Lucy Roleff & Lehmann B Smith – Dark Green

Peppe Trotta per TRISTE©

Sono passati quasi nove anni da quando un ep di cinque canzoni rivelava ad una cerchia alquanto ristretta il talento musicale di Lucy Roleff. Longbows – questo il titolo di quel primo tassello – presentava fin da subito in maniera sintetica ma esaustiva l’universo sonoro scarno quanto delicato della cantautrice australiana, fatto di partiture folk su cui danza con grazia la sua voce morbida.

Questa formula intima, inizialmente imbastita in solitaria con l’ausilio di chitarra acustica e arpa celtica e gradualmente aperta a contributi sempre più estesi, trova adesso amplificazione e nuovo colore attraverso un primo album pienamente condiviso.
Ad affiancarla c’è Lehmann B Smith, ugualmente attivo nella scena di Melbourne, nel cui curriculum troviamo collaborazioni con Totally Mild, Pikelet e Grand Salvo.
Il sodalizio da cui Dark Green scaturisce ha radici lontane nutrite da uno scambio costante di demo confluito, nel 2019, nella volontà di creare insieme un itinerario che incrociasse le personali visioni artistiche.
Stabilitisi a Skenes Creek, villaggio rurale sulla costa meridionale australiana, i due hanno definito le strutture delle nove tracce poi rifinite attraverso un attento lavoro di revisione e produzione.

Da questa lenta gestazione nasce un lavoro dai toni rinfrancanti che pesca ampiamente nella tradizione folk per proporre una duplice riflessione sulla vita, sull’amore e sul senso di perdita.
La connessione profonda instaurata conferisce un’atmosfera coesa  all’insieme malgrado resti perfettamente leggibile l’alternanza delle due differenti scritture.
Da un lato troviamo la leggerezza trasognata costruita su fragili linee armoniche della Roleff – sapientemente vestita da misurati arrangiamenti – in bilico tra l’intimismo di Joni Mitchell (Linen In The Sun) e l’eterea bucolicità di Vashti Bunyan (In The Doorway). A questa si contrappone senza contrasto l’incedere grave delle composizioni di Smith, la cui vena maggiormente sfaccettata riesce a sfiorare persino l’obliqua liricità di un Barrett (Crooked).

Su tutto domina l’incastro tra le parti, la quieta bellezza scaturente dal dialogo di voci e strumenti fusi in un paesaggio musicale fuori dal tempo in cui passato e presente convivono in perfetta armonia.

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