Ryley Walker – So Certain

Francesco Amoroso per TRISTE©

Diciassette giorni dentro il 2022 e ancora non è uscito un album che mi ha fatto saltare sulla sedia.
In effetti di album che mi interessano ne sono usciti davvero pochi, anche se tanti sono annunciati in uscita – e alcuni di questi ho già avuto l’opportunità di ascoltarli e cominciare ad amarli – ma, evidentemente, anche artisti e case discografiche sono consapevoli che la prima parte del mese di gennaio è, per molti, utile più a recuperare le uscite dell’anno precedente, segnalate nelle immancabili (e spesso interminabili…) liste di fine anno, che per ascoltare novità.

Eppure la voglia di andare avanti, di lasciarmi alle spalle l’anno appena trascorso – che, musicalmente (!), mi ha decisamente soddisfatto – è forte. Per fortuna a soccorrermi arriva il buon Ryley Walker con uno snello Ep di materiale inedito che mi riconcilia con le sue sonorità e mi permette di tuffarmi a capofitto nel nuovo anno musicale.

Da quando Ryley ha smesso di lavorare con un’etichetta (era il 2018 e il suo ultimo lavoro per Dead Oceans era Deafman Glance) siamo stati subissati da sue collaborazioni e progetti estemporanei (quattro album nel 2020 e quattro nel 2021) ed è stato più difficile seguire con costanza la sua carriera solista.
Il suo ultimo album, uscito lo scorso anno sempre per la “sua” Husky Pants, Course In Fable, lo aveva un po’ riavvicinato ai suoni che mi avevano ammaliato ai tempi dell’esordio All Kinds Of You, di Primrose Green e di Golden Sings That Have Been Sung, e, tuttavia, non era riuscito a entrarmi nel cuore.
Certe sensazioni sono difficili da spiegare: capita che un album venga ascoltato nel frangente sbagliato, non corrisponda allo stato d’animo del momento o esca in concomitanza con altri lavori più immediati o, anche, che ci siano alcune sfumature che, magari senza che lo si realizzi razionalmente, non convincono del tutto.

Sta di fatto che non sono riuscito a entrare in sintonia con Course In Fable, nonostante ne avessi da subito apprezzato la qualità.
Con il nuovo So Certain, invece, è successo l’esatto opposto.
Sarà per la sua brevità, per il suo avere un suono libero e ipnotico, per la schiettezza che traspare da ogni nota, ma le quattro canzoni che lo compongono (ognuna delle quali non supera i cinque minuti di durata) hanno cominciato ad affascinarmi e ad accompagnarmi sin dal primo ascolto.

Probabilmente alla giusta disposizione d’animo avrà anche contribuito la presentazione che Ryley (uno che di peli sulla lingua non ne ha mai avuti) fa dell’EP su bandcamp. Si dice tutto contento per avere fatto un bel 45 giri, registrato, mixato, masterizzato e tagliato con segnale analogico diretto, come si facevano le cose una volta. Ci racconta che è bello caldo caldo (in realtà lui usa un’espressione più cruda: “shit is dank“, ma io sono troppo educato per tradurla) ma che non sarà possibile metterci materialmente le mani fino ad agosto perché stampare i vinili è ormai una follia. I tempi di attesa sono infiniti. Del resto, ci dice ancora Ryley, se avesse lavorato con un’etichetta discografica, questa avrebbe aspettato che fosse pronto il materiale per un album intero e, poiché aspettare è a pain in the ass (ancora la mia educazione del secolo scorso…) ha deciso di fare tutto da solo con un budget ridotto anche perché il lusso di aspettare non è qualcosa che può permettersi, essendo impaziente e odiando “sedersi sulla musica”.
Come si può non apprezzare tanta sincerità e una così evidente incapacità di fare della musica un affare?

La musica, appunto. Dal punto di vista strettamente musicale il brano che amo di più è posto in apertura: So Certain Tall Tales è proprio il tipo di canzone che – accarezzando il folk progressivo senza tuttavia abbracciarlo strettamente – mi ha fatto innamorare di Walker. Anche in questo caso, gli elementi folk sono centrali ma le sonorità sono espanse grazie a riferimenti jazz e math rock che si amalgamano nel brano in maniera organica e potente. Molto più virata verso il lato progressivo del suo progressive folk (definizione non mia e che trovo anche alquanto fuorviante) è la seconda traccia, Trace Ghosts, fatta di continui salti tra atmosfere e paesaggi sonori placidi e improvvise impennate chitarristiche. Second Strand segue ancora i pionieri del suono chicagoano Gastr del Sol e Tortoise, ma, a sprazzi, ritorna a una dolcezza quasi folk e, in chiusura, Pharaoh’s Plastic, tra rock blues e post rock, è la sua interpretazione vocale migliore di sempre con una performance più potente e solida.

Un Ep, insomma che abbraccia tutte le sfaccettature del suono di Ryley Walker e che, grazie alla sua agilità, non annoia mai.
Ryley è un artista istintivo e schietto, nulla di quanto propone musicalmente (ma anche del suo modo di porsi e interagire) è particolarmente studiato o deliberato. Ed è anche per questo motivo (oltre che per il suo grande talento di musicista e songwriter) che è un piacere aprire un nuovo anno – che speriamo sia foriero di tanta buona musica (e di qualche nota positiva anche in ogni altro campo) – parlando di lui e delle sue canzoni.

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