The Catenary Wires – Birling Gap

Francesco Amoroso  per TRISTE©

Basta fare un giro sulla pagina wikipedia (evitando accuratamente l’imbarazzante elenco delle canzoni presente) dedicata alla parola, per rendersi conto di quanto il termine nostalgia presenti significati e ramificazioni filosofiche e sociali profonde e articolate.
Qui, parlando di musica, evochiamo la nostalgia molto spesso, e, altrettanto spesso, ci sorge il dubbio che tale continua evocazione sia dovuta alla vecchiaia ben più che incipiente e all’esaltazione di un passato idealizzato e mai realmente vissuto.

Del resto per sincerarsi di quanto la parola nostalgia possa avere significati piuttosto contraddittori basterà pensare al suo derivato “nostalgico” che, se riferito a un attitudine politica, fa correre lunghi brividi freddi lungo la schiena. E non di piacere.

La dicotomia tra la sana (?) nostalgia di un tempo più spensierato e al tempo stesso più drammatico ed emozionate – come solo il periodo dell’adolescenza e della prima età adulta può essere – e la malsana e oscura percezione di un passato falsamente idilliaco e che non è mai esistito veramente, evocato ad arte da conservatori e beceri nazionalisti, è il fulcro del nuovo album di The Catenary Wires, la band che ruota attorno alle figure iconiche di Amelia Fletcher e Rob Pursey, ex Talulah Gosh, Heavenly, Marine Research e Tender Trap.

Sempre circondati dall’aura di maestri dell’indiepop più twee (e a torto, visto che Taluah Gosh sono da sempre considerati fonte di ispirazione per il movimento Riot Grrrls e Heavenly, soprattutto nella seconda parte della loro gloriosa produzione discografica, hanno trattato temi scottanti senza mezzi termini e con molto coraggio) Amelia e Rob, senza tradire la propria attitudine sonora, ci raccontano di quanto sia facile crogiolarsi, soprattutto raggiunta la mezza età, in un passato che viene ricordato come dorato e di quanto questa attitudine possa portare a conseguenze nefaste.
Se vi è venuta in mente la Brexit siete nella giusta direzione.

Questo messaggio è presente spesso, in modo assolutamente serio ma mai serioso, nelle dieci canzoni che compongono il terzo lavoro della band inglese che, mentre lancia una critica sardonica e feroce alla propria generazione (che ha permesso, con il voto della maggioranza dei cinquantenni, la Brexit e il perpetrarsi del potere Tory), evoca altrove un nostalgico e non rinnegato romanticismo tipico dell’indiepop.

Birling Gap, del resto, prende il nome da una riservata spiaggia di ciottoli che si trova ai piedi delle famose bianche scogliere di Dover, che segnano il confine dell’Inghilterra e che funzionano, di nuovo, non come un’apertura verso l’esterno, ma come una barriera contro gli invasori.
Amelia e Rob si rivolgono direttamente ai loro concittadini, quelli che ancora venerano la Regina (o, meglio, la sua effige), che anelano all’Impero, alla birra tiepida e vedono lo straniero come l’invasore che sta erodendo e distruggendo la loro magnifica britishness.
Do you know your history?/Yeh, from Boudica up to the Grantham shop-owner/ It’s part of you it’s part of me/Misremember the past, it’s our national persona” cantano, con voce esultante e carezzevole Amelia e Rob in Three Wheeled Car, che racconta di una vecchia coppia che guida una Reliant Robin verso Dover dove “We will gaze out to see/We’ll conjure up old enemies/And feel safe and warm” .

Eppure, nonostante il feroce sarcasmo (che ricorda, almeno a qualcuno di noi, una versione più mordace di “George e Mildred”), le chitarre continuano a brillare, la voce di Amelia è setosa ed evocativa come non mai, gli arrangiamenti sono calibratissimi e popular senza imbarazzo. Basta ascoltare il magnifico singolo Mirrorball, un irresistibile brano di perfetto indiepop che ha a che fare con il lato più “sano” della nostalgia, evocando le discoteche e le sale da ballo degli anni ottanta, dove trovare (o perdere) l’amore sulla pista da ballo, al suono dei “migliori” brani da classifica di quarant’anni fa (“It was an eighties disco/ I know – not cool, but we both paid to be there/ Desperate fools. I drowned in bad production/ Yes – me too/ But then I saw you smiling cross the room“)

Un brano sbarazzino e al contempo malinconico, così come l’altrettanto delizioso Alpine, o Always On My Mind, in cui una coppia riscopre l’amore perduto da una foto recuperata tra vecchi cimeli (“Something about the way/ You looked at me (on that day)/ As the camera clicked and/ Made a memory/ Sunlight shining on your shoulders/ Autumn rays before the nights get colder“), sprazzi che fanno da contraltare al contenuto cupamente sarcastico di molte delle canzoni di Birling Gap.
Canterbury Lanes, ad esempio, che, benché musicalmente sia di quanto più vicino a un brano di baroque pop si possa trovare sull’album, lancia strali ancora più ficcanti a quella generazione Brexit che si crogiola nella propria presunta superiorità: “The schools and churches of our birth/Tower over us, say what we’re worth/And all the beauty and the bells won’t set us free/We’re all enslaved by their sweet harmony/We’re all enslaved by their sweet harmony“.
Sembra di sentire un Ray Davies cui il trascorrere del tempo ha regalato una prospettiva diversa (e decisamente meno serena) sull’Inghilterra.

Con Birling Gap Rob, Amelia e compagni si confrontano con una realtà dura e con un nazionalismo volgare e impenitente senza cercare scorciatoie, senza usare edulcoranti o occhiali rosa deformanti, e lo fanno con una grande capacità di osservazione e una buona e necessaria dose di amara ironia.
Soprattutto, tra il folk, il pop (che sia twee, indie o senza alcun suffisso), alcuni passaggi quasi punk e persino una spruzzata di krautrock, tra un testo sarcastico e un ricordo genuinamente commovente, The Catenary Wires, non perdono mai quelle caratteristiche che hanno reso imperdibile e degna di nota tutta la produzione artistica di Amelia e Rob: la mancanza di cinismo, la capacità di suonare sempre sinceri e pieni di empatia e il loro inestimabile dono, mai smarrito, per la melodia.

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