Living Hour – Softer Faces

cover

Francesco Amoroso per TRISTE©

Vedere crescere un figlio è un’esperienza bellissima e, al tempo stesso, straziante: ogni piccolo cambiamento, dai primi dentini, alle prime parole, ai primi passi, al primo giorno di scuola, è una enorme conquista eppure porta con sé anche il sapore di una terribile perdita.

Mentre gioisco per ogni minima conquista del mio pargolo, che si rende di giorno in giorno più autonomo, più sicuro e sviluppa la propria personalità e individualità, non riesco a non provare un senso di smarrimento perché ciò che è appena stato non sarà più: mio figlio non avrà più sei mesi, non più due anni, non potrò più cullarlo (tra poco neanche tenerlo in braccio), né basterà più un bacino per fargli passare il dolore e già ricordo le levatacce notturne e il cambio dei pannolini con struggente nostalgia.

Sebbene in maniera certamente meno straziante, anche la nascita, la crescita e la maturazione di una band che avviene sotto i miei occhi mi porta, a volte, a considerazioni simili.
Meno di tre anni fa, non ricordo in quali circostanze, ho scoperto i canadesi Living Hour e il loro personalissimo approccio a sonorità in bilico tra shoegaze, psychedelia gentile e dream pop e ne ho amato moltissimo l’omonimo album d’esordio che conteneva perle come “Seagull”, “Steady Glazed Eyes” e “Miss Emerald Green”.

Così, quando a inizio anno, è stato annunciato (con l’uscita della sognante “Bottom Step”)  “Softer Faces”, il loro nuovo lavoro, mi sono affrettato ad acquistarlo in pre-order e l’ho ascoltato appena arrivato, sperando di ritrovarci dentro tutte le sensazione e le emozioni che mi aveva trasmesso il suo predecessore: canzoni d’amore sognanti, sogni dolcemente allucinati sotto un cielo immenso e stellato, ruvide carezze e assorti brividi sottopelle.
Ai primi ascolti, tuttavia, è stato forse il senso di perdita a emergere per primo e non ho quasi riconosciuto la band che mi aveva ammaliato: il suono si è fatto più corposo, più ricco, le parti di chitarra sono più intricate, le ritmiche spesso dispari sono spiazzanti, le melodie più nascoste.
Ma è bastata la consapevolezza di trovarmi di fronte a una band più matura e che ha maggiormente sviluppato la propria personalità, staccandosi sempre più dagli stilemi dei generi di riferimento, per cominciare ad apprezzare “Softer Faces”. Approfondirlo, a quel punto, è stato d’obbligo. Innamorarsene perdutamente inevitabile.

Quello che era un quartetto ora è un quintetto, ancora saldamente guidato dalla voce emotiva, profonda ed eterea di Sam Sarty, il songwriting sì è fatto più sicuro e maturo, i suoni più audaci e lussureggianti, con intrecci di chitarre lucenti e improvvisi inserti di fiati, le melodie strumentali e vocali, benché, come si diceva, più intricate, rivelano, ascolto dopo ascolto, tutto il loro arcano fascino, avvolgendomi con irresistibile lentezza. I testi, semplici, malinconici e vulnerabili ma non sconsolati, scavano in profondità, catartici e spesso commoventi.

Prodotto da Kurt Feldman (The Pains Of Being Pure At Heart, DIIV, Dum Dum Girls) a Winnipeg, Manitoba, città natale della band, e mixato da Jarvis Taveniere (Real Estate, Wood, Widowspeak ), Softer Faces intreccia fugaci dissonanze, esperimenti vocali, poliritmie, ottoni, cambi di tempo, articolate trame di chitarra e tastiere. Il brano di apertura “Hallboy” ne è un esempio brillante: tempi dispari, due sinuose linee di chitarra che si inseguono e talvolta diventano dissonanti, con la voce calda della Sarty che aleggia sul lento magma sonoro che si arricchisce di fiati. “No Past”, uno dei brani più scarni e onirici del lotto è un altro dei momenti più coinvolgenti dell’album con la sua ammaliante linea di chitarra che accompagna una melodia vocale inquieta.

Ma è l’album nella sua globalità a conquistare, suonando quasi come un’unica canzone (piena di variazioni e eccitanti trovate sonore e melodiche, s’intende) e fluendo ipnotico e seducente, eccentrico e, a tratti, magniloquente.

I Living Hour, una volta bambini deliziosi, sono diventati adulti di straordinaria coerenza artistica, e percorrono la strada della musica con personalità e originalità e allora perché dovrei abbandonarmi alla nostalgia e al rimpianto, quando posso, invece, lasciarmi andare all’adorazione, chiudere gli occhi e sognare sempre più in grande?

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