Le firme di TRISTE©: Francesco Amoroso racconta il (suo) 2022: E.P. e Mini Lp

Francesco Amoroso per TRISTE©

In questi giorni, nello stilare il lungo riepilogo degli ascolti e dei lavori che ho amato nel 2022, mi sono reso conto che quello appena terminato è stato, in qualche modo, l’anno del ritorno degli E.P. e dei mini album, tanto che il “disco” che ho amato di più è proprio un e.p. (o forse un mini album, ma esattamente quale è la differenza?) e sono stati molti i lavori brevi di cui ho finito per parlare estesamente su queste “pagine”.
Così, un po’ come antipasto del lungo elenco di album che hanno caratterizzato il mio 2022, ho pensato bene di stilare un agile elenco di e.p. e mini album che mi hanno colpito e fatto innamorare. In alcuni casi si tratta di brevi opere che mi hanno permesso di conoscere nuove proposte musicali, in altri di lavori di artisti già consolidati (almeno nel mio gradimento) che, seppur succinti, mi hanno conquistato tanto (e più di) quanto hanno fatto alcuni album.
Anche stavolta (con pochissime eccezioni) sono stato rigido nell’inserire solo uscite con non meno di quattro brani e non più di sette.

Sun’s Signature – Sun’s Signature

Studio Electrophonique – Happier Things EP

New North Wales – Minor Birds

Cloth – Low Sun EP

Lila Tristram & The Last Dinosaur – Black and White Memories Ignited by the Scent of Springtime Explode in Colour

Opus Kink – ‘Till The Stream Runs Dry

Clara Mann – Stay Open

Louise Weseth – Woodlands

Mt. Misery – The Time It Takes

Whitney K – Hard To Be A God

Meaning Of Tales – Where There’s Life, There’s A Dream

Josienne Clarke – I Promised You LIght

Olivier Rocabois – The Pleasure Is Goldmine

Ryley Walker – So Certain EP

Babehoven – Sunk

Ian Humberstone – Black Water

Nudista – Halfway Here EP

L’Objectif – We Aren’t Getting Out But Tonight We Might

Galore – Blush

Barbarisms – Cliff Diver

Rachel Love – Stories From Another Time EP

Field School – It’s Only Everything EP

Kierst – Thud EP

Ivy Wye – Hope’s Convenience

The Laughing Chimes – Zoo Avenue EP

Izzy Oram Brown – Mess

Ellie Bleach – No Elegant Way To Sell Out

Iona Zajac – Find Her In The Grass

English Teacher – Polyawkward EP

Divorce – Get Mean

Patrick Watson – Better In The Shade

Maxwell Farrington & Le Superhomard – I Had It All

Langkamer – Red Thread Route

Swelt – Red Mountain EP

Swiss Portrait – Safe House

Arny Margret – Intertwined EP

The Umbrella Puzzles – On The Meadow

H. Pruz – Again, There

Cornelia Murr – Corridor

The Glass Picture – The Glass Picture


Il mio “disco del 2022” (se proprio dovessi sceglierne solo uno) è, senza dubbio alcuno, Sun’s Signature, il breve (troppo breve) ritorno di Elizabeth Fraser, con il compagno di vita e artistico Damon Reece: semplicemente un lavoro dalla bellezza placida e sconvolgente. Happier Things EP è, invece, la conferma dell’incredibile talento melodico di James Leesley, in arte Studio Electrophonique, che continua a strabiliarmi, dopo il sublime Buxton Palace Hotel dello scorso anno.
Inaspettato è arrivato anche il ritorno dei New North Wales, duo del giro Movietone che mancava all’appello da tempo immemore. Ascoltare il loro Minor Birds è una breve ma intensissima emozione.
Gli scozzesi Cloth tornano dopo l’ottimo omonimo album d’esordio, con un e.p. di quattro brani, Low Sun, semplicemente perfetto, uscito per la Rock Action dei Mogwai, The Last Dinosaur collabora con la cantautrice londinese Lila Tristram per un breve e intenso lavoro che detiene il primato del titolo più bello dell’anno (a mani basse): Black and White Memories Ignited by the Scent of Springtime Explode in Colour, mentre gli eclettici e originalissimi post punk inglesi di Brighton Opus Kink mescolano generi riferimenti decisamente non banali nel loro mini album d’esordio ‘Till The Streams Run Dry, uscito per Nice Swan Records (etichetta da tenere d’occhio).
Clara Mann, giovanissima cantautrice di Bristol, si conferma come una delle voci folk più emozionanti in circolazione e Stay Open, il suo nuovo e.p., dopo lo splendido esordio dell’anno scorso, è una conferma anche dal punto di vista compositivo.

