Travis – 10 Songs

Francesco Giordani per TRISTE©

Per il loro decimo disco in venticinque anni di carriera, i Travis si e ci regalano dieci nuove canzoni tonde tonde, come da apodittico titolo. Canzoni che paiono quasi, già ad un primissimo ascolto, vecchi inediti ritrovati magicamente fra le carte e gli appunti della band scozzese, tanta è la leggerezza che bacia dalla prima all’ultima nota gli spartiti di questo album, scritto interamente dal leader Francis Healy a Los Angeles (dove risiede da anni) e poi registrato a Londra per le cure dell’esperto Robin Bayton.

Ascoltando le magnifiche Valentine (tra le più travisiane prima maniera), A Ghost, Waving A Window, Kissing in The Wind, la folkeggiante The Only Thing (in duetto con la fan d’eccezione Susanna Hoffs delle Bangles) davvero non riesco a trattenere un sentimento di totale abbandono elegiaco a stagioni della vita più clementi dell’attuale.

Torna in mente l’incontro imprevedibile nel 1999, sulle frequenze sempre accese della babysitter MTV, con le immagini di Why Does It Always Rain On Me?.  La visione di Fran Healy, crestato Trainspotter in gonnella, alle prese con lacci e bavagli per uscire dal cofano di una macchina (quasi la stessa di Karma Police), andava materializzandosi davanti agli occhi increduli quasi solo per donarmi il brivido sottopelle di una sconvolgente agnizione smithsiana che era per me, a quattrodici anni appena compiuti, anche e soprattutto scoperta di un destino (I can’t sleep tonight/Everybody’s saying everything is alright/Still I can’t close my eyes/I’m seeing a tunnel at the end of all of these lights/Sunny days, oh, where have you gone?/I get the strangest feeling you belong).

E poi, trascorsi due anni di ascolti quasi quotidiani, la trepidante attesa per l’uscita in negozio di The Invisible Band, arborescente trionfo con fiori primaverili alla finestra già annunciato da una Sing che inaugurava il Millennio all’insegna di una nuova joie de vivre possibile, al riparo da ipoteche politiche e nichilismi d’accatto (Colder, crying on your shoulder/ Hold her, and tell her everythings gonna be fine/ Surely, you’ve been going to early/ Hurry, ‘cause no one’s gonna be stopped).

Eppure quattro mesi dopo già crollavano le Torri, (il caso volle peraltro che lo stesso giorno del disco comprassi anche la Trilogia di New York di Paul Auster) e solo ora mi rendo conto che vidi i Travis in concerto per la prima e anche ultima volta nel 2016, sui tetti dell’EUR, un 14 luglio passato poi alla Storia per i drammatici fatti di Nizza, che appresi in radio mentre tornavo a casa, aggiungendo un filo di paura alla trama di impressioni ancora vivissime.

Abbandonandomi alla meravigliosa Nina’s Song, certamente fra le creazioni più felici dei Travis dell’ultimo decennio, quasi non penso alla cupa ombra dei giorni che ci affliggono: grazie agli Scozzesi la gioia privata del ricordo prevale sull’incertezza del futuro ancora una volta. L’impressione si rafforza al cospetto di Butterflies, forse il vertice del disco, dedicata alla memoria di uno zio di Healy morto bambino per inseguire uno sciame di farfalle (“Dopo quel dolore, però, nacque mia madre e di conseguenza, dopo tanto tempo, arrivai io. Sono grato a quell’uomo perché se non fosse morto, forse io non sarei mai venuto al mondo”).

Una ferma dichiarazione di appartenenza alla Vita, nel suo bene e nel suo male: “You keep your eyes on the prize and your head in your hands, oh oh/ You can’t see the wood for the trees even when all the leaves are gone/ ‘Cause you’re still chasing butterflies/ Watching all the years roll by/ Waiting for your ship to arrive/ You’re still chasing butterflies”, che ci intima a non guardare il dito al posto della luna (curiosamente gli Inglesi dicono infatti: not see the wood for the trees), a non perdere il dono di una vista “universale”. La sola che forse potrà aiutarci a ritrovare il sentiero perduto.

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