Logan Farmer – A Mold For The Bell

Francesco Amoroso per TRISTE©

Questo miraggio delle partite o delle vite senza sbagli: no, Miša si teneva volentieri il fallimento. Si teneva la vulnerabilità e lo scompiglio. Tanto valeva ubriacarsi o combinare pasticci, ma rispettare sempre la dignità del singolo essere umano: gentilezza e generosità erano migliori di una rettitudine che, nel nome di se stessa, non esitava a calpestare gli altri.
(Giorgio Fontana, Il Mago di Riga)

Non credo ci sia qualcosa di più efficace di una voce e una chitarra acustica per trasmettere la vulnerabilità e lo scompiglio dell’animo umano, per certificare un dignitoso fallimento o per raccontare di gentilezza e generosità che a volte si spingono quasi fino all’autolesionismo.
Una voce, una chitarra acustica e poco più riescono a provocarmi epifanie, improvvise e inaspettate, rivelazioni che qualcosa di più profondo, più significativo può risiedere o essere portato alla luce da un gesto, un oggetto, una situazione quotidiana, una frase letta distrattamente in un romanzo sugli scacchi, una canzone.

Dopo sei album a nome Monarch Mtn, il cantautore del Colorado Logan Farmer aveva inciso nel 2020, per la prima volta, un album a proprio nome. Still No Mother era un lavoro dimesso e personale, fatto di ballate acustiche e di ricerca sonora. Uno di quegli album che passano inosservati nel rumoroso caos del presente e che, tuttavia, rimane come una nebbiolina (Rome, Through A Fog era una canzone perfetta), una vaga sensazione tra l’intenerito e lo straniamento, impalpabile eppure persistente. Forse due anni fa, nel pieno dello stravolgimento pandemico, neanche ci eravamo accorti del solco, sottile ma duraturo, che un lavoro così schivo e sussurrato aveva scavato dentro alcuni di noi.

A distanza di due anni, Farmer torna con un nuovo breve e intenso album, A Mold For The Bell, sempre per l’encomiabile Western Vinyl. Pare -ed è bello pensare che sia così- che mentre Logan Farmer si recava ogni giorno a lavorare in una libreria, durante la pandemia, ascoltando in cuffia i primi abbozzi delle sue nuove composizioni, passasse nei pressi della chiesa locale, davanti alla quale si fermava ad ascoltare il rintocco delle campane all’inizio dell’ora. Quel suono, che all’inizio era un conforto, ha iniziato a sembrargli, quando la situazione è peggiorata, infausto, quasi minaccioso.
Proprio questa esperienza, apparentemente banale, ha ispirato Farmer a completare e produrre gli otto brani folk, spogli e penetranti, che sono andati a comporre il nuovo lavoro. Un’epifania, appunto.

Pur rimanendo profondamente essenziali, quasi nude, le canzoni di A Mold For The Bell sono caratterizzate da arrangiamenti attentissimi e dalla partecipazione di alcuni ospiti che conferiscono ai brani personalità e originalità: il sensibilissimo sassofonista Joseph Shabason e la straordinaria compositrice e arpista Mary Lattimore contribuiscono alle composizioni di Farmer in maniera decisiva eppure senza assolutamente stravolgerle.
Sostituite le drum machine e i synth di Still No Mother con il suono del clarinetto e degli archi, A Mold For The Bell suona caldo e familiare, ma l’atmosfera si fa a volte opprimente, quasi gotica. Non è un caso che, tra le proprie influenze, Farmer citi il film Andrei Rublev di Tarkovsky e i romanzi della scrittrice rumena, premio Nobel, Olga Tokarczuk, con la quale, l’artista del Colorado, condivide la grande sensibilità verso i temi ambientali.

La prima traccia, Silence or Swell si apre con il verso: “It’s going to be hard to talk about this when it’s done” e viene da chiedersi se l’autore si riferisca alla pandemia o alla sua stessa opera e se in questa frase sia insita la speranza che il dolore dovrà prima o poi passare o la certezza che tale dolore porterà inevitabili conseguenze. Si tratta di un brano dalla struttura semplice, che si apre con un intro di inquietanti field recordings -che non può non farci immaginare il suo autore mentre, nel buio e nel gelo di un’alba invernale, si reca a lavoro- e con un triste assolo di sassofono di Shabason che dialoga con il fingerpicking e la voce espressiva di Farmer.
Ogni canzone dell’album sembra avere una propria anima minima, fragile: Cue Sunday Bells è una ballata di disarmate eleganza che alla chitarra affianca viola, violino e clarinetto con straordinario effetto emotivo e che si conclude con l’inquetante coda del sassofono di Shabason. In Horsehair Il modo di suonare la chitarra di Farmer è complesso, lirico, toccante, ma ogni sensazione viene amplificata dal sottile e straordinario contributo dell’arpa di Mary Lattimore che conferisce al brano un’atmosfera ancora più aerea e sognante, riempiendo i vuoti tra le parole di Farmer che meditano sulla memoria (“The Voice You Had, now Useless As Vapor/ Or Dust“), sul rimpianto (“If I Ask You Then/ “Do You Hear Those Bells?”/ Just Lift Your Chin/ And Nod Until/ You Can Say “Yes”…/I Hear Them, They Call Us Here“), sul trauma personale e sulle crisi globali (“It’s A Full Time Job, Just Stayin’ Calm/ Don’t Read The Papers“).

Crooked Lines si avvale di una registrazione in loop che rende meno confortevole il suono di piano e la voce suadente di Farmer, ulteriormente sporcata dai graffi di una chitarra elettrica distorta e accarezzata dal sassofono di Shabason. Un brano che può suonare spiazzante nel placido flusso dell’album e che, tuttavia, gli conferisce carattere ed estro.
William e The Moment si muovono sulle coordinate dei brani precedenti: fingerpicking intricato e voce empatica, emozionanti arrangiamenti per archi, mentre Renegade si fa più sperimentale con il clarinetto che entra nella seconda parte e flirta con il jazz. A Mold For The Bell si chiude con South Vienna (località che si trova in Ohio), una sorta di walzer in cui ritorna il superbo sassofono di Shabason, stavolta più languido del solito.

Sebbene le coordinate delle otto canzoni che compongono l’album non siano mai spiazzanti e le sonorità che caratterizzano i suoi poco più che trentacinque minuti di durata siano piuttosto uniformi e armoniose, ognuno di questi brani riesce, quasi senza sforzo, a convogliare un’atmosfera unica, a possedere una vita propria, a raccontare una storia minima.
Ogni canzone di A Mold For The Bell potrebbe fornire la colonna sonora di un breve romanzo di Kent Haruf, ambientato a Holt -Colorado naturalmente- perché, proprio come Haruf e i suoi personaggi, le canzoni di Farmer raccontano, magnificamente, la vulnerabilità e lo scompiglio dell’animo umano, il dignitoso fallimento, la gentilezza e la generosità che a volte si spingono quasi fino all’autolesionismo.

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