Mol Sullivan – Goose

Non esiste alcuna regola che possa definire quale sia il tempo di lavorazione adeguato per scrivere e registrare un album e la storia della musica è piena zeppa di dischi creati nel volgere di un nulla e di altri frutto di elaborazioni ben più lunghe.
Per Mol Sullivan ci sono voluti ben quindici anni per chiudere e dare alle stampe il suo lavoro d’esordio, un arco temporale decisamente molto esteso scandito in modo profondo da un problema di alcolismo fortunatamente superato.

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Packs – Melt The Honey

La canadese Madeline Link torna a stretto giro da Crispy Crunchy Nothing (2023) con una nuova raccolta di undici brani, dove ancor più dei suoni – il gruppo vede sempre Dexter Nash alla chitarra, Noah O’Neil al basso e Shane Hooper alla batteria – amplia la tavolozza compositiva, offrendo un lato più immediato del progetto Packs nella scia dei grandi nomi dell’indie-rock al femminile, da Courtney Barnett agli Speedy Ortiz senza dimenticare la Colleen Green degli esordi.

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The Umbrellas – Fairweather Friend

Da quando qualcuno se n’è appropriato ingiustamente (indegnamente, oserei dire), faccio sempre più fatica a spiegare, a chi non è esperto in materia, in cosa consista l’indiepop (che mi piace scrivere così, tutto attaccato, perché il termine non nasce solo dalla giustapposizione delle due parole, “indie” e “pop”, ma proprio dalla loro unione).
Potrei usare semplicemente l’asciutta e un po’ asettica definizione che si trova su wikipedia, che sostiene che l’indiepop sia “…a music genre and subculture that combines guitar pop with DIY ethic in opposition to the style and tone of mainstream pop music“, e, tutto sommato, mi avvicinerei abbastanza alla verità. Oppure, da qualche giorno, potrei avere un’alternativa più valida.
A chi volesse capire che cos’è l’indiepop potrei semplicemente suggerire di ascoltare Fairweather Friend, il secondo album di The Umbrellas.

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Brigitte Calls Me Baby – This House Is Made Of Corners

Sarà che ho trascorso queste ultime settimane centellinando la lettura delle pagine straordinarie di Mentre Morivo di William Faulkner (no, garantisco che lo stimolo non mi è venuto dal magnifico poemetto zen Perfect Days di Wim Wenders, che comunque raccomando ai lettori), sarà che già l’omonimo ep degli australiani Radio Free Alice sul volgere dello scorso anno mi aveva acceso come una piccolissima spia lampeggiante dentro le orecchie.
Fatto sta che non sono poi troppo sorpreso dal constatare che un’altra giovane band riaccenda la fiaccola dell’infinita maratona smithsiana fra le generazioni, prendendo l’abbrivio a migliaia di chilometri da Manchester, nel caso specifico nel profondo sud faulkneriano degli States. A Port Arthur, Texas, per la precisione, dove è nato e cresciuto Wes Leavins, crinito cantante dei Brigitte Calls Me Baby.

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86TVs – You Don’t Have To Be Yourself Right Now

Potrei e dovrei forse parlarvi, per restare in tema di retro-meraviglie britanniche, dei ritorni più o meno godibili di Vaccines (che fanno il paio con i sodali Spector, riaffacciatisi alle cronache lo scorso dicembre, senza troppi clamori) o Shed Seven (capaci persino di agguantare la vetta delle classifiche albioniche per la prima volta a trent’anni esatti dall’esordio Change Giver…) ma non ne varrebbe troppo la fatica né l’inchiostro. Trattasi infatti, per ambo i lavori, di onesto quanto prevedibile fan service di buona (diciamola tutta: men che discreta) mano e poco altro. Dolcezze anche gradite che però si sciolgono in bocca (o nelle orecchie dir si voglia) troppo presto per lasciare durevoli ricordi in chi le assapori. E che comunque, rimanendo all’ombra del Big Ben, il saettante arcobaleno schizzato in punta di ugola e plettro da Liam Gallagher e John Squire tende a far scivolare in un secondo se non già terzo piano del paesaggio sonoro di queste prime settimane del 2024.

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