The Golden Dregs – On Grace & Dignity

Francesco Amoroso per TRISTE©

Non fate che dire la verità,
e questo è ingiusto
(Fedor Dostoevskij – L’idiota)

Se la frase in esergo vi sembra un paradosso vi invito a rileggere il romanzo da cui è tratta.
La verità, nuda e cruda, è quasi sempre priva di compassione, non ha a che vedere con i sentimenti, con l’umanità, con la dignità e, tanto meno, con la grazia.
La verità ha sempre bisogno di essere un po’ edulcorata per essere accettabile e, spesso, ha bisogno di essere ben celata perché può risultare davvero troppo difficile da digerire.
Quando Benjamin Woods ha perso il suo lavoro nel 2020, a causa della pandemia (pare lavorasse in un bar all’interno della Tate Modern), è dovuto tornare a vivere con i suoi genitori, a Truro, in Cornovaglia e, nel pieno del desolato e umido inverno, si è messo a spalare fango in un cantiere edile. Scrivere un album su questa esperienza, filtrata da fango e pioggia, rimuginando sulla perdita dell’innocenza e sulla durezza della vita sarebbe stato scrivere di verità e, per questo, ingiusto. Così come troppo vero (e altrettanto ingiusto, quindi) sarebbe stato raccontare l’infanzia in Cornovaglia, regione piena di contraddizioni, nella quale i turisti sono più numerosi dei residenti e l’inverno è fatto di squallore, solitudine e noia.

E, allora, per non essere ingiusto, Benjamin Woods, per il suo primo album targato 4AD, il terzo a nome The Golden Dregs, ha preferito se non edulcorare la verità, quantomeno renderla un pochino più accettabile.
Così, per la copertina del suo On Grace & Dignity, ha commissionato a un modellista di Bristol, Edie Lawrence, di ricostruire un immaginario villaggio della Cornovaglia, Polgras, nel quale ambientare le proprie canzoni.
Il villaggio ritratto in copertina è diventato in questo modo un luogo reale, nel quale i dieci brani dell’album (per 38 minuti scarsi di durata) prendono vita e nel quale si fondono il ricordo di crescere in Cornovaglia (verità edulcorata dal trascorrere del tempo) e l’esperienza di vivere in un luogo pieno di contraddizioni ma dalla forte identità e senso di appartenenza.
Le canzoni di On Grace & Dignity sono così come il paesaggio di quella regione: aspre e tetre, ma piene di sottile fascino e di vitalità.

Benjamin Woods non ha alcun problema con la verità (“Building, buildings, buildings/ And painted tarmac fields/ Rows and rows of houses/ Brick and mortar graves/ Nothing ever happens” canta in How It Starts, “I’m no stranger to loss / And it’s hard to mistake / The hiss of an ember / As it drops on the lake” ribadisce su Not Even the Rain), ma non può essere troppo amaro e ingiusto quando si tratta di parlare di casa, un luogo che, anche nelle realtà più disperate e disfunzionali, conserva quasi sempre un alone nostalgico.
On Grace & Dignity è stato registrato a Truro (con la sorella Hannah al sassofono) e di quel luogo, aspro ma con la sua grazia malinconica, conserva tutte le caratteristiche: la voce profonda e schiva di Benjamin, tra Kurt Wagner dei Lambchop, Bill Callahan, Stuart Staples e David Berman dei Silver Jews, il pianoforte, triste e evocativo, il basso profondo, l’organo, i fiati, le chitarre mai lineari e le distorsioni elettroniche che punteggiano e rendono meno diretti praticamente tutti i brani.

Non è certo la prima volta che si sentono canzoni dall’andamento lento e dai testi cupi, cantate con una voce roca e profonda (senza scomodare Cohen e Cash) ma On Grace & Dignity riesce a rendere personale e decisamente originale quello che può ormai considerarsi uno stile consolidato. Merito di Benjamin Woods e della sua capacità di rendere il proprio stato d’animo introspettivo con accordi minori e poche pennellate quasi impressionistiche, ma merito anche di arrangiamenti magnifici che riescono a movimentare l’album pur mantenendone l’atmosfera: il basso in Josephine, il lavorio delle chitarre nella più movimentata Vista, i fiati che rendono quasi esultante la bellissima Sundown Lake, i cori della conclusiva Beyond Reasonable Doubt, permetto a Woods di fare riferimento a uno stile, senza farsene fagocitare.

Con On Grace & Dignity a The Golden Dregs è stata offerta la possibilità di alzare il tiro, di giocare, grazie alla 4AD, in prima divisione, e Woods, senza scomporsi, non si è fatto sfuggire l’opportunità (forse insperata) realizzando un’opera formidabile e emozionante, intrisa, come suggerisce il titolo, di grazia e dignità. E di verità, per quanto questa possa essere spietata.
Un’opera che meriterebbe di avere il suo posto a fianco a quelle di Cohen, di Cave, Smog e Tindersitcks.
E non è poco se si pensa che Woods, fino a ieri, stava spalando fango in un cantiere e, solo l’altro ieri, serviva cocktails alla Tate Modern. E poi continuiamo a lamentarci della eccessiva democratizzazione della musica…

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