Tindersticks – Distractions

Francesco Amoroso  per TRISTE©

C’è una canzone nel nuovo album dei Tindersticks con un titolo che mi provoca un brivido lungo la schiena ogni volta che lo leggo.
Si chiama “Man Alone (Can’t Stop The Fadin’)” e se trovarsi nella situazione descritta dalla prima parte del titolo fa sempre un po’ paura, è l’ineluttabilità contenuta tra le parentesi a essere davvero inquietante.

Quando mi guardo indietro, quando penso al passato e alle tante persone più o meno importanti che hanno popolato il mio, mi rendo conto di quanto questo sbiadire, questo svanire sia concreto, spietato, senza scrupoli o riguardi.
Vale per le persone, per le sensazioni, per i ricordi e i sentimenti. E per la capacità e l’ispirazione.

E, allora, rendermi conto che gli undici minuti questa canzone, con il suo reiterato battito oscuro, il suo cantato ripetitivo e ipnotico, il suo suono avvolgente e inebriante, che finisce per scolorire e perdersi nel buio (non senza un sussulto finale, come una ribellione all’ineluttabilità del decadimento), sono tra i più belli, intensi e ispirati di una band straordinaria che è in giro da trent’anni, non solo mi riempie di emozione, ma mi dà speranza. Non tutto è perduto (anche se piano piano svanirà nella pioggia).
È un piacere vedere Stuart A. Staples e compagni rinnovare ogni volta, con convinzione, determinazione, ostinazione direi, la propria volontà di andare avanti, di evolversi, di concedersi il lusso di esplorare nuove strade e di guardare a quelle conosciute sotto una prospettiva diversa, vedere lo stile assolutamente peculiare della band inglese che si arricchisce di sfumature inaspettate a ogni nuovo lavoro.

Nel nuovo “Distractions”, della band iniziale (quasi un collettivo) sono rimasti fondamentalmente solo Stuart Staples, Neil Fraser alle chitarre, e il polistrumentista Dave Boulter, e anche gli arrangiamenti orchestrali sono ridotti all’osso (anche se c’è un quartetto d’archi) a favore di un approccio più dinamico e snello, più indirizzato verso l’estemporaneità.
Dell’iniziale “Man Alone (Can’t Stop the Fadin’)”, con i suoi bassi pulsanti e una ritmica quasi kraut, ho già detto e, sebbene sia posta all’inizio dell’album, ne è senz’altro il fulcro, caratterizzandolo con la sua atmosfera introversa e lugubre e con il senso di smarrimento che convoglia.
La successiva “I Imagine You” sembra andare ancora più a fondo, quasi un deliquio, con Staples che alterna lo spoken word al canto baritonale, e una melodia sospesa e scheletrica. È qui che incontriamo la prima delle tre cover contenute nell’album, ma potrebbe tranquillamente trattarsi di un brano autografo di Staples e soci: la versione di “A Man Needs A Maid” di Neil Young, è dolente, malinconica e spoglia, cantata da Stuart con voce quasi rotta.

La seconda cover è una canzone di Dory Previn, “The Lady With a Braid”, anch’essa reinterpretata dai Tindersticks in maniera così personale da “confondersi” perfettamente nel repertorio della band inglese. Dopo tre canzoni livide e intorpidite, qui c’è un barlume di movimento, un po’ di tenue luce.
“You’ll Have To Scream Louder”, originariamente dei Television Personalities – e primo singolo tratto dall’album – suona minacciosa e tesa. Anche in questo caso le ripetizioni e l’assenza di una chiara melodia rendono il brano ipnotico e straniante.
La successiva “Tue-Moi” è probabilmente il brano più tindersticks di tutta la raccolta, con il suo pianoforte severo e il dolente cantato in francese. Si tratta di una amara riflessione intorno al massacro del Bataclan di Parigi, e, nella sua scarna semplicità, riesce a commuovere nel profondo.

L’album si chiude sulle note della lunghissima “The Bough Bends”, introdotta da field recordings di uccelli e dal respiro di Staples. Arriva subito un flauto, poi un profluvio di parole (“Overall it’s going well/It’s going OK/Some good ideas badly executed/Best laid plans/These irritating wounds we need to attend to/Again and again/The ecstasy of erasure/Blank and clean/For a moment/A chance to see what we could have been/To see what we could have been“) e una chitarra elettrica accompagnata dal suono di un mellotron.

Un finale sontuoso, straziante, perfetto. Un cerchio che si chiude.
Che quel progressivo sbiadire che non si può fermare possa portare all’estasi dell’oblio, vuoto e pulito, e darci, per un momento, l’opportunità per vedere cosa avremmo potuto essere?

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