VV. AA. – Under The Bridge

Tiziano Casola per TRISTE©

Under the Bridge è una compilation-reunion di vecchie band della scuderia Sarah Records, autentica leggenda del mondo delle produzioni indipendenti.
Autentica leggenda per tanti motivi, il primo dei quali è che, nella sua breve vita (dal 1987 al 1995), l’etichetta mise a segno un centinaio di pubblicazioni di cui una percentuale piuttosto alta è, oggettivamente, canonizzabile tra i capolavori della canzone pop. Basti questo.

Di tutti gli altri motivi per cui l’intera opera Sarah merita attenzione ho già parlato in tante altre occasioni (addirittura in un esame all’università), ma si tratta di questioni più cervellotiche, in parte opinabile, e per questo secondarie alla questione capolavori-del-pop. Questa al contrario, opinabile non è.

Conosco un discreto numero di fan della Sarah, ognuno portatore di una diversa lettura della vicenda-etichetta (un po’ come i tifosi di una certa squadra di serie A, non dirò quale), ma tutti concordi sull’affetto profondo per certe melodie e certe band.

In Under the Bridge, in uscita oggi per l’etichetta Skep Wax (gestita da Amelia Fletcher e Rob Pursey, già negli Heavenly e adesso The Catenary Wires), si trovano band che continuano a suonare dai tempi d’oro, band che hanno cambiato nome e nuovi assemblaggi.
Non vi dirò chi era chi, perché chi è dentro la questione lo capirà da sé.
D’altronde certe cose vanno tenute un po’ segrete, è un po’ il senso dell’indie-pop di epoca classica (ma sì, diamogli delle età), o perlomeno, è la sensazione che ricordo dei tempi pre-adsl che per un non indifferente tratto di adolescenza ho avuto la gioia di conoscere musicalmente, in cui le scene musicali funzionavano ancora come società segrete e le informazioni andavano sudate, spulciate nelle fanzine e nei libretti.
Figuriamoci i dischi.
Dirò solo che la scelta del francese per Monsieur Jadis dei Tufthunter mi ha rimandato subito a quella splendida cover di France Gall degli Heavenly datata 1996.

Non mi metterò nemmeno a fare una classifica di cosa è riuscito più o meno bene in Under the Bridge, non credo proprio che sia nello spirito dell’operazione, e in casi come questi, si sa, la condotta etica è essenziale.
Mi limiterò a ricordarmi che, qualche anno fa, l’ultima volta che andai a un festival (e la prima volta che ci andai da solo) vidi un concerto di una di queste band in una chiesa e mi sorpresi di vedere persone più grandi di me che piangevano.
Chi era quella band? Anche questo è giusto che rimanga un segreto.

What we do is secret, cantavano i Germs negli anni Ottanta, ma considerando che dai Germs sono nati i Foo Fighters, capirete perché continuo a preferire i segreti custoditi nelle stampe bicolori delle cartoline di Bristol, nelle saldature degli amplificatori Roland Jazz Chorus e nel cuore di chi come me ha amato tutto ciò.

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