Alabaster DePlume – Gold

Alberta Aureli per TRISTE©

Mi arriva in soccorso in questa prima metà di aprile il misterioso balsamo di cura e di empatia contenuto in Gold – il secondo disco di Alabaster DePlume per la International Anthem di Chicago (uscito in Europa per Lost Map) – arriva in una scatola magica come il genio della lampada e si consegna alle nostre anime affaticate dal lungo inverno e dal cielo grigio che tarda a rischiarare.
Poco più di un’ora di poesia e improvvisazione che ricordano l’amor proprio, I remember my ex’s email address, But I forget I’m precious, e suggeriscono di affrontare la paura senza nasconderla, la vergogna senza il giudizio, fino a sentirsi fragili, sensibili e creativi.

Come per il precedente To Cy and Lee, mischiando con stravagante candore elementi jazz, blues, gospel e funk, Alabaster DePlume (al secolo Gus Fairbairn), mette al centro della propria filosofia creativa la condivisione e l’energia che si muove nelle relazioni, un’energia pulita, un motore invisibile che ha nell’improvvisazione il suo senso originario.
Per questo, le diciannove tracce di Gold sono il frutto di un lavoro immersivo durato poco più di due settimane e registrato al Total Refreshment Centre di Londra nell’estate del 2020 utilizzando ogni giorno un gruppo diverso di musicisti: “ho registrato ciascuna traccia più volte con circa cinque formazioni differenti, e siccome il tempo era sempre invariato ho potuto mescolare e sovrapporre gli elementi che preferivo di ognuna”.

DePlume si affida con istinto poetico all’ispirazione contenuta nella compagine del caso fino a che la fiducia nell’altro diventa l’unica chiave di accesso alla creazione.
In questo senso, e come per il precedente To Cy and Lee, anche Gold si presenta come un’opera militante per un’artista che ha strutturato la propria etica nel lavoro sociale e nei principii di condivisione degli spazi di aggregazione.
In una intervista recente Sarathy Korwar, che ha collaborato alla realizzazione di Gold, ha raccontato a Laura Snapes “(Alabaster De Plume) è unico: lascia che la band si senta davvero parte dell’effettivo processo di creazione musicale, è uno dei motivi per cui amo suonare con lui: posso sentirmi libero di prendere qualsiasi tipo di decisione musicale e confido che non me ne pentirò”.
Se l’esperienza è un’esperienza di condivisione, la nostra vita – come l’arte – è dipendente e interconnessa a quella degli altri, camminiamo sullo stesso pezzo di terra per questo proviamo a farlo nel modo più armonico e leggero possibile, the sound of my feet on this earth is a song to your spirit.

Il potere di Gold è proprio quello di restituire il significato profondo alle parole semplici, come fanno i saggi, i poeti o i bambini, sono sfacciato come un bambino, come lo stupido sole (Fucking Let Them).
Alabaster DePlume lo fa con coscienza cercando prima di tutto il proprio equilibrio, e con chiarezza a metà disco in I’m good at not crying.
Quando il racconto di sé e la confessione diventano centrali possiamo riconoscere l’ombra della luce: “sono bravo a non piangere, sono bravo a non dormire, sono bravo a non mangiare molto, sono bravo a non essere il cattivo, sono bravo a non aver bisogno, sono bravo a non piangere, sono bravo a non esigere, sono bravo a non fare una scenata, sono bravo a non raggiungere qualcuno quando ho paura, sono bravo a non piangere, sono bravo a non causare preoccupazioni inutili” per poi concludere “Perché l’ho fatto? Ero arrabbiato? Sono arrabbiato? non lo so, lo sai, non lo so, sto bene, anche se sto bene, sto bene, sto bene, sto bene, sono bravo a non piangere.”

Un’autonarrazione che forse non ha la pretesa del cambiamento ma solo della resa. Sempre in riferimento a Gold, DePlume ha raccontato (ancora nell’intervista di Laura Snapes): “Fare questo lavoro è come avere un momento in cui non dover fingere che tutto vada bene. È come se ci fosse un urlo che dobbiamo soffocare, e che per un minuto non sto soffocando. È un sollievo“.
Quello che succede è che Gold, nei suoi settanta minuti di non finzione, amplia lo spazio dell’azione un brano dopo l’altro per contenere e abbattere le definizioni e i confini, sia musicali che umani, e per mettere in scena un universo ampio, il più grande possibile, dove il divertimento è consegnarsi puri a tutte le possibilità.

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