilmente maturo e piuttosto distante da tutto quanto fatto finora. Le loro registrazioni DIY, che continuano a conferire alle canzoni calore e sincerità, risultano più nitide e a fuoco, tanto che alcuni brani (la clamorosa I’m On Your Team su tutte, ma anche la successiva Stand It) suonano come potenziali hit radiofoniche alternative, alla Sharon Van Etten, per intenderci. Che siano più scarne e vicine al bedroom pop, come Philadelphia o Circles, o articolate e virate verso il folk rock (Marion, Break The Ice), le canzoni dei Babehoven risultano sempre accessibili, emotivamente coinvolgenti e sincere fino al midollo. esperienze più toccanti di Light Moving Time arrivano nelle ultime due tracce del disco. Arrangiamenti decisamente poco ortodossi (come in Do It Fast), passaggi strazianti quali le conclusive June Phoenix e Often (il brano più intenso dell’album), mettono a nudo la peculiarità della scrittura di Maya Bon, sempre più devota al significato e alla sensazione che intende trasmettere che non alla confezione. Con una voce gentile ed empatica, così, Bon ci mette di fronte ai dolori e al peso della vita, ma non risulta mai patetica o piena di autocommiserazione. Le sue canzoni sono, anzi, struggenti e toccanti anche quando affrontano i sentimenti in maniera disadorna e spoglia. Light Moving Time è un lavoro dal grande peso emotivo e dalla confezione sobria e genuina che spinge i Babehoven verso sonorità più accessibili e, mi auguro, verso un maggior riconoscimento del loro indubbio talento artistico.





Aoife Nessa Frances – Protector
L’irlandese Aoife McCarthy, in arte Aoife Nessa Frances, mi aveva già conquistato un paio di anni fa con il suo esordio Land Of Non Junction e il suo nuovo lavoro, Protector, registrato nella Contea di Kerry con il produttore e musicista Brendan Jenkinson è un ulteriore dimostrazione della sua sensibilità artistica e del suo talento.
Le chitarre che aprono Way to Say Goodbye vengono subito accompagnate dagli ottoni e dal piano, mentre il ritmo compassato della morbida This Still Life, adagiata sulle tastiere sposta il focus dal folk dei sixties al cantautorato dei seventies. Emptiness Follows è il primo brano uscito ad annunciare il nuovo album ed è anche una delle sue vette: arricchita da un magnifico suono d’arpa, dai fiati e dalla batteria spazzolata, la canzone si eleva aerea, incorporando elementi jazz e folk, sorprendendo e allo stesso tempo carezzando, con la voce di Frances che si libra aerea, sensuale e profonda. Anche Only Child è impreziosita dall’arpa, ma il lungo brano vira decisamente verso un folk oscuro e inquieto, mentre la malinconica Chariot è caratterizzata da una performance vocale inarrivabile, leggiadra e coinvolgente e se Back to Earth e Soft Lines suonano decisamente più accessibili e immediate -ma non per questo meno eleganti e piacevoli- è la struggente nostalgia di Day Out of Time, con i suoi magnifici arrangiamenti di fiati ancora in primo piano e una dolce e semplice melodia che cattura subito. Protector, con le sue canzoni immerse in un viluppo strumentale ricco, caldo e ambizioso, si avvicina così più a un album di sublime baroque-pop che a un lavoro semplicemente cantautorale, a dimostrare come la musicista irlandese abbia una visione artistica sicura e solida e una capacità straordinaria di scrivere canzoni ammalianti.





