Ravagers – Badlands

Tiziano Casola per TRISTE©

Che esistano questi Ravagers lo scopro per caso tramite un post sponsorizzato.
D’istinto sento puzza di un certo garage punk nordico anni duemila ed ecco che i signori hanno tutta la mia attenzione.
Successivamente leggo su Google che la band viene da Baltimora, che ci suona qualcuno dei Biters (band glam newyorkdollica di cui ricordavo questa meraviglia), dunque niente Svezia o Norvegia, ma non fa niente, perché il senso è lo stesso.

Ovvero il gioco di calarsi in un mondo che precede qualunque distinzione di censo tra punk rock ed heavy metal, un mondo fumettistico in cui esiste soltanto un indistinto sound della delinquenza giovanile con chitarre.

Capirete allora per quale motivo prima mi sono riferito al Valhalla garage di Turbonegro, Hellacopters, Hives e altri scandinavi: perché come loro anche i Ravagers partecipano eroicamente all’eterno gioco della ricerca del sound perfetto per una teppa idealizzata. 
Esiste d’altronde un intento più nobile o un gioco più divertente?
Non credo proprio. 
Calibrare un certo tipo di pub rock equivale in fin dei conti al mestiere svolto da chi inventava i cattivi basic nei fumetti di supereroi (i rapinatori senza particolari caratteristiche), ma penso anche a Rocksteady e Bebop, gli scagnozzi borchiati delle Tartarughe Ninja.

Nel caso specifico di Badlands il gioco della musica-da-teppa si traduce nel pianoforte che batte mononota sul ritornello di Shake the Reaper, dogma stilistico per chiunque (penso ai Turbonegro) abbia chiara in testa la legge base del rock, quello con coltello a serramanico e chiodo di pelle.
Ovvero che certe cose non hanno mai davvero abitato in casa Jagger (quello dei Rolling Stones, la blues cover band della Londra bene, mediocre o gradevole fate voi), ma hanno sempre e solo risposto al citofono “Stooges”.
È infatti proprio col pianoforte picchiettato in quel modo che gli Stooges piú immondi hanno gloriosamente trapanato il cervello a tanti giovanotti dotati di capelli unti e jeans Carrera.

A parte ciò il suono dei Ravagers c’entra ben poco coi riff da depravati dei fratelli Asheton. Questa digressione serviva solo a mettere in chiaro in quale settore del bestiario musicale ci troviamo.
Lo spirito è piuttosto quello dei più cocciuti Ramones di fine anni 80. Che non sono quelli leggendari degli esordi, non sono quelli perfetti degli anni Phil Spector/Pleasant Dreams (1980-1981), non sono quelli discutibili del triennio successivo  e nemmeno quelli col turbo di fine carriera.
Ma sono quelli un po’ hard rock, un po’ wave, ma sotto sotto bonaccioni di Brain Drain.
I Ravagers confermano questa mia impressione col ritornello catchyssimo di Down That Road, altro singolo estratto dall’album, con quelle tastierine tintinnanti che ricordano un po’ proprio Pet Sematary, con quella stessa attitudine a metà tra il tonto e l’epico (quella che banalmente si ottiene col giro di accordi sesta/quinta/quarta, non necessariamente in quest’ordine), che rimanda ad altre gemme ramonesiane dello stesso periodo.
Ah, nella stessa traccia segnalo uno splendido phase di chitarra, che gira netto da una cuffia all’altra. Chiaro segno che in certi dischi anche l’attitudine al mixaggio è tutto.

Ma cosa c’entrano i giubbotti di pelle e le pettinature a piume di gallina con un blog come Triste? Beh, è risaputo che in un mondo senza i New York Dolls Morrissey e Johnny Marr avrebbero probabilmente fatto un lavoro qualunque.

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