Midwife – Luminol

Peppe Trotta per TRISTE©

La malinconia è un sentimento autunnale, intimamente connesso all’approssimarsi della stagione fredda e alla graduale riduzione delle ore di luce. Ma ogni buona regola ha le sue eccezioni e non è raro ritrovare questo stato d’animo aleggiare durante le stagioni in cui abitualmente regnano allegria e buonumore. Per alcuni poi si tratta di una dimensione cronica radicata nel profondo.

Questa inflessione perenne, questo acuto mal di vivere è uno dei tratti distintivi della produzione di Madeleine Johnston, già evidente nelle formulazioni ambient-drone del suo progetto Sister Grotto e ancora centrale nel progetto Midwife inaugurato nel 2017 e rapidamente divenuto suo principale moniker.

Spetta all’enigmatica immagine di copertina introdurci nel nuovo itinerario crepuscolare della musicista americana, una vecchia fotografia della madre in posa davanti al mare in cui i lineamenti del viso sono ridotti ad ombra profonda. Densa inquietudine per l’incombere dell’abisso è ciò che il ritratto trasmette ed è quel di cui le sei tracce del disco – composto e registrato durante la pandemia  – si nutrono.

La lenta stratificazione di suoni reiterati da cui emerge la voce sofferta rimane la costruzione di base delle narrazioni della Johnston, qui coadiuvata da Tucker Theodore, Dan Barrett (Have A Nice Life), Angel Diaz (Vyva Melinkolya), Zachary Cole Smith, Ben Newman e Colin Caulfield (DIIV). Nessuna rivoluzione quindi, ma la volontà di dare più ampio respiro a ciò che lei stessa ha definito heaven metal tentando di descrivere la sua musica intesa come ricerca della catarsi condotta attraverso la devastazione.

A partire dai delicati rintocchi pianistici che introducono “God Is A Cop”, ciò che prende forma è un diario dolente che traspone i demoni personali su un piano universale, moto a cui fa eco la ricerca di strutture sempre essenziali e dall’incedere lisergico, ma rese più corpose dalle collaborazioni attivate. Le ruvide frequenze chitarristiche di matrice dream-gaze sfuggono così al rischio di essere monotona ripetizione  e trovano espansione e parziale nuova linfa virando verso orizzonti di tagliente slowcore (“Enemy”) o tenebrosi riverberi gothic-rock da cui traspare evidente il contributo di Barrett (“2020”).

È un universo interiore claustrofobico quello in cui l’artista ci invita, una dimensione apparentemente senza scampo – Love will break your heart forever è il mantrasu cui si impernia il crescendo di matrice post-rock di “Promise Ring” – che converge verso un ultimo atto di redenzione nuovamente contraddistinto dal suono del piano e da un ritrovato canto diafano (“Christina’s World”). Uno spiraglio di luce dal quale lasciarsi guidare verso una possibile promessa di quiete.

“Thought I was in an Andrew Wyeth
Crawling up the hill, towards the house
Show me the way
Show me the way
Show me the way”

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