Adwaith – Bato Mato
Sono passati oltre tre anni da Melyn, fulminante album d’esordio del trio gallese Adwaith formato da Hollie Singer, Gwenllian Anthony e Heledd Owen. Bato Mato, il difficult second album delle musiciste di Carmarthen è stato fortemente influenzato da un lungo viaggio intrapreso sulla Transiberiana, tanto che il titolo arriva dal nome della guida che le ha accompagnate fino ai confini del mondo. Come Melyn  -che ha vinto il Welsh Music Prize nel 2019 – era un’esplorazione dell’inquietudine e delle speranze di tre ragazze che si affacciavano al mondo dei grandi, Bato Mato canta il difficile impatto con la realtà della vita adulta e la inevitabile disillusione che ne consegue. Non è un caso, così, che il tono dell’album, dopo un inizio energico e rabbioso (Cuddio, Sudd), vada via via virando verso visioni più oscure, con brani che flirtano esplicitamente con il post punk di Siouxsie and the Banshees (Oren, Bywyd Syml) e passaggi più dissonanti (Yn Y Swn, Anialwch), anche se non mancano riferimenti all’indie rock chitarristico degli anni novanta (Lan Y Mor, Wedi Blino), ballate rilassate (Amser Codi) e canzoni pop decisamente immediate (ETO). Le canzoni di Bato Mato, ostinatamente cantate in lingua madre, rappresentano una decisa maturazione rispetto alle sonorità dell’esordio e mettono in mostra la continua evoluzione di una band coraggiosa e piena di talento che ha una capacità rara: quella di riuscire, con poche e semplici pennellate a costruire linee melodiche centratissime. E la vittoria del secondo Welsh Music Prize (unica band a riuscire nell’impresa due volte -e con due soli album all’attivo) dimostra come, almeno in patria, la giovane band al femminile sia considerata (e fanno pensare che i testi, per noi incomprensibili, siano all’altezza dell’effetto generale).





André Salvador And The Von Kings – Draped Apes
Il precedente lavoro di Tim Cheplick e Paul Provenzano, semplicemente titolato André Salvador And The Von Kings, era uscito un paio di anni fa ed era stato, per me, una piacevolissima sorpresa. La voce di Cheplick che richiamava in maniera straordinaria quella del grandissimo Elliott Smith e le sue canzoni deliziosamente cesellate, tra lo-fi e sonorità vintage, mi avevano fatto innamorare di questo outsider del Wisconsin, ormai da tempo stabilitosi prima a New York e poi a Nashville, ma arrivato fino a noi grazie all’etichetta scozzese Last Night From Glasgow. Ma ora che non ha più potuto fare affidamento sull’effetto sorpresa, che cosa è che mi ha fatto amare Draped Apes, il nuovo album, uscito sempre per la Last Night From Glasgow? Senza starci a pensare troppo su, senza dubbio l’irresistibile fascino di melodie come So Psychic (che, stavolta, mi fa venire in mente un altro Tim: Burgess e i suoi Charlatans) e Nightmares You Waste, al cui fascino è assolutamente impossibile non soccombere. Ma per questo nuovo album Cheplick e Provenzano hanno scelto di puntare più in alto e di rendere la loro proposta sonora ancora più eterogenea, registrando i quattordici brani che lo compongono in cinque diversi studi, principalmente a Nashville, e impiegando una gamma di strumenti più ampia grazie anche all’apporto di David Voss che si è unito al gruppo aggiungendo pianoforte, organo, synth e seconde voci. Ne sono scaturiti così brani dal fascino sghembo e dall’attitudine più psichedelica che in passato (Dieu Du Ciel!, The Permanent Blues, Gorilla Days), ma anche deliziosi bozzetti semiacustici (Back, The Undertaker, ma anche None + None delicatamente increspata dalle tastiere e dalla chitarra elettrica) nei quali la vena più sognante di Cheplick ritorna a esplicitarsi senza ostacoli. E’ in chiusura, tuttavia che arrivano i brani che più rappresentano il suono attuale di André Salvador And The Von Kings: Being Yourself e Leaving, due ballate soavi e malinconiche che, costruite sulla chitarra acustica e sulla voce delicata di Cheplick, crescono e si colorano di sfumature psichedeliche via via più evidenti. Se il precedente lavoro poteva considerarsi una sorta di esordio, Draped Apes (titolo davvero centrato!) dovrebbe essere il proverbiale difficult second album. Che lo si voglia considerare così o meno, l’esame è comunque passato (e l’adorato fantasma di Elliott Smith è un po’ meno persistente).





