Stephen Fretwell – Busy Guy

Francesco Amoroso  per TRISTE©

All the lonely people
Where do they all come from?
All the lonely people
Where do they all belong?”

Vi siete mai chiesti dove finiscono gli artisti che (più o meno) baciati dalla fama e dal successo commerciale, scompaiono per molti anni per poi, in alcuni casi, riapparire all’improvviso e riprendere il discorso interrotto, quasi come se il tempo non fosse passato?

Che cosa hanno fatto negli anni di anonimato, di assenza dalle scene? Hanno forse tentato, con fatica e sacrificio, di riprendersi il centro del palco, oppure si sono mestamente ritirati in campagna a meditare e a cercare di riconnettersi con la propria creatività? Oppure, ancora, hanno abbandonato i loro sogni e si sono rifugiati in una vita ordinaria per poi essere, nuovamente, folgorati sulla via di Damasco dall’ispirazione?

Quando, prima dell’avvento dei social network e di internet, era più facile sparire e far perdere definitivamente le proprie tracce, i ritorni sulle scene erano più rari e ancora più inaspettati e ammantati da un’aura di mistero. Adesso che la distanza tra un artista e il suo pubblico si è ridotta in maniera considerevole, è difficile essere del tutto dimenticati dagli appassionati, ma a volte, è ancora possibile che accada.

E’, senza dubbio il caso di Stephen Fretwell.
Stephen Fretwell che, probabilmente, negli ultimi quattordici anni è “andato a letto presto” (per citare Sergio Leone che a sua volta citava Proust).
Tanto tempo è infatti passato dal suo precedente album, Man On The Roof, a Busy Man, il terzo album uscito in questi giorni piuttosto a sorpresa per la sempre più interessante etichetta Speedy Wundergound.
Fretwell, che si era fatto un nome nel Regno Unito con il suo debutto su una major del 2004, Magpie, che includeva i singoli Emily, New York e Run (l’ultimo dei quali è poi apparso come sigla di una commedia di successo della BBC), è vissuto per oltre un decennio lontanissimo dalla musica e ha affrontato le preoccupazioni quotidiane dei lavori più anonimi (compreso, a quanto pare, il lavaggio di pentole e padelle in un pub), dell’educazione dei suoi due figli e della rottura del suo matrimonio.

Eppure, anche dopo il fulminante esordio, la sua carriera sembrava costellata di successi, compresa una nomination all’Ivor Novello (prestigioso premio per il songwriting) con il secondo album, Man On The Roof, del 2007, e alcuni tour in supporto di Oasis, Keane, Travis e Elbow.
Ciò nonostante Fretwell è sparito e il suo ritorno sulle scene è tanto gradito quanto inatteso e sorprendente. Prodotto dal sempre più eclettico Dan Carey e registrato a Londra nel caldo luglio dello scorso anno, Busy Man, pur senza allontanarsi dalle classiche sonorità cantautorali, aggiunge alla voce espressiva e emozionante e all’onnipresente chitarra acustica, tastiere discrete, sporadici sprazzi di chitarra elettrica e la rarefatta presenza di un violoncello.

La voce sommessa e carica di pathos di Fretwell è sempre sembrata più adatta a luoghi intimi e a una fruizione raccolta e concentrata, e in questo nuovo lavoro, grazie anche all’intuito di Carey, Stephen vi invita uno a uno a farvi più vicini, a chiudere gli occhi, ad ascoltare assorti e in silenzio, invece di cercare di coinvolgere una folla e riempire con le sue canzoni i grandi spazi cui lo credevano destinato i soliti a&r e produttori delle major.
E’ questo l’elemento di maggior cesura rispetto ai lavori del passato.

In Busy Guy, il modo di suonare di Fretwell e gli arrangiamenti attentissimi, ma mai invadenti, si adattano alla perfezione al suo stile sonoro. A partire dalle prime seriche note di The Goshawk and the Gull, il suo fingerpicking delicato richiede attenzione ed emana calore, trasmette un senso di appartenenza e di ineluttabilità.
Carey, amico personale di Fretwell, deve aver avuto molta parte in questa scelta, perché è grazie alla cura e alla soavità della sua produzione che riesce a evitare che il cantautore londinese ricada negli stesi errori del passato, ricercando sonorità radiofoniche o magniloquenti che male si adattavano al suo elegante songwriting e alla sua raffinata esposizione.
Occorre ascoltare in cuffia e a alto volume il brano più articolato dell’album, i quasi sei minuti e mezzo di Almond, per apprezzare a pieno quanto il carsico lavorio del pianoforte possa elevare alla magnificenza un brano altrimenti semplicemente notevole, per lasciarsi intenerire dal violoncello che sottolinea il brano di apertura o per godere dell’inaspettata esplosione di distorsione nella finale Green. Solo in questo modo, concedendo attenzione e tempo, si riuscirà a comprendere fino in fondo quanto i misuratissimi arrangiamenti siano indirizzati esclusivamente a dare risalto alle parole di Fretwell e alle sue commoventi e immediate melodie.

I testi analizzano paternità, dolore e rinascita, con grazia, sincerità e acume e Fretwell riesce a trovare una sua voce sicura dipingendo bozzetti di vita quotidiana con immagini poetiche di grande impatto (“Sash windows / Over the road there / They are steaming up like they are full of gangster“, “A paper lantern steals breath from a nitrous air“).
Pieno di luce e di colori (dalla copertina fino al titolo di alcuni brani: Orange, Pink, Copper, Green) Busy Guy è un album che richiede tempo e che è nato nella testa e nell’animo di Fretwell a poco a poco, senza fretta e senza alcuna pressione.
It’s been a long time / And time changed everything“, canta Stephen in The Long Water e sembra che la sua sia più una laconica constatazione che una profonda osservazione filosofica: il tempo, infatti, ha sicuramente giocato un ruolo fondamentale nella vita e nella carriera di Fretwell, che ha passato cinque anni senza toccare uno strumento, è tornato a studiare per ottenere una laurea in legge, e dopo oltre un decennio lontano da uno studio di registrazione, ha impiegato solo due ore (!) per incidere Busy Guy, un album elegante, profondo, intimo e sentito, sincero senza essere brutale, un lavoro che consente a Stephen Fretwell di esprimere finalmente tutto il proprio potenziale poetico e sonoro.

Busy Guy va a posizionarsi, a pieno titolo, al fianco di lucenti gemme quali O di Damien Rice, A Century Ends di David Gray e ai lavori di Tom McRae e Scott Matthews.
Un lavoro imprescindibile per gli amanti del genere e un nuovo brillante e promettente inizio per una artista di grande talento.

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