The Weather Station – How Is It That I Should Look At The Stars

Francesco Amoroso per TRISTE©

Da un po’ di tempo a questa parte, una decina d’anni almeno, la maggior parte delle cantautrici, soprattutto americane, sembra compiere un percorso artistico piuttosto simile: si parte con album prevalentemente acustici e fortemente caratterizzati dall’uso della voce e della chitarra, quasi sempre influenzati dal folk o dal country, per poi progredire, nel corso degli anni, verso sonorità più aggressive e corpose, verso arrangiamenti elaborati, copioso uso delle tastiere e di ritmiche sempre più incalzanti, quasi che l’esigenza principale, prima ancora che quella di un’evoluzione artistica, sia quella di scrollarsi di dosso la fastidiosa etichetta di ragazze con la chitarra che, inevitabilmente, viene loro affibbiata da giornalisti senza troppa fantasia (e spesso anche con scarsa attenzione per le sfumature).

E’ una tendenza che si è fatta sempre più evidente con album come Burn Your Fire For No Witness di Angel Olsen o Tramp di Sharon Van Etten, ma anche con artiste come Torres o, più recentemente, Lucy Dacus e Julien Baker.
E’ una scelta certamente legittima e, in alcuni casi, quasi inevitabile.
In fondo siamo entrati nel terzo decennio del nuovo millennio e suonare ancora come se fossimo negli anni sessanta del secolo scorso può anche non essere la massima aspirazione di donne che hanno la volontà di rappresentare con le loro canzoni e i loro suoni una generazione nuova che vuole allentare, se non recidere, i legami con il passato.

Non si è affatto sottratta a questa tendenza neanche Tamara Lindeman, in arte The Weather Station, anche se, con l’esclusione forse del suo esordio, la canadese aveva progressivamente già spostato il proprio songwriting dalla chitarra acustica al pianoforte, aggiungendo legni, archi e ritmi, fino ad arrivare, con l’ultimo Ignorance, ad ampliare le proprie sonorità da un abbastanza tradizionale country-folk cantautorale, a composizioni più elaborate e variegate, caratterizzate da arrangiamenti elegantissimi e ritmiche coinvolgenti.

Giunge così del tutto inaspettato il suo nuovo album, How Is It That I Should Look At The Stars che si presenta come una prolungata e delicate carezza auditiva, un scrigno di gioielli schivi e fragili, un distillato purissimo di talento e sensibilità artistica.
Composto da dieci brani introspettivi, scritti insieme a quelli del precedente Ignorance, ma registrato completamente dal vivo, come una sorta di improvvisazione, con un gruppo di musicisti jazz di Toronto, tra il 10 e il 12 marzo 2020, con sax, lap steel, clarinetto e organo elettrico, How Is It That I Should Look At The Stars è un album di ballate pacificate, scarne e tranquille, che affrontano molte delle tematiche già presenti nel precedente lavoro, ma in maniera più intima e pensosa, arrangiate con cura e parsimonia nei suoni.

Le canzoni, eseguite quasi interamente al pianoforte, raccontano, infatti, di un mondo che subisce cambiamenti permanenti e devastanti, ma risultano più una amara riflessione che un urlo disperato e affrontano temi destabilizzanti con delicata sensibilità.
Così Lindeman si interroga, quasi filosoficamente, su cosa sia utile comprendere nella vita e cosa sarebbe meglio non sapere.
In Ignorance – brano non presente nell’omonimo album – ammette il proprio spaesamento (“I never know what to say or not say, what to honour or betray in any given day“), ma non se ne cruccia più di tanto. In Sleight of Hand riconosce di essere stanca di promesse non mantenute e di finzioni (“I have tried to be good. I only ever wanted to be understood. I thought it was kind that I should play along. And when they light the sign, I applaud. But I’m pretty tired of this bait and switch.“), ma più che rassegnata, sembra quasi distaccata.
In Endless Time racconta di un’apocalisse (dovuta ai cambiamenti climatici?) lenta ma inesorabile (“It’s only the end of an endless time/ They don’t put that in the paper, you won’t hear it on the news/ But we knew/ And it’s just like a sunset about to begin“), eppure lo fa con estrema dolcezza, quasi provando a godersi quel che rimane di un’umanità ormai al tramonto.
Nel magnifico duetto To Talk About – forse il brano più struggente dell’album – sembra quasi rassegnarsi al ruolo che la società vorrebbe darle (“I am lazy, I only want to talk about love/ I know there is so much I should try and say/ But we lay in bed and leave it unsaid/ I’m tired of working all night long/ Trying to fit this world into a song“), tuttavia si tratta, più che di una resa, di un inno all’unica forza che ancora ci spinge ad andare avanti (“I am lazy, I only want to talk about love/ Sometimes it feels like the only thing anybody wants me to speak of/ Nobody wants to drag themselves through the endless ruins of/ All there is in this world that is not love“).

Le canzoni di Lindeman respirano e lasciano spazio alle note e agli strumenti, acquistando il discreto fascino dell’immobilità e del silenzio, tanto che il nuovo lavoro suona quasi come un voluto contraltare all’esuberanza e ai suoni lussureggianti del magnifico Ignorance.
Da Marsh fino alla conclusiva jazzata Loving You (una cover dell’artista anglo/canadese John Southworth), passando per la diafana bellezza di Song e Sway, Tamara Lindeman ammalia, ribadendo che, quale che sia la veste sonora di cui decide di ammantare le proprie composizioni, l’incantesimo della sua voce e del suo songwriting non si può spezzare con un lavoro che mette al centro non tanto l’elaborazione dei suoni o la performance artistica, quanto la pura e nuda bellezza di dieci composizioni sincere ed elegantissime.

Grazie al solito piccolissimo privilegio di chi scrive di musica, ascolto questo lavoro da un paio di mesi e, nonostante sia chiaro che, in situazioni complicate e tragiche come quelle che stanno vivendo tante persone così vicine a noi, nulla può davvero portarci la tranquillità mentale di cui abbiamo bisogno, queste canzoni di Lindeman sono quanto più vicino ci sia a un calmante naturale: proprio come le stelle del titolo – che continuano a rischiarare il cielo – anche la sua musica continua a donare luce a un mondo che sembra si stia avviando verso l’oscurità. “I swear to God, this world will break my heart” canta Tamara in Stars, e siamo tutti perfettamente consapevoli del fatto che, purtroppo, la musica non salverà il mondo, ma è, senza dubbio, una delle poche cose che riesce ancora a portarci, di tanto in tanto, un po’ di conforto.

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