Modern Studies – We Are There
Il quarto capitolo della discografia del quartetto anglo-scozzese li consacra, nonostante l’understatement che li contraddistingue, come una delle band più affascinanti e creative della odierna scena folk-rock. Emily Scott, Rob St John, Pete Harvey e Joe Smillie, grazie alla bellezza e alla peculiarità delle loro voci, alla perizia dei musicisti e alle alle suggestioni dei field recording di Rob St John riescono a travalicare il genere oramai abusato dell’alt-folk contemporaneo, arrivando a comporre brani che rifuggono ogni collocazione temporale. Il loro chamber folk malinconico e umbratile, memore delle ibridazioni degli anni settanta (ma ormai affrancato da ogni pesante accostamento), sboccia in We Are There in melodie pop immediate ma mai banali, rese drammatiche dalla sempre più convincente voce di Emily Scott e dal suo contraltare vocale Rob St. John. L’album si schiude lentamente con brani quali Two Swimmers e Won’t Be Long che propongono ardite strutture compositive, senza tuttavia uscirne appesantiti, o con lo psych-folk di Wild Ocean. Sink Into è un brano che ibrida felicemente il chamber folk con una sorta di kraut rock, mentre Mothlight flirta con il synth pop, Do You Wanna è quasi jazzata e gli archi, accompagnati dal theremin, colorano la magia di Winter Springs. Sono, però, la romantica e delicata Comfort Me e la magnifica Open Face, cantata a due voci in maniera sublime, a costringerci a cedere definitivamente al fascino di We Are There. Nei dieci brani che compongono l’album, gli arrangiamenti di archi e le magnifiche armonie permettono alla band di affrancarsi da qualsiasi riferimento, per confermarsi e affermare definitivamente il proprio peculiare talento.



Eerie Wanda – Internal Radio
L’artista olandese/croata Marina Tadic, in arte Eerie Wanda, è giunta con Internal Radio al terzo album (il secondo per l’etichetta Joyful Noise). Affiancata dal suo partner Adam Harding (Kidbug) e con la produzione del maestro Kramer (Low, Galaxie 500, Ween, Daniel Johnston, Constant Follower) Tadic, nell’arco degli undici brani che compongono il lavoro, si allontana sempre di più dall’indiepop degli esordi, che già con i secondo album, Pet Town, aveva assunto delicate colorazioni psichedeliche, e compie un passo deciso verso la piena maturità artistica. Se il pop di matrice chitarristica è ancora presente in quale frangente (Birds Aren’t Real, Puzzled, che suonano comunque più oscure e ponderate che in passato), l’album è caratterizzato soprattutto da passaggi sperimentali, con venature elettroniche che a volte prendono il sopravvento (NOWx1000, Confess, Long Time, On Heaven, Nightwalk). Fragili e eteree, ma estremamente emozionanti e intense risultano Someone’s In My House e Sister Take My Hand, ma è l’iniziale Sail To The Silver Sun ad essere il manifesto programmatico dell’intero album: essenziale e minimalista, affascinante, il brano riesce a essere insieme rilassante e stordente. Mentre i suoi album precedenti erano pervasi da una vena ottimistica e a tratti solare, Internal Radio suona inquieto, profondo, quasi fosse stato scritto nell’isolamento dello spazio profondo (e, invece, si trattava solo dell’isolamento dovuto al lockdown). La radio interiore di Tadic è stavolta sintonizzata sui suoi sentimenti più profondi, sulle emozioni più oscure, su un mondo interiore articolato e dalle mille sfumature. Nel fare ciò l’artista olandese ha dato vita a una serie di brani che fluttuano , si allontanano e ritornano, inafferrabili e poi, quasi d’incanto, concreti e consistenti. E se tale operazione risulta perfettamente riuscita e convincente è, naturalmente anche merito della misuratissima produzione e della incredibile sensibilità di Kramer che ha il dono di rendere oro tutto ciò che tocca, pur rispettando pienamente l’autonomia artistica dei musicisti con cui lavora.


