Elbow – Flying Dream 1

Francesco Giordani per TRISTE©

Sono grato agli Elbow. Il semplice sapere che esistono e che pubblicano ancora dischi fatti alla loro maniera -una maniera che per fortuna non cambia, non tenta maldestramente di ammodernarsi o d’inseguire lo scintillio effimero del momentaneo- mi conforta, anzi più precisamente mi rasserena, come sapere che c’è ancora uno strato di Terra dura sotto le mie suole di plastica e, nel medesimo istante, una nuvola a forma d’uccello sopra la mia testa. Oppure, ancora, come sapere che c’è una svolta alla fine del marciapiede che sto percorrendo (con l’ultimo disco degli Elbow in cuffia, sotto il cappello di lana) e che tale svolta mi condurrà di fronte al bar dove mio padre mi attende per un caffè.

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Natalie Jane Hill – Solely

Peppe Trotta per TRISTE©

È spiazzante come a volte il desiderio di consapevolezza, la voglia di scavare dentro di sé per (ri)trovarsi possa portare ad una maggiore apertura verso l’ambiente che ci circonda e le persone che lo abitano. Strano ma in fondo perfettamente logico visto che siamo anche riflesso del mondo che viviamo. Un tale duplice moto che coniuga intimismo e voglia di proiettarsi verso l’esterno è alla base della secondo uscita discografica di Natalie Jane Hill pubblicata a distanza di un anno dal convincente esordio Azalea.

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Lurve – Lurve/ Перемотка – Начало прекрасной дружбы

Francesco Amoroso per TRISTE©

Ho un’insana passione per l’indie “esotico” e per tutta la musica di matrice anglosassone, in particolare quella dei primi anni ottanta (e non poteva essere altrimenti) interpretata e suonata da band le cui sonorità dovrebbero, di norma, esplorare lidi sonori diversi.
Probabilmente è perché mi diverte e mi emoziona ascoltare artisti provenienti da tutto il mondo accomunati dalla passione comune per certi suoni: le chitarre scintillanti, le linee di basso profonde, le ritmiche incalzanti e le melodie cristalline.
Nel corso degli anni ho ascoltato e scoperto band filippine, indonesiane, cinesi, ceche, sudamericane (per non parlare di francesi e italiane) che sfoderavano con passione e notevole attitudine le loro canzoni a presa rapida, melodiche, malinconiche e sognanti, incuranti della distanza che le separava sia dalla terra che questi suoni ha visto nascere, sia dall’epoca in cui hanno preso forma.

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Damon Albarn – The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows

Francesco Giordani per TRISTE©

Devo essere onesto. Avevo deciso che l’ultimo disco di Damon Albarn sarebbe stato anche per me l’ultimo. Aspettate però ad alzare il vostro sopracciglio. Con “ultimo” intendo ultimo disco “fisico” (nel caso specifico, compact disc) da comprare in un negozio, escludendo da tale novero, com’è ovvio e giusto, tutti i dischi che continuerò ad acquistare prima o dopo i concerti a cui mi sarà ancora concesso di assistere, doveroso omaggio pecuniario a chi lotta fisicamente con noi in prima linea, armato di plettro, amplificatore e chitarra a tracolla.

Forse vi starete chiedendo: e perché mai proprio Damon Albarn? Semplice. Perché Parklife fu il mio primo “ciddì” comprato in negozio, venticinque anni fa. Mi piacciono le simmetrie, che volete farci.

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Circuit Des Yeux – -io

Francesco Amoroso per TRISTE©

Non so se capita anche ad altri, ma personalmente, da qualche tempo a questa parte, tendo ad adagiarmi, nei mei ascolti, su sonorità che riescono ad accompagnare le mie attività quotidiane senza essere troppo invasive o disturbanti. Privilegio, così, artisti e musicisti che, pur esprimendo – almeno dal mio punto di vista – tutto il loro talento e la loro personalità, lo fanno con una certa pacatezza o con sonorità a cui sono maggiormente abituato.
Questo atteggiamento, tuttavia, rischia di farmi perdere una grande fetta di produzione musicale, che sarebbe almeno altrettanto degna di attenzione, per il solo fatto che le caratteristiche espressive scelte da alcuni artisti mal si conciliano con un ascolto disattento o non sono adatte a qualsiasi momento della giornata o umore.

La produzione musicale di Haley Fohr, in arte Circuit Des Jeux, è un esempio evidente di quanto sto provando a spiegare: le sue composizioni, articolate, impegnative, spesso stranianti e dissonanti, non sono adatte ad essere fruite distrattamente, né, tantomeno, in qualsiasi mood ci si trovi.
E questo vale anche per il suo ultimo album, -io, per quanto, in alcuni passaggi, sia il più accessibile della sua produzione.

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