L’Objectif – We Aren’t Getting Out But Tonight We Might

Francesco Giordani per TRISTE©

Con i giovanissimi ho un rapporto ambivalente. Un po’ li temo e un po’ li amo. In loro talvolta mi riconosco, non senza un filo d’inconfessabile tenerezza. Talvolta sperimento invece la più agghiacciante (ma anche tragicomica, suvvia…) estraneità rispetto ai loro codici, ai loro linguaggi, al gusto estetico e agli imperativi morali che ne illuminano le scelte.

Credo accada a chiunque provi a interrogare (e ad interrogarsi su) il futuro. Un tempo peculiare, che ci appartiene e che nondimeno ci esclude dal suo possesso, che si lascia intravedere pur restando, nella sostanza, quasi del tutto ineffabile, sempre avvolto nella caligine vischiosa di un incerto albeggiare che ne confonde i contorni. Uno strapiombo su cui ti sporgi e di cui non vedi, non puoi vedere, il limite ultimo. Se provi a chiamarlo, la tua voce si disperde ben presto in un’eco di sé stessa sempre più flebile e lontana. Sino a scomparire, inghiottita nel buio.

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The Smile – A Light for Attracting Attention

Francesco Amoroso per TRISTE©

Mi sono chiesto, appena ho scopeto che Thom Yorke e Jonny Greenwood avevano in cantiere un nuovo progetto,’quale fosse il motivo che li spingeva a scrivere insieme brani che non avrebbero inciso e promosso sotto l’egida dell’ormai affermatissimo marchio Radiohead.
La domanda si è fatta ancora più pressante dopo aver ascoltato i primi frutti di questa collaborazione: non sentivo da tempo canzoni del duo Yorke/Greenwood che suonassero così Radiohead come quelle uscita a nome The Smile. Eppure un motivo doveva pur esserci per una scelta che contraddiceva ogni più elementare regola del marketing, innanzitutto.

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Butcher Boy – You Had A Kind Face

Francesco Amoroso per TRISTE©

Ho grande timore a scrivere di questa raccolta.
E’ non è solo perché si tratta di un album che ricapitola la storia (oso sperare ancora in fieri) di una band che ho amato moltissimo (forse una di quelle che più ho amato nel decennio che si è da poco concluso), ma anche perché l’uscita è accompagnata dalle note di copertina scritte da John Niven, autore di grande successo e fan di lunga data della formazione di Glasgow, il quale accompagna le canzoni con i suoi ricordi d’infanzia, che hanno come scenario le stesse strade di Irvine dove il leader della band John Blain Hunt ha trascorso i suoi anni formativi.
E le sue note sono perfette, meravigliosamente evocative, struggenti, vivide. Esattamente come la musica dei Butcher Boy.

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Horsegirl – Versions of Modern Performance

Francesco Amoroso per TRISTE©

Quando ascolto band composte da giovanissimi che hanno come riferimento sonorità di epoche precedenti alla loro nascita, rimango sempre un po’ spiazzato.
Eppure non è una cosa così inusuale. Nella seconda parte degli anni ottanta, per esempio, i ventenni che si affacciavano sui palcoscenici di tutto il mondo avevano spesso come riferimento e ispirazione i suoni di venti anni prima e, allo stesso modo, non è infrequente – anzi negli ultimi tempi è diventato quasi scontato- che, impugnando una chitarra, il riferimento immediato sia il post-punk dei primi anni ottanta. Eppure sono passati quaranta anni e questi musicisti non erano neanche nati quando i Fall, i Wire, i Cure o i Joy Division erano all’apice delle loro carriere.
Evidentemente le cose vanno così e al fatto che i ventenni -alcuni ventenni, quelli, dal mio punto di vista, più accorti e talentuosi- abbiano molti dei miei stessi punti di riferimento, devo farci l’abitudine. Non so se questo mi faccia sentire un vecchio rimbambito che tenta di tenersi al passo con le mode, un nostalgico, cui il tempo, pian piano, sta dando ragione, oppure un supergiovane (® e™) che si aggira orgoglioso e a testa alta (ma un po’ ridicolmente) in un mare di ragazzi che potrebbero essere suoi figli. Ma, in fondo, questo conta poco.

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Nilüfer Yanya – Painless

Francesco Giordani per TRISTE©

Non sono affatto poche le uscite discografiche che, in questi ultimi due mesi, sono andato appuntando nel mio fedelissimo taccuino di diarista dell’ascolto. Di molte di esse le spesso soverchianti e più prosastiche impellenze della vita mi hanno impedito di dire e scrivere come avrei voluto, ahimè.
I nomi che ritrovo trascritti in agenda vanno dalla big music di ritorno dei Palace del notevole Shoals (un po’ Maccabees, un po’ Sigur Ròs, un po’ Waterboys era This is the Sea, un po’ anche Jeff Buckley), al soft (power) rock dei Blossoms di Ribbon Around The Bomb – che regalerà una mezz’ora di vitale contentezza tanto ad orecchie già estimatrici di America e Supertramp quanto a più fini palati devoti alla Electric Light Orchestra (via MGMT…).

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