Ancora in ambito cantautorale femminile sono rimasto affascinato dall’esordio della norvegese Louise Weseth, tanto che Woodlands ho finito per farlo uscire in Italia anche sull’etichetta con la quale collaboro. Ho trovato assolutamente delizioso anche il ritorno degli inglesi Mt. Misery, da Hartlepool, con un breve e.p., The Time It Takes, che, oltre a tre delicate composizioni originali, contiene anche una fantastica cover di You & Me Song dei Cardigans.
Incide per un’etichetta italoamericana (la Maple Death) Whitney K, il cui Hard To Be A God è uno dei più potenti, riusciti e originali lavori in ambito di cantautorale dell’anno (ed è molto di più di una chitarra e una voce).

I Meaning Of Tales, dalla Francia, devono aver mandato a memoria l’insegnamento di Simon & Garfunkel, e il loro Where There’s Life, There’s A Dream è una delizia e l’ennesima conferma dell’incredibile lavoro della Violette Records. Magnifica conferma per Josienne Clarke, oramai ben più che solo la più bella voce del folk: il suo I Promised You Light la conferma anche cantautrice (e musicista e arrangiatrice) straordinaria. A proposito di arrangiatori, il bretone Olivier Rocabois, con il suo The Pleasure Is Goldmine mi ha regalato alcune delle canzoni di pop barocco più convincenti ed emozionanti dell’anno, mentre Ryley Walker, sempre prolifico, nel breve So Certain è riuscito a dare un saggio del suo eclettismo. Di Maya Bom, in arte Babehoven, avrò occasione di parlare anche nel riepilogo degli album dell’anno, ma il suo Sunk, gioiellino di folk minimale e oscuro, non poteva non essere menzionato.
Ian Humberstone è scozzese e incide anche con lo pseudonimo di Tissø Lake. Dopo sei anni di silenzio è tornato con Black Water, mini Lp dilatato (o album breve?) dagli arrangiamenti straordinari che ricordano da vicino le cose migliori di Matt Elliott. Un artista decisamente poco noto che meriterebbe di essere scoperto. Come meriterebbero di avere grande riconoscimento anche i giovani Nudista, duo anglo-spagnolo che incide per la Sad Club Records, che ha esordito con il delicatissimo Halfway Here EP, composto da quattro tracce sognanti ed eteree.
Chi sembra invece sull’orlo del successo sono i giovanissimi inglesi L’Objectif, da Leeds, che con il loro We Aren’t Getting Out But Tonight We Might, inciso subito prima di dare l’esame di maturità -e con l’irresistibile brano Get Close– hanno conquistato anche me. Probabilmente separata da loro da qualche generazione, Rachel Love, ex Dolly Mixture, dopo il ritorno sulle scene con Picture In Mind dello scorso anno, prosegue, con Stories From Another Time Ep, a sciorinare le proprie delicate e deliziose composizioni, mentre i miei amati Barbarisms si confermano con il solidissimo Cliff Diver, convincente sia dal punto compositivo che melodico. Aspetto con ansia un nuovo album, a questo punto.

