Adrianne Lenker – Songs (and Instrumentals)

Francesco Amoroso  per TRISTE©

Mi duole immensamente dover iniziare il racconto di un altro magnifico album citando, ancora una volta, la pandemia e il lockdown e temo, tuttavia, che non sarà neanche l’ultima. Ma tant’è. Quello di cui vorrei parlare oggi è proprio un album figlio di questo momento di grande difficoltà e disagio (ma, a quanto pare, anche stimolante per la creatività di tanti artisti).

Il nuovo lavoro di Adrianne Lenker nasce, infatti, quando all’inizio di marzo il tour dei suoi Big Thief, lanciatissimi da due eccellenti album usciti nell’arco di un solo anno (U.F.O.F. e Two Hands), è stato bruscamente interrotto dalla pandemia, e la musicista americana è stata costretta a tornare in gran fretta dall’Europa a New York, decidendo di trascorrere il periodo di lockdown in un piccolo capanno sulle montagne nel Western Massachusetts.

E lì, messo su un piccolo studio di registrazione casalingo e con il solo supporto di un registratore a cassetta e di un mixer d’epoca, ha pensato di registrare alcune canzoni che aveva già abbozzato. Ma, sarà l’atmosfera del luogo, sarà il suo stato d’animo, Adrianne è stata colta da una sorta di frenesia creativa e il flusso musicale si è fatto inarrestabile.

Ne è nato un album importante, anzi due. Eh, sì, perché, non paga di aver scritto di getto ben nove nuove canzoni nel suo capanno tra i boschi, la Lenker ha deciso anche di realizzato un collage con spezzoni delle sue improvvisazioni su chitarra acustica con le quali apriva e chiudeva ogni giornata.

Il primo album, semplicemente chiamato “songs” è composto da undici canzoni dal sound acustico scarno e incompromesso, mentre il secondo, “instrumentals”, contiene il suddetto medley strumentale per chitarra acustica e field recordings e un secondo brano, titolato “Mostly Chimes” che è, appunto, per lo più di… chimes.

Nonostante una carriera iniziata in preadolescenza, prima come solista e poi con i Big Thief, Adrianne Lenker dimostra, con questi nuovi lavori, di non aver perso un briciolo della sua spontaneità, della sua voglia di raccontarsi, della sua naturale empatia e apertura. E una tale attitudine (unita alla sua incredibile prolificità) non può che essere considerata un dono per gli ascoltatori.
Nel suo nuovo album di canzoni l’artista americana, che ha costantemente elaborato il suo passato, selezionato vecchie fotografie, attraversato con le sue composizioni i ricordi di una gioventù complicata e stimolante, continua a comunicare grazie alla forza silenziosa della sua tenacia e alla sua costante ispirazione.

Ognuna delle undici tracce che compongono l’opera attinge a sensazioni del presente come del passato, a ricordi ed emozioni ancestrali che la solitudine, il continuo ciclo della natura, la costante necessità di tirare avanti un giorno dopo l’altro, hanno fatto affiorare dagli abissi o trascinano allo scoperto dal folto della vegetazione.
E’ proprio il fortissimo legame con la natura, l’aspetto più evidente di “songs”: le registrazioni spartane permettono a ogni canzone di connettersi con i nostri istinti più intimi e primordiali, intrise come sono di umori, di profumi, di colori e suoni dell’ambiente circostante.

L’album dimostra sommamente la capacità melodica di Adrianne: la sua chitarra acustica suonata con un fingerpicking che ricorda sia il minimalismo che il primitivismo del folk delle origini, mette a nudo tutto il suo innato talento. Nelle sue mani, le corde della chitarra disegnano piccole e brillanti costellazioni e la sua voce, che può suonare tranquillizzante o aliena, riesce a donare l’intenso calore del sole come i brividi di un’alba ghiacciata.

La musicista americana, ancora una volta, riesce a trasportare l’ascoltatore dolcemente (“anything”, “come”) dentro il proprio universo, insinuando con grazia elementi inquieti e vagamente inquietanti (“ingydar”, “zombie girl”, “my angel”) e, come nei precedenti lavori, anche il percorso di “songs”, non sembra puntare a una meta specifica, ma piuttosto identifica l’errare in sé, tra i boschi del Massachusetts (“light blue, dark blue, grey crimson trail/straight through, stay don’t stray”) e nei meandri della mente, come lo scopo principale del percorso stesso.

Il mondo sonoro di “songs” non è mai troppo distante da quello dei Big Thief, ma spesso il calore condiviso delle sonorità della band è qui rimpiazzato da una brezza fresca e solitaria, da una visione onirica (“fondamentalmente stavo sdraiata a terra per la metà del tempo. Ci siamo lasciati andare nella corrente” racconta lei stessa della genesi dell’album) che altera e, al contempo, rende più vivida la percezione.

La musica di “songs” è quella prodotta da un’anima sognante che vaga solitaria nella natura e si meraviglia della brutalità e della grazia che in essa trova.

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