The Lathums – How Beautiful Life Can Be

Francesco Giordani per Triste©

Non voglio risultare ripetitivo (o forse sì…) ma quando si parla di “morte del rock” bisogna sempre quantomeno chiarire la natura specifica del fenomeno al quale ci si riferisce. Il fatto che il rock non sia più un genere “pop” (ma forse anche quest’affermazione è suscettibile di legittime obiezioni) non significa che esso sia diventato automaticamente impopolare.

The Lathums hanno acciuffato la vetta della classifica inglese degli album nella prima settimana di pubblicazione del loro How Beautiful Life Can Be (e la vita della band è senza dubbio diventata ancora più bella da quella settimana, c’è da scommetterlo), in barba a competitori certo meglio equipaggiati come Drake, Lil Nas X o Olivia Rodrigo, potendo peraltro contare su una media di quattrocentomila ascoltatori mensili solo su Spotify e oltre dieci milioni di streaming in poco meno di due anni di vita discografica.

Allargando l’indagine si scopre che “British bands have accounted for more than a quarter (28%) of album chart-toppers so far in 2021 – compared with 17% in 2020 and 15% in 2019. UK groups have topped the album chart for 11 out of 39 weeks so far this year, according to new research by the BPI, which represents the UK recording industry. There were nine in the whole of 2020, and eight in 2019.” Parole della BBC che, oltre ai Lathums ricorda, fra le band che nel 2021 hanno raggiunto la massima posizione, Mogwai, Wolf Alice, Manic Street Preachers, Royal Blood.

Certo i Lathums non sono i Low o gli Arab Strap, siamo d’accordo. Ma non sono neanche, come pure scrissi mesi fa, i Måneskin. Il quartetto inglese viene da Wigan, cittadina di centomila abitanti a metà strada fra Liverpool e Manchester, che, tolti i Verve e il Wigan Athletic F.C., rare volte ha conosciuto il dorato tepore delle luci della ribalta. La band ha saputo costruirsi una reputazione e un solidissimo seguito di ascoltatori (per lo più coetanei, il che è già un miracolo) marciando lontano da format televisivi e dirette tik tok, alla vecchia maniera, a suon di concerti su e giù per l’Isola, litri di sudore e credibili canzoni che hanno fatto da incubatrice ad una scrittura sempre più incisiva.

Canzoni che ritroviamo peraltro quasi tutte nella scaletta di questo album d’esordio griffato Island e registrato ai Parr Street Studios con l’aiuto di James Skelly dei Coral. I Lathums guardano all’esistenzialismo casalingo degli Smiths (Circles of Faith, I’ll Never Foget The Time I Spent With You), alla melodia carezzevolmente lenitiva degli Housemartins (I’ll Get By) ma anche – forse inconsapevolmente – a quella vena pop gloriosamente magniloquente che riluceva nei La’s e nei James (The Great Escape, Fight On). Il tutto ovviamente filtrato dai padiglioni auricolari di chi è cresciuto ascoltando Arctic Monkeys, Libertines e Kooks (I Won’t Lie, I See Your Ghost), non serve dirlo.

Eppure non ci troviamo di fronte all’ennesima band generata da una mera formula algoritmica. In questo senso, dispiace che gli Inglesi abbiano deciso di sacrificare per l’album una delle loro canzoni più riuscite ovvero quella All My Life che, già al primo ascolto, appariva interamente compenetrata dell’innocenza e del candore degli Another Sunny Day, dei Brighter e di tutti gli altri irrepetibili gruppi Sarah (e dintorni) che in tempi forse anche più feroci degli attuali seppero dare sostanza e splendore poetico a quel che ancora non sapeva di essere indie-pop ma era già unico e necessario.
Tuttavia non voglio disperarmi troppo se l’eponima How Beautiful Life Can Be, ispirata al cantante Alex Moore da un pomeriggio assolato trascorso in giardino con la propria mamma durante il lockdown, chiosa con queste parole il senso ultimo del disco:
Foreign desire/ I know not where life will lead/ If I’m to inspire/ Lead by example not by greed/ All or not knowing/ It’s easier than you’ve been lead to believe/ Just how beautiful life can be/ When one allows her to breathe/ Let the children have their chance to see/ Just how beautiful life can be“.
Davvero non male per una band che suona un genere “morto”.

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