Living Hour – Someday Is Today
I canadesi Living Hour si muovono tra shoegaze e slowcore ormai da qualche anno, prima con l’omonimo debutto del 2016, poi con il bellissimo Softer Faces, uscito nel 2019. Per il nuovo album, Someday Is Today, la band si è affidata a ben tre produttori diversi: Melina Duterte (in arte Jay Som, che partecipa in prima persona alla suggestiva Feelings Meetings), Jonathan Schenke (che ha lavorato con Parquet Courts, Snail Mail) e Samur Khouja (già alle prese con Cate le Bon e Regina Spektor). L’album è stato registrato in una sola settimana a Winnipeg, Manitoba, durante un inverno gelido con temperature che scendevano spesso trenta gradi sotto zero e sembra che qualcosa di quell’atmosfera si sia propagato anche nei suoni di Someday Is Today. Nell’arco degli undici brani che compongono l’album, la band canadese procede con passo lento e cadenzato (quasi avesse paura di scivolare sul ghiaccio) e costruisce i propri brani con grande maestria. Sono gli arrangiamenti sobri e ponderati a permettere all’eleganza e alla raffinatezza dei vari brani di emergere: lente note d’organo una batteria elettronica rarefatta caratterizzano Hold Me in Your Mind e anche la successiva Lemon & Gin procede con altrettanta tranquillità. L’atmosfera si spezza e si impenna solo nella seconda parte di Middle Name, laddove le chitarre si increspano per la prima volta e anche Feeling Meeting è incentrata sul vaporoso riverbero delle chitarre e su sonorità grintosamente shoegaze. E’ uno dei momenti più rumorosi, ma anche più coinvolgenti dell’album. December Forever, costruito su una lucente linea di synth, regala qualche sprazzo, inaspettato, di sole, ma già la successiva Curve ritorna a rallentare (per poi riaccendersi solo sul finale) con la voce calda e carezzevole di Sam Sarty che suona come un balsamo sulle ferite. Hump e Miss Miss Miss (con il suo arrangiamento che, inaspettatamente, ammicca alla lounge) sono atmosferiche e affascinanti, mentre Exploding Rain, che vede una voce maschile al timone, è il brano più pop e diafano dell’album e i due brani conclusivi (deliziosa No Body) si tengono su toni sommessi, con qualche improvvisa impennata. Imperniate sulla magnifica voce di Sam Sarty, le canzoni di Someday is Today, intrise di lirismo e impreziosite da una scrittura personale, potente ed emotiva, suonano come una calda coperta, sotto la quale proteggersi in una notte di gelido inverno.





Northern Portrait – The Swiss Army
E’ passato quasi un decennio dall’ultima uscita della band janglepop danese. Un decennio durante il quale la musica è cambiata ed è cambiato definitivamente anche il modo di fruirla. Eppure Stefan Larsen e compagni non sembrano affatto curarsene e con The Swiss Army ripartono esattamente da dove si erano fermati. Occorre, comunque, per chi se li fosse persi ai tempi, ribadire come la band di Copenhagen -con all’attivo un solo album e una manciata di ep- sia stata tra i numi tutelari dell’indiepop della prima decade degli anni 2000, con una voce strepitosa, chitarre jangly perfette, melodie indimenticabili e brani magnificamente costruiti. Il loro suono, sospeso tra gli Smiths e la Sarah Records, è sempre stato fuori dal tempo, e tale rimane anche dopo oltre dieci anni. E’ forse la mancanza di novità a rappresentare l’unico limite di questo album che è costruito su canzoni di immediato impatto (la folgorante At Attention, le incredibilmente smithsiane Long Live Tonight e SisterOnce Upon A Bombshell, la nostalgica Pool Cue Vigilante, che potrebbe essere una out take di uno dei loro straordinari EP degli esordi), ma anche su qualche numero più compassato (Business Class Hero, World History Part I & II). L’album è pervaso, ancora una volta, così come accadeva con i lavori passati, di un certo romanticismo nonchalant, quasi sottinteso, che non scade mai nel drammatico o nel patetico.
Se, così, razionalmente, sono portato a chiedermi che senso possa avere riproporre ancora, a distanza di tanto tempo, i suoni che me li avevano fatti amare (forse con un pizzico meno di qualità nella scrittura delle canzoni) devo, tuttavia, soccombere alla realtà e confessare che anche The Swiss Army è un album che mi emoziona, un’altra piccola madeleine che mi riporta indietro nel tempo e mi lascia nella bocca il sapore dolciastro della nostalgia. Se tutto questo sia un bene e se i Northern Portrait abbiano ancora un loro posto nella musica contemporanea non saprei dirlo. Certamente un posticino nel mio cuore per loro non mancherà mai.

