
Francesco Amoroso per TRISTE©
“J’ai tant rêvé de toi que tu perds ta réalité.
Est-il encore temps d’atteindre ce corps vivant
et de baiser sur cette bouche la naissance
de la voix qui m’est chère ?
J’ai tant rêvé de toi que mes bras habitués en étreignant ton ombre
à se croiser sur ma poitrine ne se plieraient pas
au contour de ton corps, peut-être.”
(Robert Desnos)
Mi ha raccontato Alasdair McLean -in un’intervista che uscirà a settembre per Rockerilla- che adora gli scrittori surrealisti, i cui racconti pieni di visioni sfocate di donne che a mezzanotte vanno in giro sotto la luce gialla dell’orologio, sono stati per lui stimolo e ispirazione. Artisti come André Breton o Robert Desnos hanno fortemente influenzato la musica della sua band, The Clientele. “Ti ho sognato così tanto/ che non sei più reale” recita un verso di Desnos e, intorno a questa poetica, sono nate le canzoni della band inglese che, dal 1997 ad oggi, ha sfornato sei album, cinque e.p., numerosi singoli e un paio di raccolte, senza mai un momento di stanca, una flessione, un cedimento.
Il primo album di The Clientele, in gran parte una compilation di singoli, si chiamava Suburban Light ed è uscito nel novembre del 2000, l’ultimo, Music For The Age Of Miracles, è arrivato negli ultimi giorni dell’estate del 2017. Nel tempo, con The Violet Hour, Strange Geometry, God Save The Clientele e Bonfires On The Heath, le sonorità della band si sono raffinate ed evolute, arricchite di sfumature e suggestioni, abbandonando a poco a poco la bassa fedeltà degli esordi pur senza perdere un briciolo del loro fascino un po’ polveroso e obliquo. Che utilizzi una chitarra riverberata e una voce filtrata attraverso un amplificatore per chitarre, come succedeva all’inizio, o che sciorini melodie marcatamente sixties accompagnate da fiati ed archi arrangiati in maniera impeccabile (da Louis Philippe), la musica di The Clientele è sempre la dolce evocazione di un ricordo che si allontana e sbiadisce ogni volta che si tenta di afferrarlo.
Sempre in evoluzione, eppure sempre coerenti e fedeli a loro stessi, The Clientele evocano, con le loro canzoni fragili e diafane, il ricordo di luoghi, atmosfere, sensazioni, colori, profumi.
A distanza di sei anni da quel Music For The Age Of Miracles che era sembrato, in maniera del tutto non premeditata, essere una sorta di summa dei suoni e delle espressioni che avevano accompagnato l’evoluzione stilistica della band (e per questo, forse, il loro epitaffio musicale), gli inglesi, in formazione ridotta (Alasdair MacLean, James Hornsey e Mark Keen) sono tornati con la loro opera più ambiziosa, I Am Not There Anymore: un doppio album di oltre un’ora di durata, con diciannove brani che si muovono tra tecnologia, ricordo e massicce dosi di surrealismo.
Se è difficile trovare una band dal percorso musicale più coerente di The Clientele che, nel quarto di secolo di attività, ha costruito un immaginario e un suono ormai inconfondibile e incredibilmente affascinante, con il nuovo doppio album, McLean e compagni hanno avuto l’ardire di spingersi oltre.
Tuttavia per chi -legittimamente- manifesti qualche timore, come accade a ogni innamorato di fronte alla crescita e alla maturazione dell’amata/o, è bene subito chiarire che questa volontà di spingersi oltre, questa voglia di oltrepassare i confini, autoimposti, di un suono così personale, non sfocia mai in uno sperimentalismo sterile e fine a se stesso. Anzi anche in questo nuovo lavoro il suono è assolutamente riconoscibile, ma c’è una evidente evoluzione, un ampliamento dei confini, un avvicinarsi alla materia sonora più coraggioso e, di conseguenza, ancora più eccitante e coinvolgente.
Le storie che compongono l’album – spesso ispirate alla scomparsa della madre di McLean- sono inquietanti, surreali, inspiegabili, tristemente serene e mai disperate. La bellezza che le pervade si rivela nota dopo nota, parola dopo parola, attraverso immagini, ricordi e suggestioni.
I diciannove brani di I Am Not There Anymore vanno ancora più in profondità, scavano nell’inconscio, attingono a piene mani alla vasta cultura di McLean e permettono alla band di lanciarsi in sperimentazioni sonore azzardate quanto efficaci.
Oltre all’utilizzo dell’elettronica -o, meglio, di un computer e di un software piuttosto elementare- The Clientele si cimentano con brani spoken word, brevi frammenti strumentali per pianoforte, delicati arrangiamenti di archi e fiati, passaggi atonali e melodie che spaziano dal jazz al flamenco, alla bossa nova.
Le canzoni di I Am Not There Anymore -dalle più classiche Blue Over Blue, I Dream Of You, Maria, Claire’s Not Real e Lady Grey, fino a quelle più sperimentali, My Childhood, The Village Is Always On Fire, Dying In May, Fables Of The Silverlink– veicolano ricordi, evocano luoghi e sensazioni, dipingono un paesaggio emotivo e geografico che sembra sia fuori dal tempo, eppure è reale e concreto.
Sin dalla traccia di apertura dell’album, Fables of the Silverlink, otto minuti di pattern di batteria elettronica, fiati e archi, ci si sente immersi in un travolgente abisso di suoni, di idee musicali curate con affetto e intimità. Classici pop come Blue Over Blue o Chalk Flowers si accomodano accanto a passaggi sperimentali come Dancing In May o My Childhood, quest’ultima -insieme al brano di chiusura The Village Is Always On Fire– caratterizzata dalla magnifica voce della grandissima Jessica Griffin dei Would-Be-Goods.
E, se non bastasse, a costituire una piccola pausa, un’oasi di quiete nell’intensità delle canzoni di McLean, vengono giustapposti piccoli frammenti sonori, una serie di Radials, brevi pezzi scritti dal batterista Keen e suonati su una celesta.
I Am Not There Any More non è un album che si presenta per stravolgere la nostra percezione del mondo e della musica, eppure si colloca, con estrema nonchalance, tra le vette assolute del pop inglese, vicino ai pochi capolavori che sono stati capaci di coniugare melodie e sperimentazione. Mi viene in mente Skylarking degli XTC, ma non molto altro, almeno a questo livello.
I Am Not There Anymore è sfuggente, almeno all’inizio, si muove in direzioni che possono spiazzare l’ascoltatore, ma arriva, per quanto per vie traverse, sempre nel punto esatto in cui vuole arrivare. Ascoltandolo non è mai facile prevedere cosa sta per succedere, eppure alla fine del viaggio non solo l’album vi ha portato a visitare tutti i luoghi che avreste voluto raggiungere, ma ve ne ha fatti conoscere di nuovi, altrettanto se non più affascinanti.
The Clientele vi invitano al viaggio, all’immersione sonora e I’m Am Not There Anymore è un pozzo senza fondo di meraviglie e stupore, nel quale l’appagamento dei sensi è sempre affiancato a una sensazione di indistinto, ma piacevole, smarrimento.
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Disco veramente splendido, sicuramente (finora) il più bel disco pop degli anni’20.