Departure Lounge – Transmeridian

Francesco Amoroso  per TRISTE©

Desidero partire: non per le Indie impossibili, o per le grandi isole a Sud di tutto, ma per qualsiasi luogo, villaggio o eremo, che abbia in sé il non essere questo luogo. Voglio non vedere più questi volti, queste abitudini e questi giorni.
(Fernando Pessoa – Il Libro dell’Inquietudine)

Non è tanto il fatto di rimanere chiuso in casa, confinato nel mio comune, impossibilitato a muovermi fuori regione, segregato entro gli angusti confini del mio Paese. La mia vera difficoltà, con l’andare del tempo, è diventata il non poter neanche sperare di muovermi, di spostarmi, il non poter programmare non dico un viaggio, ma neanche un’escursione. Il mio peggior nemico è diventato quel confine che non ho potuto fare altro che crearmi nella testa.
Non riesco più a parlare con un amico lontano e immaginare di andare presto a trovarlo, né guardare un documentario su un posto esotico e sognare di raggiungerlo, prima o poi.
Ho difficoltà anche a immaginare un aeroporto, una sala d’imbarco, un duty-free. Non sarà facile, neanche in questo senso, ritornare a una parvenza di normalità.

Suona un po’ come una beffa, allora, che, proprio in questo periodo travagliato, una band che si chiama “Departure Lounge”, ritorni sulle scene dopo quasi venti anni di assenza e lo faccia con un album che ha come titolo “Transmeridian” (il nome della defunta compagnia aerea di cui il padre del cantante/chitarrista Tim Keegan era pilota capo).
Essere in una sala partenze in attesa di un volo che possa attraversare i meridiani… basta il suono di queste parole per farmi un po’ sognare.
Guidata da Tim Keegan, la band di Brighton (ma ora divisa tra il sud dell’Inghilterra e Nashville, Tennessee) si è riunita nel 2019 per suonare due concerti dal vivo e, sulle ali dell’entusiasmo, ha ben pensato di incidere un nuovo album.
I brani che sono andati a formare “Transmeridian” sono stati incisi in tempo record in uno studio del Devon rurale, dalla formazione originale del gruppo: Tim Keegan, Lindsay Jamieson , l’ex Blue Aeroplanes e collaboratore di Robyn Hitchcock Jake Kyle e Chris Anderson.

Chissà quanti ricordano i loro tre album, Out of Here – uscito nel 1999 a nome Tim Keegan & Departure Lounge e ristampato con il solo nome della band – e poi Jetlag Dreams (2001) e Too Late To Die Young (2002), usciti entrambi per la Bella Union di Simon Raymonde. All’epoca il successo fu discreto e la band si godette anche un po’ di notorietà, sulla scia del Brit-Pop, movimento cui, tuttavia, aderiva solo in maniera molto marginale. Poi, inevitabile, l’oblio.

La prima cosa che stupisce, nelle tredici canzoni che sono andate a comporre il nuovo lavoro, è l’incredibile freschezza dei suoni, la totale assenza di cliché e la libertà artistica che i quattro inglesi si concedono per questo inaspettato ritorno (voluto e supportato dall’etichetta anglo parigina Violette Records).
“Transmeridian”, composto da un equilibrato mix di sei tracce strumentali e sette cantate, è un’opera delicata, fragile e improntata alla semplicità delle melodie e dei suoni, che riesce, grazie alla grandissima sensibilità musicale dei suoi autori e alla loro innata eleganza nel songwriting, a risultare affascinante e coinvolgente.

Contrariamente a quanto accadeva per i lavori precedenti, molte delle canzoni di “Transmeridian” sono basate sul pianoforte, il cui suono rende i brani deliziosamente malinconici.
Tracce carezzevoli e contemplative come “Antelope Winnebago Club”, posta in apertura, o, più avanti, la suggestiva “Harvest Mood” (che titolo favoloso!) sono, in questo senso, un magnifico esempio del calibratissimo uso del pianoforte, “Al Aire Libre” invece, incentrata su un melodioso fischio e su una tromba dal sapore tex-mex, è uno strumentale sorprendente e ammaliante, un omaggio personale e sentito alle sonorità del maestro Ennio Morricone.
Altrove i suoni si fanno un po’ più sostenuti, come in “Australia”, un brano pop chitarristico che rimanda alle sonorità più distese dei R.E.M. – e non per caso, visto che il leggendario Peter Buck e la sua Rickenbacker 12 corde sono la forza trainante della canzone. Suona deliziosa “Timber”, ballata folky costruita su chitarra acustica e limpidi passaggi d’organo – che ha qualcosa dei Go-Betweens -, ma sono il singolo “Mercury In Retrograde”, con le sue elegantissime sonorità retrò, il ritmo quasi jazzato e i synth vintage e “Mr. Friendly” , il brano più diretto e sereno dell’album, che suona come una canzone dei Charlatans suonata dai Belle And Sebastian (o viceversa), a essere le canzoni che immediatamente fanno innamorare di “Transmeridian”.

Mi emoziona molto anche la voce di Etta Kyle, figlia decenne del bassista e trombettista Jake Kyle che apre – quasi come succede in “Dear God” degli XTC – “Don’t Be Afraid”, ballata schietta e a cuore aperto che, costruita su pianoforte e mellotron, suona molto lennoniana: ““You won’t be forgotten/ you’ll never be alone. You’ll make mistakes/ nothing is lost. You’ll find your friends/ just be yourself.” 
Il brano finale, poi, “So Long”, anch’esso aperto da un malinconico pianoforte subito doppiato dalla chitarra acustica, mi fa venire in mente una versione understated di “Hey Jude”.
E’ la canzone più appropriata per chiudere un album ispirato, struggente, introverso e solo a tratti illuminato da improvvisi sprazzi di luce, che racconta del lungo viaggio intrapreso dai quattro musicisti per ritrovarsi, finalmente, quasi venti anni dopo.

È passato così tanto tempo da quando ho fatto un check-in e mi sono ritrovato in una sala partenze – e probabilmente sarà lo stesso per tanti – e chissà quando sarà possibile che ciò accada di nuovo.
le canzoni e le melodie dei Departure Lounge e il loro “Transmeridian” sono, però, lì ad aiutarmi a non perdere la speranza di ritrovare presto le tante persone e i tanti luoghi di cui non ho ancora avuto l’opportunità di innamorarmi.

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