Crake – Humans’ Worst Habits
Nonostante i Crake di Leeds abbiano già alle spalle una discreta quantità di produzioni su ep, questo Humans’ Worst Habits, uscito per la sempre attenta Fika Records, è il loro debutto sulla lunga distanza, un album che gronda sincerità e trasporto sin dalle prime note. Il disco si apre con Amy & Ty, con la voce in falsetto del cantante e autore Rowan Sandle e le note della chitarra acustica, subito doppiate dai riff di chitarra elettrica e da una malinconica linea di tastiera. Tutto il disco è pervaso da sonorità delicate e malinconiche, dolorose, così come dolorose sono le premesse (l’album è stato ispirato dalla scomparsa di Anna, un’amica del songwriter, colpita da un attacco aereo turco in Siria) e dolorosi sono spesso i testi: in Jesus, per esempio, si fa esplicito riferimento all’accaduto, con una melodia straziante ma sublime, “should have been with you all dancing, on the night Anna died”. Ma il disco non è deprimente o tragico. Le canzoni di Sandle hanno a che fare con la complessità dell’umanità, con la nostra fallibilità, con la capacità dell’uomo di essere crudele e pieno d’amore allo stesso tempo. Brani quali la trascinante Winter’s Song, o la title track (nella quale fa la propria comparsa anche una delicata voce femminile) dimostrano la profondità dei temi affrontati nell’album e, al contempo, ne evidenziano la complessità strumentale. Human’s Worst Habits non è un album facile, sospeso tra certo slowcore di derivazione inglese (se così si può dire), cantautorato e indierock, ma è senza dubbio un album vero e sentito, il suono di una band che non ha e non dà punti di riferimento, un lavoro ce dimostra la propria fragilità, ma anche il proprio coraggio. Un album ingiustamente trascurato dai più che potrebbe, invece, essere un ascolto significativo e appagante.




Love, Burns – It Should Have Been Tomorrow
Love, Burns è il nome di uno dei tanti progetti dell’inglese Phil Sutton, bibliotecario a New York, e già attivo con band del calibro di Comet Gain, Pale Lights, Cinema Read and Blue e Velocette. Dopo una serie di singoli ed EP, It Should Have Been Tomorrow è una sorta di raccolta che prende il meglio di quanto finora uscito a nome Love, Burns, aggiungendo alcuni inediti assoluti. Le canzoni che lo compongono offrono la gamma completa delle varie sfumature jangle pop che Sutton padroneggia con estrema maestria. In collaborazione con Kyle Forester (Woods/Ladybug Transistor/Crystal Stilts), Hampus Öhman-Frölund (Alpaca Sports/Jens Lekman), Gary Olson (Ladybug Transistor), Ben Phillipson (Comet Gain), Alicia Jeanine (Jeanines), e Hewson Chen (Lake Ruth)Suttono ci regala delle vere e proprie gemme del genere quali Dear Claire e Wired Eyes, nelle quali la sua voce calda ed elegante (sempre vicinissima a quella di Lloyd Cole -ed è un gran complimento, benché Sutton non ne sia così convinto), lega melodie sontuose e immediate. Brani come Stormy Waters, In A Long Time e Come In The Spring sono costruiti su riff di chitarra deliziosi che le avvicinano in qualche modo al folk rock, mentre le compassate e intense Gate & Ghost, It’s A Shame e Drive Down to DC, sembrano uscire fuori direttamente dal canzoniere pop di band fondamentali quali Pale Fountains o Aztec Camera. Non conosco il motivo per il quale Phil Sutton non sia considerato a tutti gli effetti uno dei migliori songwriter in ambito di jangle pop della sua generazione ma, ogni volta che ascolto le sue composizioni e i suoi progetti, me ne stupisco grandemente. Se amate il genere, anche questo It Should Have Been Tomorrow, come accaduto con tutte le incarnazioni precedenti di Sutton, è un lavoro imperdibile.





