The Bv’s – Cartography

cartography

Francesco Amoroso per TRISTE©

Posso raccontarmela come voglio. Illudermi che rimarrò sempre “sul pezzo” e attuale. Criticare coloro che vivono nel passato e i cui gusti musicali si sono fermati alle scuole superiori.
Eppure non è possibile negare che la musica che ho ascoltato e amato nel periodo che va dall’adolescenza alla prima età adulta (diciamo dai 15 ai 25 anni, più o meno) sarà sempre quella che rimarrà più vicina al mio cuore e che mi susciterà le emozioni più pure e intense. È probabile che ciò avvenga per motivi soprattutto extra-musicali: sono quelli gli anni che più formano il nostro carattere e la nostra visione del mondo, sono quelli più pieni di stravolgimenti di coinvolgimenti, di sentimenti, di novità e passioni.
Sta di fatto che mi è davvero difficile amare musica scoperta più recentemente con lo stesso coinvolgimento totale e nella stessa maniera viscerale e folle con cui ho amato canzoni e artisti di quel periodo della mia vita.

Io, però, sono stato fortunato. Tra il 1985 e il 1995 (il secolo scorso ormai) sono uscite alcune delle cose più straordinarie, emozionanti e interessanti di sempre, in ambito musicale. O, forse, sono troppo di parte, ma non importa.
Senza fare nomi il periodo a cavallo tra gli ottanta e i novanta è stato quello nel quale si sono sviluppati, tra le altre cose, il post-punk (che, all’epoca, chiamavamo new wave, ma va bene anche così), lo shoegaze, l’indiepop, la scena C86, sono nate o hanno prosperato la Creation, la 4Ad e la Sarah Records.
Guardandomi indietro continuo a pensare che sarà difficile amare un album del 2019 così come ho fatto con quelli usciti in quella (per me) incredibile decade.

Poi basta un disco a far vacillare le mie certezze.
The Bv’s è un duo formato da Fred Jehle e Josh Turner, il primo tedesco di Augsburg e il secondo inglese di Falmouth, in pista dal 2016 e con all’attivo già un album bellissimo (Speaking From a Distance, 2017) e una serie di singoli ed e.p. davvero imperdibili. Da qualche giorno la loro discografia si è arricchita di un nuovo, luminoso, capitolo: Cartography, composto da ben 15 brani.

Il miracolo che compiono i due musicisti è quello di ottenere nelle loro composizioni (siano canzoni puramente pop o strumentali articolati e ipnotici) il perfetto equilibrio tra le intense atmosfere dello shoegaze, la cristallina bellezza del jangle pop e l’incombente oscurità del post-punk e, per comprenderlo, basta ascoltare uno dei brani dell’album (neanche il meglio riuscito): le chitarre che aprono Port Sawsen sembrano suonate dai Field Mice, le voci, che brevemente entrano in scena, sembrano appartenere ai Chameleons o ai Sound e la coda strumentale vira verso il malinconico shoegaze degli Slowdive. Il tutto in un solo brano. In poco più di quattro minuti. E senza che, naturalmente, ci sia alcuna cesura tra i vari momenti.

Le lampanti (e benvenute) influenze del passato si mescolano, lungo tutto l’arco dell’album, a quelle geografiche (Be Lonely Together pt.II e Ja, Toll potrebbero far parte della colonna sonora della fantastica serie tv Deutschland 86) e a una vena melodica straordinaria che permette a Fred e Josh di scrivere riff degni delle migliori produzioni di jangle pop e canzoni dall’impatto immediato come Catapult, Vertigo, Aspen Tree o Tessellate che riescono a suonare allo stesso tempo melodiche e a tratti epiche pur rimanendo malinconiche e desolate.

Nei momenti migliori, il rimando alle magnifiche sonorità eighties è intenso ma, allo stesso momento, lo sviluppo melodico della canzone è così travolgente da far dimenticare qualsiasi velleità critica.

Tra sonorità dream pop, chitarre delicatamente shoegaze, voci profonde e ritmi sostenuti (e una spruzzatina di kraut-rock), Cartography mi fa rivivere e riassaporare una stagione della musica indipendente che ha profondamente segnato la mia vita e miei gusti, senza farmi affatto sentire un vecchio ancorato al passato.
E, vi assicuro, non è affatto semplice. Anzi, oserei dire, è proprio un piccolo miracolo musicale.

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