Julia Bardo – Bauhaus, L’Appartamento

Francesco Giordani per Triste©

‘Qualunque cosa la vita ci riversi addosso, avrà sempre qualche piacere da offrirci. E noi siamo tenuti a coglierlo’.
(Jonathan Coe, Io e Mr Wilder,
Feltrinelli 2021)

Mi piace cominciare questa recensione con una citazione violentemente ottimistica, tratta dall’ultimo delizioso romanzo di Jonathan Coe, scrittore arguto ed elegante, quanto mai britannico, che ha scelto di sublimare il suo già ben noto amore per le commedie di Billy Wilder in un’opera felicissima, regolata da un magistrale senso della misura narrativa e dello stile. Scelgo questa citazione sia perché la condivido sia perché, in un garbuglio di libere associazioni tutte mie, mi fa da comoda sponda nel parlare di un disco che ha per titolo, in italiano, Bauhaus, L’Appartamento.

L’Appartamento è infatti il titolo anche di una geniale commedia di Billy Wilder del 1960, glorificata da ben cinque Oscar ma già resa più che immortale da un indimenticabile Jack Lemmon in amabile duetto con una Shirley MacLaine semplicemente travolgente. Rivisto per caso qualche giorno fa, il film mi ha lasciato a dir poco di stucco, per la sua levità ma anche per l’imprevedibile quanto perfetta aderenza rappresentativa a contraddizioni che i recenti avvenimenti storici hanno reso ancor più evidenti: l’insostenibilità intrinseca, oserei dire strutturale, della nostra “forma di vita” occidentale, l’affollatissima solitudine urbana che ogni giorno ci unisce lasciandoci estranei l’uno all’altro, il desiderio di un’esistenza socialmente riconosciuta quanto spesso artefatta, i ricatti meschini e i soprusi del lavoro, l’angustia delle nostre case che amiamo/odiamo nella loro ambivalente funzione di prigione e di rifugio.

Linee e nuclei tematici che ritrovo senza difficoltà anche nel bell’album licenziato da Julia Bardo, nome d’arte d’impronta quasi pattypravesca della bresciana -ma da anni trapiantata a Manchester- Giulia Bonometti. La cantante e compositrice italiana, dopo aver attraversato progetti anche molto diversi fra loro, fra Italia e isole britanniche (Own Boo, Tight Eye e quei Working Men’s Club già assurti ad una relativa fama in patria, lo scorso anno), ha assemblato il suo lavoro di debutto in un complesso residenziale manchesteriano, per l’appunto Bauhaus, che ha poi finito coll’intitolarlo, quasi a sottolineare la matrice “interioristica” (nel duplice senso di interno/interiore che tutti abbiamo ben sperimentato in questi due anni) del nuovo materiale.

La Bardo ha dichiarato preventivamente gusti ed influenze attraverso una playlist e il disco bene o male conferma una frequentazione assidua, fra i tanti nomi inseriti, di Sleater-Kinney, Galaxie 500, Grandaddy, Salad (aggiungo anche Sleeper) e Pj Harvey. Le canzoni dell’Appartamento sono infatti permeate di luci e umori anni 90, di un sentimento di scoperta fragilità specificamente legato a quell’epoca, dall’ormai celebre (notevolissima) It’s Okay Not To Be Okay, che col suo azzeccatissimo claim funge quasi da dichiarazione d’intenti morali dell’album, o per meglio dire della sua vocazione irriducibilmente auto-biografica e auto-analitica, fino al pressoché perfetto trittico d’apertura The Most, No Feeling e Into Your Eyes, quest’ultima già apprezzata nello splendido ep Phase (peccato non sia stata ripresa anche Please Don’t Tell Me) dello scorso anno, felicemente prodotto in combutta con Henry Carlyle Wade degli Orielles.

Ma non posso non citare anche la mia preferita in scaletta ovvero Love Out of Control, che potrei ascoltare forse per un giorno intero senza stancarmi mai. Ad essa aggiungo pure Impossibile, fra le cui pieghe affiorano improvvisi versi in italiano (ma, a onor di cronaca, era già accaduto nella straordinaria Only Over You, anch’essa purtroppo esclusa) che potrebbero offrire la chiave interpretativa per accedere alla stanza più segreta dell’Appartamento.
Già, ma perché L’Appartamento in italiano? Si tratta di un omaggio all’Appuntamento di Ornella Vanoni, se ho ben capito. Mi ero dimenticato di dirlo. Del resto Nessuno è Perfetto, esclamava qualcuno in un film di Billy Wilder. It’s Okay Not To Be Okay. E il cerchio si chiude.

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