Marissa Nadler & Stephen Brodsky – Droneflower

Alberta Aureli per TRISTE©

La poesia la genera il caso, dicono alcuni.

Le parole, tutte le parole, pescate a caso da un immaginario contenitore cristallino, e rimesse in fila seguendo il solo nesso dell’estrazione, possono, anzi, non c’è dubbio che, raccontino di qualcosa in modo poetico.

Forse è quello che fanno anche tutti quelli che ad ogni fotografia aggiungono una citazione, a caso appunto, libera associazione poetica, cose così.

Credo di aver partecipato ad un esperimento di poesia del caso, per puro caso appunto. Un paio di mesi fa ero in un locale piccolo e affollato con due amici e, ad un certo punto, un uomo calvo, non più giovane, con un lungo mantello nero lucente, qualcosa a metà tra Sherlock Holmes e Dracula, è salito sul palco e ha invitato i presenti a scrivere su un foglietto un desiderio, o un pensiero, non ricordo, qualcosa così, ma in forma anonima e senza ragionarci troppo.

Eravamo in questo bar, e abbiamo consegnato i nostri bigliettini, chiusi e anonimi, poi l’uomo col mantello ha iniziato ad estrarre uno ad uno, i messaggi segreti. Di ogni messaggio ha fatto un verso, e alla fine la poesia era bella, bella veramente, e l’esperimento ha funzionato, eravamo tutti affascinati. Ma la poesia del caso era anche vuota, sapevo che andando via di lì avrei dimenticato ogni parola, anzi, forse, questa è la prima volta che mi ricordo della serata intera.

Alcune altre poesie invece inventano, cambiano la vita delle persone, si insinuano indelebili. Per questo la poesia è mistero, dicono altri. Esiste perchè misteriosamente la scelta di una parola vicina ad un’altra crea, nel momento in cui è detta, qualcosa di nuovo, una genesi avviene e da quella genesi nuovi significati prendono vita, il mondo intero cambia. Questa genesi è inspiegabile, così iniziamo a parlare di anima, di talento, di astrazione pura. Mistero.

Droneflower è un album misteriosamente poetico. E quindi pieno.

Quando qualche anno fa Marissa Nadler e Stephen Brodsky (chitarrista dei Cave In) si sono incontrati in un bar di Brooklyn e hanno iniziato a ragionare insieme ad un progetto di collaborazione avrebbero voluto realizzare la colonna sonora di un film Horror. A quel progetto, che non ha avuto seguito, si è sostituito questo, che se lascia da parte l’Horror si inserisce bene nel Gothic-Folk degli album precedenti di Marissa.

Sono solo due i versi in For the Sun (uscito come singolo in primavera) ripetuti e sussurrati, I wanna love you but I don’t know how/ And I’m waiting for the sun/ And I’m waiting for the sun to fall così espliciti però da definire subito l’atmosfera intera.

Sbocciano fiori oscuri in questo disco, epifanie notturne illuminate solo dalla luna, un vento lirico fa tremare le foglie e ogni nota riesce ad essere angelica e demoniaca insieme. Così tra le corde elettriche di Watch the time immersi in un paesaggio livido, stai tornando con me e riesco a vedere tutto ciò che è possibile.

I fantasmi evocati in Droneflower danzano senza nome e senza volto, strisciano persi nei cunicoli della memoria (Dead West) e tornano nei frammenti struggenti di Shades Apart, Sometimes I feel you near/ Somehow time has held you here. Una delle due cover del disco, In spite of me dei Morphine, chiude Droneflower, la voce torna limpida e pura, la chitarra acustica addolcisce ogni tono e ogni rinuncia, ed è come se improvvisamente la notte fosse finita.

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