Sad Eyed Beatniks – Claudia’s Ethereal Weravers
Kevin Linn è la mente dietro la Paisley Shirt Records, una delle etichette cui si deve la scoperta della scena fog pop (sempre si chiami così) della Bay Area di San Francisco. Oltre ad averci fatto conoscere band quali Flowertown, Cindy, April Magazine, Hectorine e Tony Jay (a proposito di Tony Jay: non fosse una raccolta, il suo Hey There Flower, uscito a maggio per Mt. St. Mtn, sarebbe certamente in questo elenco), pubblicando tutto ciò che è strano, sghembo e ai margini dei parametri jangle pop, è l’artefice del progetto Sad Eyed Beatniks che, appunto, si muove ai margini del jangle pop, componendo brani che potrebbero fare parte di qualche oscura raccolta di band di culto degli anni sessanta (o della generazione C86).
Lunghi brani come Free Composition Number 6 e Oh Hallo sembrano perdersi tra le nebbie di San Francisco, più sperimentali che melodiche, per poi ritrovarsi, con sprazzi di melodie e riff stordenti. Claudia’s Ethereal Weaver, tuttavia, è costruito soprattutto su brani brevi e più diretti, nei quali Linn imbastisce trame melodiche jangle pop (Hysterical Roosters, Who’s That e Aristoteles Crater) abbastanza immediate, mostrando le sue capacità compositive, senza, tuttavia, mai tradire la peculiarità del suo stile, a metà strada tra il pop-psichedelico e la Creation Records degli esordi. I passaggi più convincenti arrivano quando le due modalità riescono a convivere: The Snow Of Success, in particolare, ma anche Ring Around Annie e Ghost Train, così suonano in perfetto equilibrio tra costruzioni sperimentali, sghembe e spettrali, il bedroom pop più lo-fi e le melodie jangle pop che emergono, timide ma persistenti, dalla foschia. Tutte le canzoni di Sad Eyed Beatnik, in ogni caso, si muovono errabonde, tra frammenti di field recordings, una voce ovattata che sembra sempre filtrata da qualche device non professionale e chitarre che vanno in ogni direzione, restituendoci una sensazione di malinconia vaga e dolciastra. Kevin Linn si conferma, con questo lavoro, non solo uno straordinario scopritore di talenti, ma, a sua volta, un talento da tenere d’occhio.





Daniel Rossen – You Belong There
Elemento chiave degli acclamati Grizzly Bear per quasi vent’anni, Daniel Rossen, dopo un EP solista nel lontano 2012, giunge, con You Belong There, all’esordio sulla lunga distanza con un lavoro interamente realizzato nella sua casa nel deserto di Santa Fe, New Mexico. Sull’album Rossen suona tutti gli strumenti, dalla chitarra al contrabbasso, dal violoncello ai fiati -con il solo contributo dell’ex socio Chris Bear alla batteria e alle percussioni- dando vita a dieci brani intensi e complessi, scarsamente melodici e dal suono articolato e molto vicino a certo chamber folk sperimentale di inizio millennio. Liricamente You Belong There ha a che fare con il diventare adulti, con il guardarsi alle spalle e con l’ansia per il futuro e le sonorità scelte per sottolineare tali temi sono a tratti plumbee e inquiete. Gli arrangiamenti organici conferiscono alle tracce un suono omogeneo e le legano tra di loro, quasi che non si tratti di un album di canzoni, ma di una lunga suite con vari movimenti. E’ anche la voce solenne di Rossen a caratterizzare l’album e a conferirgli un tono piuttosto drammatico e vulnerabile. Il risultato, sebbene non sia immediato, è finemente elaborato e risulta, se gli si presta la dovuta attenzione, decisamente avvincente. Se i Grizzly Bear (come è probabile) non ritorneranno, Rossen ha già una solida base di partenza per le sue prossime esplorazioni sonore.





