Matt Berninger – Serpentine Prison

Francesco Blasilli  per TRISTE©

Mi sono domandato più volte perché avrei dovuto scrivere del disco solista di Matt Berninger, inconfondibile voce dei The National (a parte il fatto che ascolterei la sua voce anche se recitasse tutto l’elenco telefonico di Roma e provincia).

Me lo sono domandato perché spesso i progetti solisti di frontman di band di successo non sono granché.
Oppure non aggiungono nulla alla loro carriera o, più in generale, al panorama musicale. Soprattutto se fanno un disco che ricalca nello stile quello che fanno con il loro gruppo.

Esattamente il caso di Matt Berninger.

“Cercavo quel senso di intimità che una band non ha”, ha detto Matt presentando il suo primo album da solista.
E l’intimità non manca nei brani di “Serpentine Prison”, anche se – ad esser sinceri – difficile pensare che una musica come quella dei The National non sia intima.

In ogni caso, il disco prodotto dal polistrumentista Booker T. Jones, è un capolavoro di intimità, che seppur non brillando dal punto di vista innovativo (e compositivo) regala due gemme come  “Distant Axis” e “One More Second”, oltre a una manciata di luci che si accendono con delicatezza fino a illuminare la notte più scura.
Dieci canzoni che tracciano la via verso quell’intimità auspicata da Matt.
Si, perché probabilmente ho mentito, le gemme nel disco non sono solo due (vogliamo parlare di “Serpentine Prison” per esempio?).

Ma questo non cancella l’interrogativo iniziale. Perché un cantante deve fare un disco solista che ricalca la roba che fa la sua band?

E perché io ne scrivo dopo essere stato due ore piegato sotto il lavandino a tentare di aggiustare il tubo della lavastoviglie?

Insomma, perché Matt Berninger ha voluto fare un disco solista?
Forse lo ha fatto per se stesso? Perché ne aveva bisogno?
Secondo me, no.
Lo ha fatto per noi.

Perché eravamo noi ad averne bisogno.

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