Olivier Rocabois – The Pleasure Is Goldmine

Francesco Amoroso per TRISTE©

Tirando le somme dell’anno trascorso, a fine 2021 mi chiedevo se la circostanza che apprezzassi sempre di più il pop barocco stesse a significare che stavo invecchiando o (che poi è un po’ la stessa cosa) semplicemente che stavo maturando.
A distanza di sei mesi non credo di aver trovato una risposta a questo quesito francamente piuttosto ozioso, ma, almeno, posso confermare che il pop barocco esercita su di me sempre maggior fascino.
Me ne rendo conto soprattutto da quando, qualche tempo fa, ho cominciato a sentire in maniera assidua, quasi compulsiva, The Pleasure Is Goldmine il nuovo e.p. del musicista bretone Olivier Rocabois il quale, dopo aver sfornato lo scorso anno il suggestivo e ambizioso Olivier Rocabois Goes Too Far, -un album che meriterebbe una più ampia diffusione- e avermi regalato un meraviglioso Triste© Mixtape, ha ben pensato di battere il ferro finché è caldo e non attendere di completare un altro album, incidendo un e.p. con tre brani nuovi di zecca, una rivisitazione di una delle canzoni più incisive dell’esordio e un breve interludio.

The Pleasure Is Goldmine (il gioco di parole mi è arrivato con un po’ di ritardo, ma lo trovo delizioso) è una vera e propria macchina del tempo in miniatura ma, al contrario di quanto accade con tanta della musica che spesso mi capita di ascoltare (e preferire), mi porta indietro in un tempo che non ho mai vissuto, se non attraverso i filmati d’epoca.
Un tempo fatto di pantaloni a zampa di elefante e glitter, di capelli cotonati e rockstar indimenticabili, di storie mitiche della musica pop e dei suoi autori –dai Beach Boys ai Beatles, passando per David Bowie e i T.Rex–, con i loro eccessi, le loro canzoni indimenticabili e i loro dischi ormai divenuti pietre miliari.

In The Pleasure Is Goldmine (menzione d’onore alla copertina -opera di Pascal Blua– che richiama il manifesto di un film di James Bond) c’è tutto questo: una sorta di ossessione per una musica piena di ambizione eppure umanissima, nella quale i sentimenti esplodono in maniera dirompente attraverso profluvi di note e arrangiamenti estremi. Rocabois ha voluto compilare, ancora una volta, una sorta di bignami del pop barocco ed è inevitabile, allora, che ascoltandolo vengano in mente i nomi di Brian Wilson o di David Bowie, o quello di quel signore che ha da qualche giorno compiuto ottanta anni e che riusciva a comporre canzoni straordinarie di tre accordi, così come brani di pop barocco sopraffini e articolati e che risponde al nome di Sir Paul McCartney.

Il brano d’apertura Watch The Seasons Come And Go è una lunga ballata pianistica che, anche vocalmente, ci precipita dritta negli anni sessanta, con i suoi continui cambi di tempo, i campionamenti, le chitarre trattate e il suo romanticismo tanto sopra le righe da risultare genuino (“I want to spend my life with you/ Take you into my arms every morning/ When the sun comes up and till the sun beats down“). La canzone -che si conclude con una voce femminile alla Saint Etienne che recita “Life Is A Gamble/ Life Is A Joke/ Life is A Party“- pare sia stata ispirata da una frase di George Harrison che, negli anni settanta, diceva di sentirsi più un giardiniere che un musicista: Olivier dimostra che anche un buon musicista può far fiorire un giardino rigoglioso.

La successiva I’d Like To Make My Exit With Panache, rivisitazione da parte di Christophe Vaillant alias LeSuperhomard (altro artista che, seppur in maniera diversa, nelle sue composizioni esterna tutto il suo amore per il pop barocco: non perdetevi i suoi lavori con l’australiano Maxwell Farrington) di uno dei brani più riusciti dell’album d’esordio, acquista qui una leggerezza e un’atmosfera vagamente seventies, mentre New Years’s Crazy Egos, che è probabilmente il brano più articolato dell’e.p., è talmente piena di suggestioni, rimandi e ispirazioni (potrei citare Bowie per le sue atmosfere spaziali ma in questo modo farei torto a decine di altri punti di riferimento) da risultare del tutto originale: si tratta di una breve suite (o di una lunga canzone) decisamente ambiziosa che, partendo da una deliziosa armonia di piano e procedendo con discrete addizioni, diviene scintillante e in bilico tra disperazione e esaltazione.
Dopo l’affascinate e brevissima Brain Cells, I Would Have Loved To Love You chiude l’e.p. in bellezza: anche qui una piccola suite sontuosa, piena di sfumature, profondamente godibile e che scatena sentimenti forti, con una lunga coda barocca, in ogni ogni senso.

Rispetto all’esordio, i brani contenuti in The Pleasure Is Goldmine, almeno per gli standard del pop barocco, sono più diretti e accessibili, meno stratificati. E, grazie a queste composizioni, con maggiore leggerezza e leggiadria, Olivier Rocabois riesce, nel breve volgere di venti minuti, a farci compiere un lungo viaggio nel tempo e nello spazio, senza che questo si riveli un esercizio ozioso e fine a se stesso perché, alla fine del percorso ci sentiamo tutti un po’ più ricchi e appagati, con un bagaglio emotivo più corposo e con le orecchie colme di delizie.

Se amare il pop barocco vuol dire che sto invecchiando vorrà dire che è uno dei pochi vantaggi dell’invecchiamento.

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