The Wends – It’s Here Where You Fall
I torinesi The Wends avevano esordito nel marzo 2021 con l’album The Name of This Band is Smile, sotto il nome di Smile (cambiato per forza di cose per evitare confusione con il progetto di Yorke e Greenwood). It’s Here Where You Fall vede il suono della band svilupparsi in direzioni diverse che sembrano suggerire una nuova maturità e una apertura verso sonorità indie rock più corpose e articolate. Il jangle rock del debutto è ancora presente, irrobustito e velocizzato, soprattutto nei brani che chiudono l’album, ma sin dall’inizio sono chiare le influenze di maestri delle chitarre indie come gli Sugar e i R.E.M.. L’iniziale What A Heart Is For è piena di luccicanti riverberi anni 60, mentre The Way We Die Tonight è malinconica, finché un crescendo emotivo non la fa esplodere. Sono però brani come Worthy of Nothing e World Of One a rappresentare il vero e proprio salto di qualità: la perizia nel trattare la materia sonora e una maestria nel giocare con i vari registri emotivi permettono l’accostamento alle vette sonore dei primi R.E.M.. Ombre di Paisley Underground e chitarre spigolose e a tratti frenetiche e un songwriting solido permettono a It’s Here Where You Fall di essere non solo un riuscito e sentito omaggio all’indie (prettamente americano) dei nineties, ma anche una raccolta di canzoni assolutamente convincenti e coinvolgenti. Ascoltandolo si ha la sensazione (ed è una bella sensazione davvero) che le chitarre non passeranno mai di moda.

Burs – Holding Patterns
Quando ascolto un album nuovo verso la metà di dicembre, sono sempre un po’ preoccupato che possa piacermi molto. Se accadesse, mi dico, dovrei inserirlo nel mio riepilogo di fine anno, a scapito di qualche altro lavoro di cui, comunque, mi sarebbe piaciuto parlare. Eppure, inevitabilmente, accade ogni anno! Stavolta è stato il turno dei giovani canadesi Burs, che avevano già pubblicato un EP, Through Windows, nel 2020, ma che non avevo mai sentito nominare prima che l’ottimo Happy Days Are Here Again condividesse (il 14 dicembre!) il brano di apertura del loro album d’esordio Holding Patterns. Che il titolo dell’album si riferisca ai cosiddetti “schemi di contenimento” negativi in ambito psicologico, che ci fanno aggrappare a traumi e stress passati senza mai riuscire a superarli, o che si riferisca ai “circuiti d’attesa” che devono compiere gli aerei prima che venga dato loro il via libera per atterrare, non è dato saperlo. Ciò che è certo è che sin dall’iniziale The Year Now (il brano più cupo dell’album e, tuttavia, forse il più personale e riuscito) che, dopo un’introduzione lenta, tesa e prolungata, raggiunge un passo compassato e malinconico che lascia senza fiato, i quattro ragazzotti di Toronto riescono a sciorinare canzoni deliziose e piene di personalità. Try, decisamente più leggera e sincopata, si muove verso un folk dall’apparato strumentale elaborato, mentre la successiva Lily aggiunge un tocco brioso che suona quasi inaspettato, dopo la lentezza che sfiora lo slowcore del brano d’apertura. In tre sole tracce, i Burs hanno toccato almeno tre diversi generi, eppure il tutto, grazie anche alla voce fresca di Lauren Dillen, suona coerente. Le successive Fields, dolce e venata di malinconia, Nearly, caratterizzata dalla chitarra acustica e dalle belle armonie vocali e Oliver, che inizia lenta e si sviluppa sulla chitarra elettrica e su magnifici inserti di fiati, suonano decisamente più omogenee, ma mettono comunque in mostra la notevole perizia compositiva e interpretativa della band. Con Hunger, invece, siamo nuovamente in territori che lambiscono lo slowcore e, ancora una volta, ci troviamo di fronte a uno dei brani meglio riusciti dell’album, originale e coinvolgente fino a commuovere. La sognante e travolgente Hard Love, con le sue stratificazioni sonore e gli oltre sei minuti di durata è un’altra delle vette dell’album: folk, rock e slowcore si fondono perfettamente in una sorta di compendio delle varie anime musicali della band, prima che la brevissima I Have A Light chiuda il lavoro su una nota delicata e intensa. Nonostante Holding Patterns abbia in qualche maniera sconvolto i miei piani, la sua tardiva scoperta è stata una piacevolissima sorpresa: l’album di una band esordiente che riesce a essere così coinvolgente, malinconico ed eccitante non può essere che accolto con gioia e passione. Anche a dicembre inoltrato.

