Yebba – Dawn

Carlotta Corsi per TRISTE©

Ci sono moltissime cose che ho perso e ritrovato nel giro di questi nove mesi -come una gestazione-. Mi sembra alle volte di tornare alla vita come nuova di zecca, ma piena dei dolori di una vita sulle spalle. Mi sento estremamente fiacca da tempo, fiaccata da situazioni fuori dal mio controllo e fiacca perché dormo su un divano letto di circa 8 centimetri.
La mattina mi sveglio presto.
La stanza, che è comunque piccola e piena di oggetti sparsi sul pavimento, diventa di un bel colore, odora di erba bagnata ed è soffice l’aria che si respira.
Dei giorni provo a tenere a mente solo questo breve momento, soprattutto se sento il petto diventarmi pesantissimo e lo stomaco contorcersi per tutte quelle cose che mi rattristano talmente tanto da infuriarmi.

Chiunque passi di qui a leggere queste parole di certo condivide con me il senso di sollievo che ci sa regalare la musica in certi spazi di vita.
Così è stato quando ho saputo che era uscito Dawn di Yebba. Che questo album potesse essere già tra i miei favoriti semplicemente chiamandosi come una delle cose che più amo –l’alba – lascia intendere quanto poco basti per manipolarmi, ma in generale ho sempre riposto un estrema fiducia nella voce di Abbey Smith, da quando quel My Mind al Sofar di NY fece capolino sul mio schermo.
Non saprei nemmeno dire quanta importanza si possa dare ad altri elementi quando Yebba canta, ma nel suo primo album, Dawn, riesce a fondere perfettamente tutto, la lirica, la composizione e la produzione, minuziosa e davvero di prestigio con ospiti del calibro di Pino Palladino, James Poyser, Kaytranada e Smokey Hormel.

Dawn è anche il nome della madre della Smith, morta suicida un paio di settimane dopo che con il suo debutto nel panorama discografico, la giovane artista si fece notare in maniera esplosiva.
Così è un album che parla di lutto, della perdita e della ricerca di un senso di liberazione.
Ascoltandolo non ho fatto altro che pensare “Come primo album niente male, Abbey. La tua alba è proprio questa”.
L’inizio di How Many Years mi ha ricordato in maniera quasi inconscia un altro Smith, Elliot Smith e questa è la traccia dove maggiormente possiamo sentire il soul di Abbey espandersi mentre ci parla del suo lutto.

Il sound non è del tutto lontano a quello che già abbiamo ascoltato precedentemente, parliamo di un artista nata con “il soul dentro”, la sua voce lascia poco spazio a qualcosa che non ti avvolga caldamente la pelle –d’oca-, qui infatti troviamo semplicemente un R&B più strutturato, dei rimandi a delle Ballad della prima Adele molto freschi e poi voci, cori da sturbo proprio. Ci sono spazi ampissimi e minuscoli allo stesso tempo dentro tutto l’album, dato da diversi archi e da quelle che sembrano delle strumentalità dal suono vintage, che fanno sì proprio che la ritmica prenda una struttura che faccia respirare tantissimo tutti i suoni, tra cui, chiaramente la voce.

All I Ever Wanter, il primo brano che ho ascoltato dell’album (il primo singolo è stato, invece, Louie Bag), è tutto ciò che i già numerosissimi fan di Yebba si sarebbero aspettati da almeno una traccia all’interno dell’opera. Graficamente per me ha i colori di un racconto-fiaba, i suoi suoni sono alti e leggeri e l’unica punta calda e a tratti – su alcune vocali, classico del suo timbro – pungente.

Nonostante sia il suo primo lavoro sulla lunga distanza, Yebba ha le spalle grosse, spalle che trasportavano sicuramente un peso enorme di aspettative e, di certo, rispetto a una vita personale che ha già lasciato troppo spazio al dolore e alle lacrime per non essere vissuta attraverso la sua musica.
Dawn ti emoziona proprio perché non è un album triste, è un album di unghie che grattano il suolo, di domande, di ricerca di risposte, ma non c’è rassegnazione, c’è, anzi, riflessione, c’è incredibile sofferenza, ma non tristezza.

Yebba che bella cosa ci hai donato.

Nei giorni che nascono fragili imparerò a non farmi schiacciare dalla furia degli eventi, magari mi ritaglierò quel piccolo angolo di sole che filtra dall’avvolgibile verso il muro di camera mia e aspetterò in silenzio. Canticchierò in silenzio con la speranza faccia sempre meno male.

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