In ambito di jangle pop ( o indie pop, che dir si voglia) mi sento di segnalare, arrivato grazie alla sempre ottima Paisley Underground, Blush, il favoloso nuovo EP dei Galore, da San Francisco (guarda caso), It’s Only Everything, uno dei tre EP (ma avrei potuto, indifferentemente, inserirne uno qualsiasi dei tre, tutti di altissimo livello) con cui Charles Bert dei Math And Physics Club ha esordito a nome Field School, The Laughing Chimes, duo di Athens che, dopo l’album d’esordio In This Town, uscito all’inizio del 2021, sono approdati alla prestigiosa Slumberland con il fantastico Zoo Avenue EP, The Umbrella Puzzles, del californiano Ryan Marquez che, così come accaduto l’anno scorso con il precedente False Starts & Mishaps, piazza un altro delizioso ep tra i miei preferiti dell’anno.
Riconducibile allo stesso genere, ma più virato verso il dream pop è Safe House, nuovo ep di Swiss Portrait, il progetto dell’artista di Edimburgo Michael Kay Terence che, con un approccio DIY, registra e produce tutta la sua musica nella sua cameretta.

Sono state molte anche le cantautrici esordienti a colpirmi e convincermi: oltre a quelle già citate, voglio segnalare Ivy Wye, cantante folk e polistrumentista dell’Ontario influenzata dai cantautori dei seventies, con il suo esordio Hope’s Convenience, le newyorkesi (tutte di Brooklyn) Kierst, che ha esordito con Thud EP ancora per la Sad Club Records, Izzy Oram Brown, il cui esordio Mess è un solidissimo esempio di folk cantautorale e h. pruz (il cui nome completo è Hannah Pruzinsky), il cui EP Again, There è un debutto tranquillo e potente, pieno di dolci melodie. E ancora la londinese Ellie Bleach – su Sad Club Records anche lei-, il cui No Elegant Way To Sell Out è ispirato a Fiona Apple, PJ Harvey e Alanis Morrissette, con una produzione che si muove tra dal soft rock e easy listening, la scozzese residente a Dublino Iona Zajac, il cui EP di debutto, Find Her in the Grass, è una raccolta delle sue poesie che raccontano le sue radici accompagnate da poco più di una chitarra acustica, la giovanissima Islandese Arny Margret che con Interwined EP esordisce all’insegna di un caldo folk minimalista e sentito, mentre dalla California arriva Cornelia Murr, il cui Corridor arriva a quattro anni dall’esordio Lake Tear of the Clouds e la vede virare il suo folk verso il dreampop più etereo.

Mi hanno decisamente convinto e incuriosito anche i giovani inglesi English Teacher, il cui ep di debutto Polyawkward EP è solido, fresco e decisamente originale, pieno di umorismo assurdo, riff di chitarra immediati e melodie incisive, Get Mean, Ep d’esordio dei Divorce, da Nottingham, anch’esso pieno di umorismo e melodia e, allo stesso tempo, vulnerabile e ingenuo, Red Thread Route, debutto dei Langkamer, da Bristol, che, a tratti, fanno venire in mente un incrocio tra i Cure e i Pavement e altrove suonano più puramente indierock (e in un brano c’è anche la voce di Clara Mann), gli Swelt, ancora da Bristol, formati da due ex membri dei Talons, che. con Red Mountain EP, esplorano forme musicali vicine allo slowcore, affascinati da Galaxie 500, Big Thief e Duster, e, infine, il duo al femminile The Glass Picture, da Melbourne, che sull’Ep omonimo, uscito per Chapter Music, propongono un fantastico synth-pop ridotto ai minimi termini con una certa sensibilità folk.

Di difficile categorizzazione sono, poi, Better In The Shade il nuovo Ep del canadese Patrick Watson (che è presentato come il suo nuovo, settimo, album ma dura appena più di venti minuti), sempre più intento a sperimentare nuove soluzioni per le sue canzoni emotive e melodicamente ineccepibili e la rinnovata collaborazione tra l’australiano Maxwell Farrington e il francese Le SuperHomard che, dopo i fasti di Once, dello scorso anno, sono tornati con un mini album di sei brani che rinnova la loro inimitabile miscela di pop psychedelico, Scott Walker e baroque pop.

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