Permanent Vacation – Shelf Life
Nel 2021 ero rimasto folgorato da A Love Song for Everyone, l’album di debutto dei Permanent Vacation, duo allora di base a Roma formato da Juliette Rapp e Chris Marks. Solo qualche mese dopo era arrivato l’altrettanto notevole Hymns From The Backseat (di cui eravamo riusciti ad accaparrarci la premiere). Neanche a un anno di distanza è arrivato il terzo lavoro del duo che, nel frattempo, si è spostato a Città del Messico. Anche in questa nuova opera, più articolata sia per durata che per tematiche e sonorità, è l’indie folk lo-fi il principale riferimento della band, ma, sia dal punto di vista compositivo che da quello degli arrangiamenti, il passo in avanti è evidentissimo. Basterà ascoltare il secondo brano in scaletta, The King In Yellow, nel quale sulla chitarra acustica di Marks, Rapp si esibisce in una performance vocale d’incredibile intensità e duttilità. La dimensione intima e raccolta delle loro composizioni precedenti non è affatto perduta: gli arrangiamenti rimangono fragili e i bran rimangono spesso nudi, con la voce di Rapp che riecheggia come in una stanza vuota, ma sembra che i due partner musicali abbiano acquistato maggiore consapevolezza dei propri mezzi e abbiano deciso di osare, seppure timidamente, e ampliare la propria palette sonora. L’apertura Peach Juice è malinconica e umbratile, in Perennial fa la propria comparsa una tastiera, la lunga e rallentata Desert Fish si avvicina timidamente allo slowcore, Hurricane Stew ha un fascino singolare e un andamento stravagante, mentre And So It Goes, che si muove sinuosa tra il magnifico fingerpicking e lontani loop e field recordings, è ipnotica e rilassante. Se Blueprints è nervosa e incalzante (quanto può esserlo una canzone dei Permanent Vacation), Fm è decisamente più calma, per quanto non meno inquietante (con la voce di Marks che fa timidamente la sua comparsa), Crusade suona quasi come una invocazione o una dolce preghiera (“Don’t let me die/On this hill/ Lose one more fight/ And I’ll die/ On this hill“) e la conclusiva Western Medicine, magnifica e sognante, è la traccia più ricca dal punto di vista strumentale e degli arrangiamenti. Shelf Life è un album che si muove tra la luce accecante del Messico e le nebbie dell’inverno europeo, con immagini vivide del quotidiano e ricordi che sbiadiscono con il tempo, fino a diventare quasi paesaggi onirici. Quando ci accorgeremo dello schivo talento dei Permanent Vacation, sarà sempre troppo tardi.

Her Skin – I Started A Garden
Sara Ammendolia ha deciso di titolare il proprio secondo album I Started a Garden, eppure questo conciso lavoro, più che un giardino appena seminato, appare un bosco rigoglioso e profumato. Sono passati quattro anni dal riuscito esordio Find A Place To Sleep, ma sembrano decenni, tanto Ammendolia è diversa e più matura e consapevole rispetto a quell’album. Se i testi raccontano con ironia e trasporto la confusione della gioventù, il sentirsi sempre fuori posto e la spinta a cambiare, musicalmente Her Skin dimostra di essere già entrata nell’età adulta, alternando sapientemente momenti acustici e intimi (Bones, Older, la title track) a passaggi grintosi (Confident, Forget Me) e dal deciso afflato melodico (Sober). Le melodie di Her Skin sono ancora agrodolci, la chitarra gentile e la voce è quella delicata di sempre, ma sembra più vissuta, più pronta a mettere in mostra, senza paura le proprie fragilità. L’indie folk che caratterizza l’album è intenso e personale, arrangiato in maniera sobria ma elegante, più propenso a flirtare in maniera decisiva con il dreampop, anche grazie a melodie che spesso rimangono persistenti, anche dopo la fine delle canzoni. Relegarla a promessa dell’indie italiano sarebbe riduttivo: Her Skin è ben più di una promessa e si è ritagliata un posto di rilievo nella scena del cantautorato indipendente internazionale. La semplice, eppure efficacissima Heavy-Hearted ne è, in questo senso, prova inconfutabile. Her Skin ha iniziato un giardino e ora, quel giardino è in piena fioritura.

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2 pensieri su “Le firme di TRISTE©: Francesco Amoroso racconta il (suo) 2022

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